Asta frequenze, Mediaset presenta ricorso al Tar del Lazio

L’asta frequenze tv entra nel vivo, o meglio, potrebbe morire sul nascere.  Anche Mediaset, dopo la Rai, ha presentato ricorso al Tar del Lazio contro il regolamento con cui l’Agcom ha escluso dalla gara i big del settore televisivo, con la sola eccezione di Sky, che potrà concorrere per uno dei tre lotti.

Il ricorso è stato presentato da Elettronica Industriale, la società fondata nel 1975 da Adriano Galliani, poi incorporata in Fininvest e oggi controllata al 100% da RTI (Reti televisive italiane), del gruppo che fa capo alla famiglia Berlusconi. Sia Mediaset che la Rai chiedono di annullare la delibera dell’Autorità che ha fissato la procedura di assegnazione delle frequenze disponibili per poter così tornare in lizza.

Solo venti giorni fa il ministro per lo Sviluppo economico Flavio Zanonato, cui compete in dire il bando per le frequenze, aveva annunciato che era tutto pronto. «Assegneremo nuovi diritti di uso per frequenze tv nazionali tramite un’asta con offerte economiche a rilanci competitivi », aveva detto. Adesso, alla luce dei ricorsi di Rai e Mediaset, il percorso che entro l’estate avrebbe dovuto portare a bandire la gara rischia di incepparsi. Non solo perché sull’eventuale asta pende la mannaia dei giudici amministrativi. Ma anche perché assai difficilmente Silvio Berlusconi, vale a dire uno dei due principali “azionisti” dell’attuale governo, darà il suo benestare a un’operazione che ha sempre osteggiato e che andrebbe contro gli interessi del gruppo che fa capo alla sua famiglia.

In gioco c’è infatti l’apertura del mercato televisivo italiano, dominato dal duopolio Rai-Mediaset. Il nodo sono proprio i criteri scelti per selezionare i partecipanti alla gara. L’Autorità presieduta da Angelo Marcello Cardani ha puntato su un’asta all’insegna della trasparenzae della tutela dei piccoli e soprattutto dei nuovi ed entranti operatori televisivi, per portare pluralismo e rendere concorrenziale il sistema (una richiesta, anzi un’imposizione della Commissione europea).

Sul piatto ci sono le frequenze di tre mux digitali terrestri (due in VHF, uno in UHF), con diritti d’uso ventennali. Rai, Mediaset e Telecom Italia sono rimaste fuori in quanto è stata prevista l’esclusione di tutti i soggetti già in possesso di tre o più multiplex. Tra i pretendenti, oltre alla pay-tv di Murdoch, che potrebbe decidere di non partecipare, ci sono Rete A (gruppo L’Espresso), Rete Capri, La7 di Urbano Cairo e Prima Tv di Tarak Ben Ammar, che si sente svantaggiata dal regolamento e proporrà a sua volta ricorso.

Dopo vari contatti con la Commissione europea, il Governo Letta ha deciso di seguire la strada tracciata dall’ex ministro Passera del governo Monti, procedendo all’asta, che potrebbe fruttare per lo Stato al massimo qualche centinaio di milioni di euro. La bozza del bando inviata nei giorni scorsi a Bruxelles dal viceministro dello Sviluppo economico Antonio Catricalà prevede infatti per i tre multiplex una base d’asta di 30, 29 e 28 milioni. Ma si attende ancora il via libera da parte dei commissari europei Joaquin Almunia e Neelie Kroes, che hanno già espresso alcuni dubbi sulla qualità dei mux messi in palio. Lo svolgimento della gara consentirebbe (finalmente) di aprire il mercato tv e di chiudere i conti con l’Unione europea, che proprio sul fronte del monopolio televisivo nel 2006 ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia.

Fonte : Il Secolo XIX

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