Guerra tv locali: nel Lazio a rischio 23 emittenti storiche

Siamo alle soglie di una svolta epocale della televisione italiana. Un punto di non ritorno tra la conclusione del passaggio definitivo alla tv digitale terrestre e la liberazione delle frequenze a favore della banda larga mobile. Il mercato televisivo del Bel Paese però soffre ancora di quella malattia da duopolio dominante, che comprende pochi, pochissimi, operatori nazionali che si spartiscono da più di vent’anni tutta la torta, e da un comparto locale di più di 600 emittenti, che rischia di finire in disgrazia.

Il governo Monti ha infatti ereditato dal precedente esecutivo il piano per liberare le frequenze tv 61-69 UHF, già eseguito in alcune regioni del centro Italia, a discapito delle sole emittenti locali. Televisioni regionali che saranno forzate ad abbandonare i propri canali in cambio di un indennizzo dello Stato, frequenze che in alcuni casi occupano da più di trent’anni. Da quando cioè sono esplose nell’etere degli anni Settanta le tv libere italiane.

Come riportato da Alberto Guarnieri su Il Messaggero, dovranno fare i bagagli e traslocare su un’altra frequenza in condivisione con altre emittenti, tv storiche come Telelombardia di Parenzo, o Teleroma 56, Tele Oro, Tvr Voxson del Lazio. Ma lo spostamento, di banda e di numerazione sul telecomando col passagio al digitale terrestre, oltre a causare ingenti costi di adeguamento tecnologico, che per alcune tv potrebbe determinare la chiusura, significa anche perdita di visibilità e di audience per le emittenti più grandi, e quindi un danno alle rispettive attività imprenditoriali.

Il governo tecnico offre alle tv locali che saranno costrette a trasferirsi un rimborso pari a 175 milioni di euro, una cifra ridotta più volte che deriva direttamente dagli incassi della vendita delle stesse frequenze alle compagnie telefoniche (in origine avrebbero dovuto essere 400 milioni, il 10% dell‘asta LTE). Per il Lazio il totale è di circa 1 milione e 600 mila euro. Ma le modalità degli indennizzi, redatte dal Ministero dello sviluppo e criticate aspramente dalle associazione delle emittenti e dagli editori, non considerano il numero di dipendenti, la qualità e l’audience dei programmi delle tv, e distribuiranno a pioggia i contributi discriminando le aziende più grandi.

FRT e Aeranti-Corallo hanno infatti chiesto più volte al Parlamento la revisione della distribuzione degli indennizzi. Alfredo Donato di FRT ricorda che il settore locale fattura quasi 600 milioni di euro l’anno, con oltre 5 mila addetti a contratto. «Nel Lazio sono a rischio 23 televisioni, marchi storici della televisione regionale», afferma il direttore dell’associazione per le tv private. Ma a fronte dei 5,6 miliardi di euro di fatturato che producono le tv nazionali, secondo il parere di Luca Balestrieri (Rai) e di Gina Nieri (Mediaset), « non possono continuare ad esistere circa 620 operatori sull’intero territorio italiano, perché non ci sono i margini di guadagno e di efficienza per tutti i soggetti coinvolti».

In ogni caso il governo ha il dovere di evitare la chiusura di decine e decine di attività televisive. Magari togliendo alcune frequenze alle tv nazionali, come proposto da Paolo Gentiloni del Pd. E in ogni caso modificando gli indennizzi sulle frequenze espropriate e mettendo degli sgravi fiscali sugli stessi risarcimenti, come proposto in un emendamento dal deputato dell’Udc Roberto Rao.

Fonte: Il Messaggero

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