Copyright. L’Europa approva l’ACTA, il bavaglio alla Rete delle multinazionali

Anche l’Europa, quella economica che va pian piano sfilacciandosi, sulla scia del SOPA americano cerca di introdurre nella Comunità delle regole di controllo di Internet per tutelare il Copyright online. E lo fa aderendo a un patto internazionale contro la contraffazione, che rischia di penalizzare pesantemente gli Internet Service Provider e di minare la libertà di espressione in Rete.

La minaccia si chiama ACTA (Anti-Counterfeit Trade Agreement) che ha ricevuto il via libera ieri dall’UE. E’ in pratica un accordo commerciale internazionale per adottare delle misure comuni contro la contraffazione e la pirateria sul Web e su Internet, dai beni di lusso ai farmaci fino ai film e alla musica. Molti paesi extra-UE hanno già firmato il patto sul Copyright, cercando di mantenere l’accordo il più possibile segreto: USA, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Canada, Singapore, Giappone, Marocco. Ieri ha aderito la Polonia, suscitando le accese proteste delle opposizioni e di migliaia cittaddini attivisti polacchi, che hanno addirittura attaccato i siti web governativi.

L’ACTA dovrà passare al vaglio del Parlamento europeo entro il 2013. Il relatore, l’eurodeputato socialista francese Kader Arif, ha protestato rinunciando al mandato. Arif ha «denunciato nel modo più vivo» la firma del trattato da parte della Commissione europea indicando che «mancano l’associazione della società civile, la trasparenza sin dall’inizio dei negoziati». Secondo Arif «l’accordo ACTA pone problemi per l’impatto sulle libertà civili, per le responsabilità che si fanno gravare sui provider, per le conseguenze che avrà sulla fabbricazione di medicinali generici». Annunciando la rinuncia al mandato di relatore, il parlamentare ha parlato di «situazione inaccettabile» dichiarando di «non aver intenzione a partecipare a questa mascherata».

L’Accordo Commerciale Anti-Contraffazione, allo studio dal 2007 tra diverse nazioni, equipara un qualsiasi prodotto contraffatto a un contenuto online “illegale” (secondo l’articolo 23), e predispone delle linee guida su come controllare e sanzionare gli ISP e le piattaforme di condivisione online che veicolano o favoriscono il flusso di materiale coperto da Copyright. Insomma si preparano gli strumenti  per colpire penalmente qualsiasi sito Web che pubblica contenuti illeciti o che introduca solo dei link al materiale con diritto d’autore. Siti come Facebook, YouTube o Google sarebbero costretti a monitorare costantemente tutti i contenuti inseriti dagli utenti per evitare di essere accusati di complicità. Significherebbe la morte del Web 2.0, della libera condivisione delle informazioni e della conscenza, e delle preziose libertà che ci regala la Rete.

L’accordo che ha natura commerciale sta coinvolgendo ben 40 paesi in tutto il mondo, che hanno dato il proprio consenso senza l’autorizzazione dei rispettivi parlamenti, ed è condotto anche dalle associazioni delle major del cinema e della musica, come la RIAA e l’MPAA, e da multinazionali come Disney, Intel e Verizon, e dalle corporation estranee al mondo della Rete come Monsanto, Pfizer, GlaxoSmithKline.

Le comunità del Web che difendono i diritti digitali cercano di contrastare questo nuovo attacco alle libertà di Internet. Il collettivo di hacktivisti Anonymous ha annunciato una serie di azioni mirate contro la Commissione europea ed il Consiglio europeo, ma smentisce il presunto cyberattacco al Parlamento europeo. Ma il fronte dell’opposizione al patto del Copyright si allarga anche a voci indipendenti come Reporter Senza Frontiere, il Pirate Party, l’associazione La Quadrature Du Net.

Agorà Digitale, in Italia, ha lanciato una petizione destinata ad essere presentata al Parlamento europeo. Il presidente Luca Nicotra ha definito l’approvazione dell’ACTA una decisione grave, dal momento che è stata presa a pochi giorni dalle «grandi mobilitazioni in Italia e negli Stati Uniti che hanno mostrato la contrarietà dei cittadini in tutto il mondo contro provvedimenti (SOPA, PIPA, emendamento Fava) che, con il pretesto della proprietà intellettuale, impediscono l’accesso ai farmaci dei paesi in via di sviluppo e mettono un bavaglio ad internet».

Fonti: Wired.it | corriere.it

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