Pubblicità: salvo il tetto per gli spot delle pay-tv

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Per i giudici della Consulta i limiti di tempo per la pubblicità nelle pay-tv non sono incostituzionali.

La Corte Costituzionale ha deciso: i tetti degli spot per le pay-tv più bassi rispetto alle televisioni in chiaro imposti dal decreto Romani del 2010 non sono anticostituzionali. E il governo potrà nuovamente decidere soglie più stringenti per tutelare gli interessi finanziari delle emittenti televisive da un lato e degli autori e dei telespettatori dall’altro.

La sentenza pubblicata giovedì 29 ottobre sconfessa la tesi portata avanti da Sky che nel lontano 2011 chiedeva di annullare una sanzione da 10mila euro decisa dall’Agcom dopo che Sky Sport 1 aveva superato il limite orario del 14% degli spot, arrivando a 16,8% (16,4% netti). I giudici del Tar si erano rivolti prima alla Corte di Giustizia Europea che si era espressa in maniera sfavorevole per Sky e infine, a febbraio dello scorso anno, avevano sospeso il giudizio per rivolgersi alla Consulta, convinti che la questione di legittimità costituzionale non fosse infondata.

La Corte costituzionale ieri ha giudicato in parte infondati e in parte non ammissibili le questioni proposte e ora la palla ritorna al tribunale amministrativo che difficilmente si potrà pronunciare in senso opposto. La probabile sentenza del Tar scongiurerà quindi una rivoluzione del mercato della raccolta pubblicitaria, che avrebbe dato il via libera ai tempi degli spot nei palinsesti delle tv a pagamento. In questo modo, scrive Andrea Secchi su ItaliaOggi, sarebbero potute cambiare in modo radicale le posizioni nel mercato pubblicitario, e non solo degli operatori più grandi ma anche di quelli emergenti, da Discovery (che ha canali free) a Fox (che non ce li ha). Invece saranno tutelati gli interessi di chi già mantiene salda la posizione dominante (vedi Mediaset e Rai). Verò è che la Consulta ha pensato inoltre di tutelare gli interessi dei telespettatori contro l’eccesso di pubblicità.

Il decreto Romani n.44 del 2010 ha previsto un progressivo abbassamento dei limiti orari per la pay-tv: 16% nel 2010, 14% nel 2011, 12% dal 2012 in poi. Questi limiti si aggiungono a quelli già presenti nell’articolo 38 del testo unico che differenziavano la Rai dai privati: per il servizio pubblico il limite orario è del 12% (4% su base settimanale) per le tv nazionali free il 18% orario (15% al giorno). La Consulta ha difeso questo impianto richiamandosi anche a quanto già deciso dalla Corte di Giustizia.

Il decreto Romani, insomma, non ha violato l’articolo 76 della Costituzione andando oltre i limiti della direttiva europea da cui partiva, e non ha violato l’articolo 41 incidendo sulla libertà di iniziativa economica senza finalità generale. Inammissibile invece la questione di costituzionalità in base all’articolo 3 (ingiustificata differenziazione) perché la richiesta del Tar avrebbe creato un buco normativo. Davanti alla Corte Costituzionale non sono andati soltanto gli avvocati di Sky, ma anche quelli di RTI-Mediaset, che ovviamente difendevano le ragioni dei tetti differenziati, e l’avvocatura dello Stato in rappresentanza del presidente del Consiglio dei ministri, sempre a sostenere i limiti.

Fonte: ItaliaOggi

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