Canone frequenze, Mediaset ricorre al Tar e si autoriduce il compenso dovuto

beauty contest asta frequenze tvMediaset si regala uno sconto sul canone per le frequenze tv e ricorre al Tar sulla mancata applicazione della riforma dell’Agcom (poi pubblicata e bloccata dal governo).

Nonostante la delibera Agcom 494/14/CONS sui canoni d’uso delle frequenze televisive parrebbe estremamente favorevole alla Rai e al Biscione, l’azienda di Silvio Berlusconi ha impugnato davanti al tribunale del Tar le nuove disposizioni pubblicate (ma non applicate) dall’Authority. Non solo. In via di autotutela, Mediaset si sarebbe autoridotta il compenso dovuto, da 20,39 milioni di euro (l’1% del fatturato annuo) a 8,85 milioni, sostenendo di dovere pagare il canone solo fino al 30 giugno. Meno della metà, insomma.

Secondo il quotidiano La Repubblica, il pasticcio sui canoni d’uso, che l’Agcom avrebbe dovuto riformare, secondo Mediaset, entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge 44/2012, è scoppiato con la proroga per un altro anno del regime del 2000, con una delibera Agcom d’emergenza dell’ottobre del 2013. Delibera che i legali del Biscione hanno impugnato davanti al Tar il 9 dicembre 2013. In forza del ricorso, Mediaset si è anche autoridotto la tassa per il 2012, sostenendo di dover pagare solo fino al 30 giugno, ovvero solo per i sei mesi dell’era analogica.

Ed è proprio il Biscione a rendere pubblica la decisione dello sconto. A pagina 27 di un ricorso che i suoi legali hanno presentato ai giudici del Tar nel 2013, pochi giorni prima di Natale, si legge che il fitto per le attività televisive dell’anno prima (il 2012) è stato onorato, ma soltanto sino al 30 giugno. Mediaset, peraltro, paga mal volentieri questi 6 mesi, al solo scopo di evitare procedure di recupero coattivo e l’adozione di sanzioni. Il ricorso — che porta la firma di Elettronica Industriale, la società delle torri tv di proprietà di Mediaset — ha contestato poi una presunta omissione del Garante per le comunicazioni. I legali di Mediaset hanno ricordato che il vecchio sistema di pagamento, quello della Finanziaria 2000, doveva finire in soffitta a partire dal gennaio del 2013.

Nello stesso periodo – continua La Repubblica – anche TI Media ha presentato un analogo ricorso al Tar per La7, e molte emittenti locali hanno fatto altrettanto, aderendo ad una linea comune suggerita dalle loro rappresentanze sindacali. «I contributi annuali che tutti gli operatori di rete titolari di diritti d’uso di frequenze nelle bande televisive terrestri, in ambito nazionale e locale, sono tenuti a pagare, qualunque sia la tecnologia utilizzata per la fornitura di servizi di diffusione televisiva, dovranno essere corrisposti solo successivamente all’emanazione, da parte del Ministero dello sviluppo economico, di un provvedimento che dovrà specificarne le modalità di pagamento“, è il suggerimento di Confindustria Radio Tv. Viene confermato quindi che le aziende televisive «al momento, e comunque non prima dell’emanazione di un apposito provvedimento ministeriale, non dovranno procedere al pagamento del contributo annuale».

L’Agcom è finita, dunque, sul banco degli imputati per aver rinviato la riforma del canone frequenze. Ma anche dopo aver cambiato i criteri, a settembre del 2014, è stata bloccata dal governo Renzi, che ha deciso che il vecchio sistema deve restare in vigore un altro anno, in attesa di una legge di riforma. Ed ecco un nuovo pasticcio televisivo all’italiana. Nella nuova delibera l’Autorità ha suggerito la possibilità di un’applicazione progressiva dei nuovi criteri, basati sul prezzo dell’asta delle frequenze assegnate a Cairo, mediante un’applicazione graduale per otto anni del nuovo regime, che impone il pagamento ai soli operatori di rete e in base alla quantità e qualità dei multiplex usati. In questa fase la metà di quelle che erano le risorse complessive incassate dallo Stato, sarebbero a carico dei due incumbent, Rai e Mediaset.

Ora l’empasse dell’esecutivo del nazareno, attualmente concentrato sulle possibili elezioni politiche, rischia di creare un nuovo caos nel comparto tv (come se non ce ne fossero abbastanza), giusto per compiacere gli interessi del “caro amico” Berlusconi.

Fonti: newslinet.it | ilvelino.it | La Repubblica

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