Censura Internet: cosa fare per fermare l’avanzata del Controllo 2.0

Da un articolo di Bernardo Parrella su Nòva24 del 19 febbraio 2012:

Come assicurare lo sviluppo di Internet compatibile con la democrazia? Quali i rischi che social media e piattaforme di condivise vengano usati per la censura e il controllo governativi, spesso in stretta collaborazione con le aziende hi-tech? Queste sono le tematiche centrali del nuovo libro di Rebecca MacKinnon, “Consent of the Networker: The WorldWide Struggle for Internet Freedom”, ricercatrice alla New America Foundation e co-fondatrice di Global Voice Online, network d’informazione basato sui citizen media.

Nonostante lo sviluppo di un digital commons fatto di attività innovative e di cyber-attivismo, permangono e si espandono pericolosamente i rischi delle pratiche di controllo e censura attuate da numerosi governi nel mondo. Il caso più eclatante e pubblicizzato è quello della Cina, ma il Controllo 2.0 è praticato anche in Iran, in Pakistan e Siria, mentre si affievoliscono le speranze di cambiamento veicolate dai social media nella Primavera Araba. Lo spettro della censura è dietro l’angolo anche nelle grandi democrazie occidentali, non ultimo l’ascesa di “Facebookistan” e “Googledom“, dove i colossi del Web continuano a stringere nell’ombra relazioni altrettanto opache e controverse con le agenzie e gli enti statali.

Dalle polemiche sulla neutralità della Rete alla vicenda di WikiLeaks, dal recente cambio di posizione di Twitter, che andrà a censurare i messaggi in base alle richieste degli specifici paesi, alle analoghe pratiche che imporrà la piattaforma Blogger di Google, fino alle controverse regole sulla privacy di Facebook, MacKinnon avverte i netizen: «gli utenti della Rete devono chiarire al meglio cosa è accettabile e cosa non lo è. Altrimenti dovremmo aspettarci che governi e aziende continueranno a massimizzare i loro potere e a imporre solo i loro interessi. Come avviene nello spazio fisico, anche online la società civile deve oranizzarsi e controbattere punto per punto».

Ma non tutti hanno gli strumenti, le capacità e/o l’interesse di divenire utenti attivi per difendere concretamente i diritti digitali assumendosi le responsabilità. E spesso è necessario fidarsi dei soggetti che si impegnano per tutelare gli stessi diritti della cittadinanza online. «Nessuno che ha posizione di potere in Rete merita la nostra fiducia incondizionata. – replica decisa la giornalista americana – Costoro vanno monitorati in modo costante e ne vanno accertate le responsabilità e quando abusano del loro potere violando i diritti dei cittadini online, dovrebbero soffrirne le conseguenze, al pari degli abusi dei politici nel mondo reale, e alle conseguenti proteste di piazza o al voto dato ad altri partiti o candidati».

L’Unione Europea vorrebbe creare un “cyberspazio comune“, in modo da bloccare in contenuti illeciti alle frontiere digitali, e vorrebbe riformare la Data Retention Directive che obbliga i provider Internet e telefonici a conservare i dati del traffico relativo alle comunicazioni via email, telefoniche e sms, per possibili indigini di polizia.  Anche se diversi studi rilvelano l’inutilità di queste pratiche per combattere la criminalità. Per la MacKinnon una revisione della direttiva europea sull’argomento è necessaria soprattutto per proteggere la privacy e la libertà di espressione online. E per evitare abusi del controllo governativo, la studiosa californiana spinge i netizen a darsi da fare in prima persona, come ad esempio fa l’EDRI (European Digital Right Iniziative).

Negli USA anche il presidente Obama è impantanato in simili problematiche, eppure «soprattutto sui temi legati al Copyright la sua campagna presidenziale rimarrà assai prudente, perchè Hollywood è una possibile fonte di finanziamenti. – afferma MacKinnon – E dubito che stavolta dirà nuovamente di voler riformare norme di controllo assai controverse, come il Patriot Act o il Foreing Intelligence Surveillance Act, poichè da tempo Obama ha rinnegato quelle promesse fatte 4 anni fa». Sul fornte reppubblicano invece «con la probabile nomina di Romney, siamo messi ancora peggio rispetto alla sorveglianza e alle libertà civili online, e non credo che le questioni relative a Internet troveranno spazio nella sua campagna».

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