Archivio del settembre, 2010
Il futuro della tv digitale terrestre italiana? Osserviamo la Spagna
Da un articolo di Andrea Montanari su Milano Finanza del 25/09/2010:
Quando si dice Spagna, parlando di televisione digitale terrestre, si pensa all’Italia. Perchè i due principali operatori privati del mercato iberico sono Mediaset, con Telecinco, e De Agostini, azionista di rilievo di Planeta che controlla Antena3. E sono queste due emittenti che si contendono il primato di ascolti e raccolta pubblicitaria, in un contesto che, con l’avvento del digitale, è stato stravolto.
A partire dal numero di canali attivi: non più le sei-sette emittenti nazionali tradizionali ma le oltre 50 reti che si possono vedere a Madrid, Barcellona e nelle altre principali città spagnole. Una rivoluzione che ha prodotto un primo, importante risultato: il drastico calo degli ascolti di ciascuno canale, il che pesa sulla raccolta pubblicitaria, principale voce di entrata per le aziende del settore. Sul mercato locale, in questi mesi, si è assistito a un lungo ma costante declino dello share medio dal 30 al 20% fino ad arrivare al 13,5% e ancora più giù. Ma quello che pare una débacle sistemica in grado di stravolgere i conti di tutti i gruppi, a partire dalla tv di Stato Tve, tornata in agosto al vertice della classifica con il 15,4% di share medio, è divenuta la regola di mercato.
Con l’agguerrita concorrenza di quelle che nell’era analogica erano semplicemente emittenti locali di poco peso, i big devono accontentarsi di ascolti più bassi: non è un caso che ai vertici di Telecinco e Antena3 non ci siano stati ribaltoni malgrado le medie siano calate rispettivamente al 13,3 e all’11%. Anche perchè, fanno notare esperti e analisti di mercato, non bisogna fermarsi al singolo dato dell’emittente principale. Telecinco, infatti, può contare sull’offerta di Boeing, La Siete e Factoria de fiction, mentre Antena3 propone anche i canali Neox, Nova e Nitro.
Entrambi i competitor che ogni anno sostengono costi per 450 milioni, arrivano a sommare uno share superiore al 17%, che si traduce in maggiori introiti da spot. Anche perchè il governo di Zapatero ha proibito all’emittente pubblica di trasmettere pubblicità: si tratta di una raccolta di 430 milioni, già spalmati tra gli altri operatori.
Mediaset, con Telecinco, dai prossimi mesi inoltre potra contare sull’apporto di Cuarto (7,4% di share) che sta per rilevare da Sogecable e, indirettamente, su quello di Digital+ del quale acquisirà sempre da Sogecable il 22%. Ma proprio questa doppia mossa del Biscione potrebbe avere ripercussioni sul business. Perchè non è da escludere che l’Authority spagnola potrebbe porre paletti in chiave commerciale e pubblicitaria. Tra l’altro il proliferare di tutte queste reti gratuite rischia di limitare le potenzialità dell’offerta a pagamento di Digital+, che oggi conta su un bacino di 2 milioni di abbonati disposti a pagare fino a 110 euro al mese.
Dopo i due grandi gruppi Telecinco e Antena3, la presenza italiana in Spagna è rafforzata da Rcs Mediagroup, che con la controllata Unedisa ha potenziato l’offerta di Veo con il canale Marca Tv, mutuato dall’omonimo quotidiano sportivo, e l’offerta pay di AXN, in accordo con Sony. In futuro potrebbe poi lanciare un’emittente tematica all news che sfrutti la forza del quotidiano El Mundo. Il legame tra l’industria editoriale italiana e il mercato dell’informazione televisiva iberica dimostra come tra i due paesi ci siano affinità legate non solo alla vicinanza culturale dei telespettatori.
Da ciò che accadrà in Spagna giungeranno indicazioni sull’evoluzione del business in Italia, dove l’offerta della Rai è ancora ingessata, limitandosi a pochi canali gratuiti. Il primo player privato, Mediaset, deve barcamenarsi tra la consolidata posizione dei propri canali tradizionali e le potenzialità dell’offerta a a pagamento Premium. Un terzo competitor Telecom Italia Media, prima deve rafforzare La7 e poi badare all’indebitamento. Infine, il quarto incomodo, Sky Italia, focalizzata sul satellite a pagamento ma che ha messo un cip, il canale-vetrina Cielo, sul digitale, è pronta a crescere. A questi si aggiungono le decine di tv locali che in certe aree, vedi la Puglia o la Lombardia, godono di robusti ascolti.
La Spagna è passata integralmente alla tv digitale terrestre l’aprile scorso. Molti dei mutamenti che stanno avvenendo nel mercato spagnolo si stanno dimostrando una realtà anche nel nostro paese. I dati di rilevamento televisivi, nelle regioni italiane già passate al dtt, misurano costantemente una frammentazione degli ascolti distribuita tra i nuovi canali digitali, e registrano sensibili cali d’ascolto sulle 7 reti principali nazionali. Il passaggio alla nuova tv sta decretando la morte inevitabile di molti canali locali e l’unione attraverso consorzi delle emittenti regionali più forti.
Similitudini e differenze si possono osservare invece tra il panorama spagnolo e quello italiano del mercato tv al cospetto del passaggio alla tv digitale. Nella penisola iberica si assiste a una sfida di mercato tra grossi gruppi privati dove vige ancora la concorrenza, anche se Mediaset sta affannosamente cercando di raggiungere una posizione di predominio, con la tv pubblica Tve che fornisce esclusivamente un servizio appunto pubblico.
Nel mercato italico invece il passaggio al digitale non sta mutando gli assetti monopolistici della vecchia tv analogica che vigono da più di vent’anni nel nostro paese. Un solo grosso gruppo privato (Mediaset), che gestisce più dell’80% della raccolta pubblicitaria, si confronta ormai da anni in una falsa concorrenza con l’azienda televisiva pubblica, la Rai, l’unico vero competitor gestito come una società privata dagli stessi poteri politici ed economici che detengono l’altro polo televisivo. Gli altri competitor privati, come TI Media, il gruppo Espresso e Sky Italia, vessati da barriere d’entrata, condotte anticoncorrenziali e monopoli di fatto, fanno un’enorme fatica per divenire competitivi o per entrare nel mercato del digitale terrestre.
Ma mentre in Spagna Mediaset, considerata un’azienda alla pari con le altre, può perdere le cause contro You Tube sulle rivendicazioni dei diritti tv dei programmi di Telecinco, in Italia il governo, l’Autorità per le garanzie e i tribunali si impegnano allo spasimo per tutelare i profitti e l’assurda posizione dominante dell’impero del Biscione.
L’MHP va in pensione. Arriva l’HbbTV: il nuovo standard d’interattività tra tv digitale e Internet
A metà settembre nel corso dell’esposizione tecnologica internazionale dell’IFA di Berlino, è stata presentata al mondo e ai mercati dei media broadcasting una nuova filosofia mediatica convergente protesa verso un futuro fatto di integrazione tra televisione e Internet.
Tra le apparecchiature più avveniristiche, le novità tecnologiche del mobile e le numerose marche e modelli di Internet Tv, dalla Fiera di Berlino è spuntato anche il nuovo standard d’interattività televisiva HbbTV che è destinato a sostituire in modo definitivo la vetusta piattaforma software Multimedia Home Platform che attualmente regala quelle poche, anzi pochissime, funzioni interattive ai nostri scalcinati decoder DVB-T per la tv digitale terrestre.
Un consorzio composto dai principali broadcaster europei e da multinazionali del calibro di Sony, Samsung, LG, Philips, ha presentato al pubblico, alla stampa, e ai committenti della fiera berlinese il nuovo standard Hybrid Broadcast Broadband TV (HbbTV), ratificato dall’ETSI, che offrirà una vera e concreta interattività per gli apparecchi televisivi di nuova generazione nel prossimo mercato.
HbbTV è un sistema implementato nei decoder e nei televisori che sarà in grado di integrare i contenuti digitali trasmessi dalle emittenti tv (terrestri, satellitari, via cavo) e i variegati e numerosissimi contenuti del Web e di Internet attraverso le interfacce sviluppate dai produttori tv. La nuova piattaforma software convergente cerca di offrire un terreno comune per i nuovi device chiamati “Internet TV” sfruttando le connessioni della banda larga e alcuni standard già affermati.
L’MHP ha proprio le ora contate. Il nuovo standard infatti sta rapidamente divenendo una realtà industriale in tutta Europa. HbbTV è stato integrato nello sviluppo della piattaforma software per Internet Tv del Project Canvas avviato in Gran Bretagna da BBC, Channel 4, Channel 5 e ITV. I produttori Philips, Loewe e LG hanno presentato in occasione dell’esposizione nella capitale tedesca dei televisori già perfettamente compatibili con questa tecnologia e sono pronti a lanciarla sul mercato. Nel mercato tedesco alcune tra le più importanti emittenti nazionali sono pronte ad adottare l’ HbbTV.
E in Italia? I produttori di device e i media broadcaster italiani che invece hanno puntato tutti i propri investimenti a lungo termine sulla vecchia piattaforma MHP, sono rimasti al palo, inondando in questi anni il mercato di milioni di decoder interattivi col vecchio standard sviluppato in linguaggio Java, soprattutto nel settore delle pay-tv. Certo l’arretratezza infrastrutturale della banda larga nel nostro paese, che non ha definito neanche un piano di sviluppo per la rete in fibra ottica, non agevola l’adozione di questa nuova tecnologia, che ha la necessità di usufruire di connessioni Internet veloci, e blocca a tempo indeterminato gli investimenti di un potenziale mercato italiano in netto ritardo rispetto ai grandi paesi europei.
Arrivano le raccomandazioni Ue sullo sviluppo delle reti NGN
Il caos provocato recentemente dalle grandi società della telecomunicazione italiana nei Comitati NGN in qualche modo andrebbe regolato per consentire uno sviluppo comune in Italia di un’infrastruttura fondamentale come la rete a fibra ottica. Nel paese europeo con la più bassa diffusione della banda larga ci sta provando l’Autorità garante per le comunicazioni con minimi se non nulli successi quasi tutti a favore dell’ex-monopolista Telecom Italia padrone assoluto dell’intera rete in rame.
Per porre finalmente dei paletti a queste dispute industriali sulla banda larga avide di profitti, è giunta da Bruxelles una raccomandazione della Commissione Europea rivolta direttamente all’Agcom che inquadra una volta per tutte come andrebbe regolamentato l’accesso competitivo alle reti internet in fibra ottica che potrebbero portare la banda larga ad alta velocità nelle case degli italiani vessati fino ad oggi dal digital divide.
La raccomandazione UE definisce le regole per un approccio comune a livello europeo, che dovrebbe garantire equilibrio e tutelare la concorrenza, nella corsa allo sviluppo delle reti NGN che, è cosa certa, richiede ingenti investimenti da parte delle telcom, soprattutto nel caso in cui si sostituisca del tutto la vecchia rete in rame. Gli orientamenti, che una volta pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea diverranno regolamenti, raccomandano con forza il coinvestimento tra gli operatori telcom, strumento strategico che può ridurre i costi e i rischi degli investitori. La Commissione Europea quindi ha imposto una differenziazione geografica tra le varie tipologie di mercato, introducendo delle regole più ferree per le aree rurali a basso tasso remunerativo e altre regole più blande nelle zone urbane ad alta concorrenza. Le norme prevedono anche che le telcom dominanti sul mercato mettano a disposizione le proprie infrastrutture, escludendo qualsiasi tipo di eccezione, in particolare l’accesso dell’ultimo miglio (unbundling che l’Agcom ha recentemente portato a un costo d’affitto sopra la media europea ed è causa di forti polemiche con gli operatori alternativi) e l’accesso bitstream a condizioni economiche orientate al costo, per agevolare l’ingresso dei nuovi operatori.
Secondo l’Agenda Digitale Europea entro il 2020 la fibra ottica dovrebbe arrivare in tutte le case del vecchio continente. Molti Stati membri dell’Unione hanno redatto la propria road map per lo sviluppo delle infrastrutture NGN. L’Italia come al solito è nettamente indietro. Per questo motivo la Commissione UE ha chiesto di mettere in atto un piano operativo con concrete misure di esecuzione che consideri tutti i necessari finanziamenti pubblici e privati di sviluppo.
Sky alla guerra sul digitale terrestre: ricorso al Tar su Lcn e Switch-off di nuovo a rischio
Da un articolo di Roberto Sommella su MF-Milano Finanza del 17/09/2010:
Sky Italia avvia la campagna d’autunno. Stavolta però non si tratta di palinsesti ma di una vera battaglia legale nei confronti del governo e Autorità. L’azienda controllata da NewsCorp ha presentato un ricorso urgente al TAR del Lazio (e non esclude di farlo anche alla Corte Costituzionale) per chiedere l’immediato annullamento delle norme varate dall’Autorità per le comunicazioni, e poi sancite dal ministero dello Sviluppo Economico, in materia di posizionamento dei canali della televisione digitale sui tasti del telecomando (la cosidetta LCN, Logical Channel Numeration).
Come noto, sia l’Agcom sia il dicastero di via Veneto hanno da poco approvato rispettivamente una delibera e due bandi per stabilire e assegnare i numeri di maglia che ciascuna emittente, nazionale e locale, potrà avere sulla tastiera con più di 900 numeri della nuova piattaforma di trasmissione, che sta progressivamente sostituendo quella analogica. Il problema è che la televisione satellitare di Rupert Murdoch si è sentita pesamentemente discriminata dalla nuova normativa alla quale si dovrà attenere insieme a tutti gli altri ttori, da Rai a Mediaset, passando per La7 e le decine di televisioni regionali, e minaccia a questo punto di arrivare finanche alla Corte di Giustizia Europea.
Il motivo del contendere è scritto nelle sessanta pagine del ricorso del network che MF-Milano Finanza ha potuto consultare. Le scelte dell’Agcom, che ha riservato i tasti dall’1 al 9 alle televisoni generaliste ex analogiche, quelli dal 10 al 19 alle locali e i numeri dal 70 alle tv semigeneraliste, secondo Sky hanno creato le condizioni per «una illeggittima e arbitraria discriminazione tra i vari fornitoridi canali generalisti nazionali, poiché quelli ex-analogici avranno e di gran lunga una maggiore probabilità di essere selezionati dagli utenti».
Non solo. Secondo il colosso satellitare, che ha già ingaggiato con Mediaset un braccio di ferro quando ha ottenuto dall’Unione Europea di partecipare già da quest’anno all’assegnazione di multiplex digitali suppletivi, le norme sul telecomando rischiano di creare televisioni di “serie A” (solo le 9 ex analogiche) e di “serie B” (tutte le altre, tra cui ovviamente Sky che di certo non si considera un’emittente di seconda divisione).
I legali di Murdoch asseriscono che non aver considerato Sky un «canale generalista nazionale», è contrario alle norme costituzionali ed europee in materia, costituendo peraltro per Cielo, i canale digitale di Sky abbinato al tasto 10, una ingiustificata «preclusione» a mantenere quella posizione. Nel ricorso si parla anche di «danno di immagine» e «pregiudizi concorrenziali». Senza contare che secondo NewsCorp, che avrebbe preferito una numerazione a tre cifre come sul satellite, ci sono incongruenze anche nelle norme che regolano l’assegnazione dei numeri per le pay-tv che operano ed opereranno sul digitale. Ora il TAR dovrà pronunciarsi per districare una matassa che rischia di allungare ancora di più i tempi dello switch-off televisivo nel Nord.
Affonda il Comitato per lo sviluppo della rete NGN in fibra ottica
Da un articolo di Sara Bennewitz su la Repubblica del 15/09/2010:
MILANO – Gli operatori alternativi azzoppano il Comitato per la rete di nuova generazione. La maggior parte dei suoi membri ha abbandonato il Comitato che nella riunione di oggi dovrà, per forza di cose, rimettere il suo traballante mandato nelle mani dell´Autorità garante per le telecomunicazioni (Agcom).
Ieri, Aiip, Fastweb, TeleTu , Tiscali, Vodafone, Welcome Italia e Wind hanno tutte ritirato la propria adesione al Comitato Nng, che quindi formalmente resta valido solo per Telecom Italia, H3G e per il presidente stesso che è Francesco Vatalaro. Le maggiori rivali di Telecom, tranne il gruppo guidato da Vincenzo Novari che peraltro non offre servizi di telefonia fissa, non si riconoscono più nel lavoro svolto in questi mesi dal Comitato.
Non solo: tutti gli operatori, compresa la stessa Telecom, disconoscono gli estremi di un piano per la nuova rete in fibra che sarebbe stato stilato dal presidente Vatalaro, e che peraltro è stato pubblicato sulla stampa prima ancora di essere presentato ed illustrato ai membri dello stesso comitato. La fuga di notizie relative al presunto piano Vatalaro ha irritato più di un protagonista. A detta dei concorrenti dell´ex monopolista, già da prima le «linee guida proposte dal Presidente» rispecchiavano «quasi totalmente le richieste di Telecom Italia».
Insomma, quel tavolo comune che doveva stilare una bozza condivisa di principi che l´Agcom avrebbe poi tradotto in un regolamento, ha fallito la sua missione. E soprattutto appare più chiaro che mai che sulla rete in fibra è impossibile trovare una mediazione tra le istanze degli operatori alternativi e quelle di Telecom Italia. E così, ancora una volta, toccherà esclusivamente all´autorità presieduta da Corrado Calabrò assumersi tutte le responsabilità del caso.
Nei mesi scorsi mentre Vodafone, Wind e Fastweb avevano proposto all´Agcom di cablare 15 città che rappresentano il 20% della popolazione entro il 2015 investendo 2,5 miliardi, Telecom Italia aveva proposto di raggiungere il 50% della popolazione entro il 2018, senza però dare i dettagli dell´entità del suo investimento.
Il primo consiglio dell´Agcom è convocato per domani, e probabilmente dovrà prendere atto del fallimento del Comitato Ngn che oggi dovrebbe svolgere al sua ultima riunione. Finita la parentesi di questo organismo con limitati poteri di consulenza presso l´Agcom, Fastweb Vodafone e Wind vanno invece avanti con il tavolo di carattere politico riunito dal vice ministro dello Sviluppo economico con deleghe alle comunicazioni Paolo Romani. Il piano della “Fibra per l´Italia” che punta a fare in modo che vengano condivise delle infrastrutture di tutti, pur mantenendo una sana concorrenza sui servizi, ha invece convocato una riunione tecnica per dopo domani.
Nokia Ubiquity Multiscreen Tv, Internet e televisione del futuro
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Nokia Siemens Networks ha presentato un nuovo client software progettato per interagire con qualsiasi dispositivo dotato di schermo offrendo la possibilità agli utenti di vedere la televisione attraverso qualsiasi rete. Il nuovo client Multiscreen TV integra televisione “over the top” (Internet) e televisione broadcast con l’accesso al Web e ai social network. Il sistema mette a disposizione un’interfaccia verso i servizi erogati tramite la piattaforma Nokia Siemens Networks Ubiquity Multiscreen TV, a prescindere dal luogo in cui ci si trova o dal dispositivo di cui si dispone. Il client è stato sviluppato sfruttando il framework interpiattaforma open source per applicazioni e interfacce utente Nokia Qt.
“L’aspetto fondamentale di questa piattaforma nasce dalla sua estrema semplicità. I contenuti video provenienti da varie fonti possono essere raccolti e offerti insieme ad applicazioni Web e altri servizi online su qualsiasi dispositivo, su qualsiasi applicazione, e utilizzando un’interfaccia client comune e adattabile”, ha spiegato Brook Longdon, Head of Media and Entertainment Solutions di Nokia Siemens Networks. “La nostra nuova Ubiquity Multiscreen TV Platform unisce la televisione tradizionale ai contenuti Web offrendo un servizio semplice e immediato che avrà di certo successo presso i consumatori”.
Yoav Schreiber, Senior Analyst, Digital Media Infrastructure di Current Analysis, ha così commentato: “I service provider cercano di differenziare le loro capacità multi-screen, ragione per cui è sempre più importante che le soluzioni end-to-end supportino sia una piattaforma back-end comune per condividere in modo trasparente l’intelligence fra le varie risorse, sia un sistema front-end condiviso tale da consentire di vivere trasparentemente esperienze multi-screen. La nuova soluzione Ubiquity Multiscreen TV permette a Nokia Siemens Networks di essere uno dei pochissimi vendor in grado di sfruttare le risorse per offrire entrambe le componenti di un’architettura multi-screen completa”.
Grazie a tecniche di Digital Rights Management integrate, la Ubiquity Multiscreen TV Platform e il nuovo client garantiscono che i contenuti siano sempre protetti sui diversi dispositivi. In più, secondo le autorizzazioni definite, il nuovo client permette agli utenti di condividere contenuti video tramite l‘integrazione con applicazioni Web e social network. Queste funzioni vanno ad aggiungersi a quelle della televisione digitale tradizionale, come ad esempio le funzioni di registrazione network-based, la messa in pausa delle trasmissioni in corso e il rewind istantaneo.
Il client supporta diversi sistemi operativi, inclusi i sistemi operativi mobile come Android, Symbian e altri ancora, evitando pertanto che l’utente debba legarsi ad un unico tipo di dispositivo; ha tempi di avvio rapidi, permette di cambiare il canale e supporta le animazioni dell’interfaccia utente grazie all’accelerazione grafica 3D.
Il framework open source Qt è ampiamente supportato dall’industria e da una estesa comunità di sviluppatori. Gli operatori possono sfruttare questo ecosistema per integrare o aprire app store e fornire nuovi servizi.“La maturità, la flessibilità e l’ampia base di sviluppatori che supportano Qt mettono a disposizione di Nokia Siemens Networks e dei suoi clienti uno strumento open source di eccezionale valore, oltre ad una comunità di utenti che permetterà lo sviluppo e il deployment di applicazioni e interfacce ad alte prestazioni su qualsiasi dispositivo”, ha spiegato Sebastian Nystrom, Vice President, Application & Service Frameworks di Nokia.
Alcuni dei principali operatori hanno già scelto la nuova Nokia Siemens Networks Ubiquity Multiscreen TV Platform per ottimizzare e arricchire le rispettive offerte media. Il nuovo client Multiscreen TV sarà presentato in occasione dell’International Broadcasting Convention (IBC) di Amsterdam dal 9 al 14 settembre 2010.
Fonte: fullpress.it
La guerra della rete hi-tech
Da un articolo di Daniele Lepido su ilsole24ore.com:
MILANO - La rete di nuova generazione che (forse) verrà, la famosa Ngn (Next generation network), oppone ancora una volta Telecom Italia agli operatori alternativi. Lo scontro questa volta è sulla bozza relativa al primo quadro regolatorio messo a punto dal Comitato per l’Ngn dell’Agcom, un documento di 24 pagine che il Sole 24 Ore ha anticipato ieri. Una prima proposta di linee guida, del tutto non definitiva, che andrà all’esame degli uomini di Corrado Calabrò nei prossimi giorni e che ha scatenato l’ira di Vodafone, Wind, Fastweb e di tutti i player minori nella riunione che si è tenuta ieri a Roma proprio su questo tema.
Un attacco durissimo che ha un destinatario preciso: il presidente del Comitato, Francesco Vatalaro, ordinario di telecomunicazioni presso la facoltà di ingegneria dell’Università Tor Vergata di Roma, l’uomo al quale spetta il difficilissimo compito di far quadrare un cerchio fatto di interessi molto diversi. In una nota diramata nel pomeriggio, gli operatori alternativi hanno comunicato di aver «disconosciuto i contenuti delle linee guida per la transizione verso le reti di nuova generazione», per un documento che «non è in alcun modo rappresentativo di posizioni condivise dai partecipanti al tavolo e quindi rappresenta la posizione personale del presidente». E ancora: «Il Comitato Ngn non ha raggiunto gli obiettivi preposti e pertanto non può fornire supporto alle decisioni che Agcom sarà chiamata ad assumere sulla definizione dell’assetto regolamentare delle reti Ngn».
Ma il disappunto degli operatori alternativi è stato anche maggiore quando hanno letto sul documento che, nell’individuare le aree geografiche, «il presidente Vatalaro ha elencato i nomi di 13 città – racconta un dirigente – ebbene, si tratta delle 13 città cui Telecom Italia ha sempre fatto riferimento nel corso del tavolo Romani, peccato che non le abbia mai esplicitamente elencate e quindi erano un’informazione non nota a tutti coloro che sedevano al tavolo Romani, se non a Telecom. E a Vatalaro, che a quel tavolo non siede ma che evidentemente sposa le tesi di Telecom».
Accuse pesanti, tutte da dimostrare e forse non dimostrabili. Ma reali, anche se non espresse ufficialmente. Tra i punti più contestati dagli operatori la «mancanza di chiarezza nella definizione delle procedure di migrazione dal rame alla fibra», «l’obbligo esteso a tutti gli operatori oltre Telecom di offrire il servizio di connettività dati all’ingrosso», così come il «no alle aree geografiche».
Ma intanto sempre sul fronte delle tlc ieri si è giocata un’altra partita: quella dell’aumento delle tariffe dell’ultimo miglio (unbundling). L’altro boccone amaro, per gli operatori, è quello dei listini rivisti dal consiglio dell’Agcom, che è intervenuta non solo sull’unbundling, ma anche sul bitstream (servizio di interconnessione all’ingrosso) e sul wholesale line rental (wlr, il noleggio della linea da parte di un operatore alternativo). Per quanto riguarda l’unbundling il canone mensile passa dagli attuali 8,49 euro a 8,70 nel 2010, 9,14 nel 2011 e 9,48 nel 2012. Per i prossimi due anni si tratta di incrementi inferiori a quanto proposto nella delibera posta a consultazione, che aveva ipotizzato tariffe pari rispettivamente a 9,26 e 9,67 euro. Le variazioni, secondo l’Autorità, pongono quest’anno l’Italia «al di sotto della media dei primi sedici Paesi Ue (9,46 euro)». Quanto al wlr, il canone del servizio al 2012 sarà di 13,16 euro al mese, anziché i 13,43 della proposta, mentre per i servizi bitstream è prevista una riduzione nel triennio superiore all’1% all’anno. Lo schema di provvedimento prende ora la strada di Bruxelles, per ottenere il visto della Commissione Ue.
Gli operatori alternativi, però, non ci stanno: a loro giudizio le nuove tariffe non potranno che far crescere i prezzi per famiglie e imprese.
I PUNTI CRITICI PER GLI OPERATORI
Poca chiarezza: non sono state definite nel dettaglio le procedure di migrazione dal rame alla fibra. Secondo gli operatori alternativi mancherebbero indicazioni pratiche, su tempi di preavviso, condivisione dei manuali operativi, compensazione dei costi e procedure automatizzate.
Contro la normativa europea: la delibera dell’Autorità (731/09/Cons) prevede l’obbligo per l’unico operatore dominante (Telecom Italia) di offrire il servizio bitstream su rame e su fibra. Ora l’obbligo è esteso a tutti gli operatori, nonostante non siano individuati come aventi notevole forza di mercato.
Telecom favorita: non ha l’obbligo di offrire il servizio di connettività dati all’ingrosso su fibra in alcuni casi.
No alle aree geografiche: identificare aree geografiche in funzione delle profittabilità, sarebbe in contrasto con quanto definito dall’Autorità stessa.
Mediaset accende il Mux 6 abusivo sul digitale terrestre
E’ proprio così, il 23 agosto scorso il ministro dello sviluppo economico ad interim Silvio Berlusconi ha gentilmente concesso l’autorizzazione a Mediaset (a se stesso?) a trasmettere sul digitale terrestre con la quinta frequenza (Mux 6) sul canale 58 UHF. Una frequenza che è paradossalmente ancora da assegnare in una regolare gara pubblica. In questi giorni di fine agosto e inizio settembre Italia 1 HD, Rete 4 HD, e soprattutto Premium Calcio HD 2, i canali contenuti nel multiplex abusivo si stanno accendendo in tutte le regioni già passate al digitale terrestre (Lazio, Sardegna, Campania, Trentino Alto-Adige, Valle D’Aosta, Piemonte occidentale tranne nella provincia di Cuneo).
L’autoassegnazione “ad interim” del multiplex 6 arriva improvvisamente, in modo poco lecito e soprattutto nel più subdolo silenzio mediatico, scavalcando a piè pari la gara di ripartizione delle frequenze tv stilata dall’Agcom il giugno scorso, e prevista per settembre, quando il Ministero distribuirà 5 multiplex del dividendo digitale in un beauty contest nazionale.
La quinta frequenza del Biscione nel digitale terrestre (anche se tecnicamente i mux sarebbero pure 6 se mettiamo in conto quello D-Free interamente affittato ai canali Mediaset) sarà probabilmente assegnata nella gara in ogni modo all’azienda di Cologno Monzese, ma la sua attivazione prematura e illecita giunge in perfetta concomitanza con il rinvio degli switch-off nel nord Italia e in straordinaria sincronia con l’inizio della stagione calcistica televisiva.
Le risorse dello spettro si sa sono poche e Mediaset non può sicuramente attendere le lungaggini del passaggio di tutte le regioni alla tv digitale terrestre che per un motivo o per l’altro subisce intoppi e ritardi continui (vedi ad esempio i ricorsi al TAR delle Tv locali o la grana del riassetto delle frequenze per fare spazio alla banda larga mobile). Così il ministro recidivo ad interim ha deciso di occupare un’altra frequenza tv che pensa sia già sua. Potrebbe mai Mediaset Premium concorrere con Sky in questa stagione senza un secondo canale Calcio in HD?
Aggiornamento 30/09/2010: il canale Premium Calcio HD 2 è stato spostato dal mux 6 sperimentale al mux 5 di Mediaset. Ora il multiplex sperimentale autorizzato dal MInistero trasmette i tre canali principali in chiaro del Biscione in alta definizione.


Quando si dice Spagna, parlando di televisione digitale terrestre, si pensa all’Italia. Perchè i due principali operatori privati del mercato iberico sono Mediaset, con Telecinco, e De Agostini, azionista di rilievo di Planeta che controlla Antena3. E sono queste due emittenti che si contendono il primato di ascolti e raccolta pubblicitaria, in un contesto che, con l’avvento del digitale, è stato stravolto.
MILANO - La rete di nuova generazione che (forse) verrà, la famosa Ngn (Next generation network), oppone ancora una volta Telecom Italia agli operatori alternativi. Lo scontro questa volta è sulla bozza relativa al primo quadro regolatorio messo a punto dal Comitato per l’Ngn dell’Agcom, 




















