Romani: “Non enfatizziamo il problema del digital divide”. Ma lo sviluppo della Banda Larga è ancora un miraggio

cartello copertura adslAnnunci dopo annunci lo sviluppo della Banda Larga in Italia rimane una chimera. Nell’ambito dell’evoluzione e del necessario potenziamento della rete Internet del nostro paese, il governo e il Ministero dello sviluppo economico, troppo impegnati dalle crisi politiche e dalle vicende tribolate del digitale terrestre, rimangono al palo in attesa degli accordi industriali privati, nonostante la volontà concreta d’investimento delle grandi società delle telecomunicazioni.

Dopo il celebre congelamento degli 800 milioni pubblici per lo sviluppo delle infrastrutture della rete ad alta velocità, oggi assistiamo ad un’empasse dettato dalle strategie del mercato delle telcom che si disinteressano dei benefici futuri, non solo economici, che Internet veloce può regalare al paese, e che mirano più che altro ai profitti nel breve periodo.

La costruzione di una rete di nuova generazione in fibra ottica è stata pianificata sia da parte di Telecom Italia sia da parte del piano alternativo industriale “Fibra per l’Italia” tra Vodafone, Fastweb e Wind con due progetti di sviluppo che il Ministero per le comunicazioni vorrebbe riunire in un unico Piano per la Banda Larga. Il nodo della discordia tra le grandi telcom risiede nel diritto esclusivo di cablare con la fibra le 13 maggiori città italiane, aree considerate ad alto tasso remunerativo. E l‘ex-monopolista Telecom non intende concedere questo investimento agli operatori concorrenti.

Le sorti della nuova rete, la cui assenza condiziona pesantemente il divario digitale italiano, non sembrano però preoccupare il viceministro MSE Paolo Romani, che dopo alcuni fallimentari tavoli di lavoro con gli operatori interessati, sostiene con un pizzico di presunzione che il 10 settembre, data del prossimo tavolo, metterà tutti d’amore e d’accordo in modo da dare inizio ai lavori entro il 2011. A detta del viceministro ci vorrebbero 1,4 miliardi per superare il digital divide, ma il governo oggi può fornire solo 500 milioni.

Romani, grande “esperto di televisione” (imprenditore di tv locali con programmazione porno) e di telefonia (ebbe successo con i servizi a pagamento 144 e 166), forse consapevolmente, sottovaluta il ritardo culturale e tecnologico dell’Italia: «Il problema del digital divide non va enfatizzato: – afferma in un’intervista su Panorama del 26 agosto 2010 – stiamo parlando di 5 milioni di persone, ovvero meno di 2 milioni di famiglie. Guardi che in Italia il 58% delle linee telefoniche ha ormai la banda larga e in giro ci sono 13 milioni di smartphone. Io ho l’impressione che l’Italia sia più avanti di quanto alcuni dati facciano pensare».

Evitando di mettere in discussione la buona fede di queste dichiarazioni, forniamo al viceministro alle comunicazioni alcuni dati riguardanti le condizioni dell’accesso alla rete della popolazione italica:

  • Secondo una ricerca di Audiweb nel mese di giugno 2010 il 67,7% della popolazione (32,5 mln di residenti) tra gli 11 e i 74 anni dichiara di avere un accesso a internet da qualsiasi luogo (casa, ufficio, studio, altri luoghi) e attraverso qualsiasi device. Questo dato determina che almeno 20 milioni di italiani residenti sono completamente tagliati fuori dalle tecnologie digitali della rete.
  • 11,8 milioni sono le famiglie collegate a internet da casa, ma sono solo 8,4 milioni le famiglie che dispongono di un collegamento veloce via ADSL o fibra ottica. E’ ancora più ampia quindi la parte della popolazione priva di una connessione alla banda larga a causa di evidenti limiti infrastrutturali.
  • L’accesso attraverso le chiavette internet: il 21,1% dei casi, corrispondente a 2,574 milioni di famiglie italiane. L’accesso tramite cellulare è disponibile per 4,7 milioni di italiani (il 9,9% dei casi). Il dato dimostra che la diffusione di milioni di smartphone non è proporzionale alla diffusione dell’accesso alla rete, anche per una questione di alti costi di connessione.

Nonostante i suoi dati inattendibili, Romani in questi mesi si è sempre mostrato ottimista sulla questione banda larga, forse perchè ha recentemente scoperto la gallina delle uova d’oro delle frequenze tv. E’ noto il diligente prodigarsi del viceministro per la causa del passaggio alla tv digitale terrestre, nello specifico per tutelare e/o amplificare il sistema monopolistico della televisione italiana. Secondo le direttive europee dell’UE e il Piano frequenze dell’Agcom, il riassetto del dividendo digitale dello spettro elettromagnetico con l’introduzione della tv digitale terrestre dovrà fare spazio alle comunicazioni di Internet mobile. Le frequenze liberate verranno assegnate quindi dal Ministero alle società di telecomunicazioni attraverso un’asta pubblica che potrebbe fruttare miliardi di euro allo Stato (in Germania questa gara ha recentemente fruttato 4,3 miliardi di euro). Una parte di questi fondi probabilmente verrà destinata proprio allo sviluppo delle reti in fibra ottica.

Il destino della rete in fibra però non appare così roseo. In primo luogo il Ministero e l’Agcom dovranno superare le grosse difficoltà per il recupero delle frequenze tv sopra gli 800 MHz (dal canale 61 al canale 69 in UHF), che saranno a quanto pare espropriate alle tv locali, ree di non utilizzare al meglio i propri multiplex televisivi. In seconda istanza permane il consistente sospetto che le grandi telcom che operano nel mercato italiano si concentrino quasi esclusivamente sullo sviluppo della rete mobile, considerata molto più redditizia (attraverso le nuove tecnologie di trasmissione dati LTE e gli standard di quarta generazione della telefonia mobile), limitando la diffusione della rete cablata di nuova generazione alle sole aree nere ad alto tasso di profitto (in pratica nelle grandi aree metropolitane e nelle zone industriali del paese), e abbandonando a se stesse le regioni bianche (rurali, montane, provinciali) non remunerative già prive dell’accesso alla fibra o all’ADSL.

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