Digitale terrestre: a un anno dallo Switch-off troppi disagi e disservizi (intervista con La Stampa)

La Stampa intervista Tv Digital Divide. Ecco l’intervista integrale tratta dall’articolo del 27/08/2013 di Giuseppe Bottero sul quotidiano La Stampa e su lastampa.it Tv, un anno dopo il digitale non è uguale per tutti“, che descrive i problemi e i disagi provocati dall’avvento di una tecnologia tv  mal digerita dai telespettatori italiani:

Giuseppe Bottero – A un anno dallo spegnimento totale della storica televisione analogica terrestre continuano ad arrivare segnalazioni di disagi da parte dei telespettatori. Secondo lei quali sono i problemi che vanno ancora risolti?

La ricezione dei segnali televisivi in Italia è sempre stato un problema, soprattutto nelle aree “orograficamente difficili” o soggette a traffico di segnali. Per intenderci le aree montane, quelle di confine, le zone soggette alle interferenze dei segnali esteri, solo per citarne alcune.

Il passaggio alla tecnica digitale ha causato un abbassamento delle potenza del segnale, e una minor copertura in queste zone. In molti casi il segnale tv “digitalizzato” non ha più potuto raggiungere molti comuni montani che sfruttavano per l’analogico ripetitori di fortuna, non autorizzati dalla tv di Stato e dalle emittenti nazionali. E per i cittadini di quei comuni che non hanno potuto usufruire del complicato finanziamento statale, o che non hanno potuto autofinanziare il proprio piccolo switch-off, ancora oggi l’unica alternativa per continuare a vedere la tv è stata quella di adottare/comprare/installare parabola e decoder per la piattaforma alternativa Tivù Sat.

Ma i problemi coprono abbondantemente anche la provincia e le grandi città. In alcuni casi il cambiamento forzato della fonte di emissione dei segnali ha preso totalmente alla sprovvista gli utenti (completamente disinformati), che ancora oggi non capiscono perchè non si veda la tv. In altri, l’accensione di più fonti non sincronizzate o sincronizzate male ha determinato gli stessi problemi. L’inconveniente è spesso risolvibile sull’impianto di casa, a pagamento, con l’intervento di un tecnico. In altri il disservizio arriva dalla fonte e allora non c’è antennista che tenga…

In altri casi ancora i disservizi sono stati provocati da un disorganizzatissimo piano ministeriale per le frequenze, che ha assegnato le medesime frequenze alle tv nazionali e locali, provocando le note interferenze, cioè scarsità di segnale, che per il digitale significa schermo nero. L’intasamento dell’etere è stato anche provocato dal processo di liberazione, anche questo forzato, della banda 800 MHz da parte delle tv locali per far spazio alle nuove tecnologie della banda larga mobile.

Sempre Agcom e Ministero hanno scelleratamente autorizzato l’utilizzo di alcune frequenze nei luoghi di confine e in aree sensibili utilizzate secondo gli accordi internazionali dalle tv straniere. L’uso di questi canali non solo ha oscurato le tv di italiani e popolazioni straniere, ma ha creato anche delle piccole crisi diplomatiche: con la Croazia, la Slovenia, la Francia e la Corsica, con i paesi delle zone costiere adriatiche sino addirittura con Malta.

Quali sono le aree d’Italia più penalizzate? Perché?

Come ho già detto nelle aree montane, in quelle di confine, e nelle zone soggette alle interferenze dei segnali esteri, abbiamo ancora grossi problemi. Partendo dal Piemonte si rilevano ancora interi comuni montani oscurati (nel Cuneese e nel Biellese per dirne alcuni). Ma i problemi abbracciano tutto lo stivale: in provincia di Lecco e Como in Lombardia, qualche problema si rileva ancora nel Vicentino, nel veronese e nel Veneto Orientale. Le interferenze coi segnali esteri avvolgono in una nuvola oscura molte aree di Gorizia e Triestre nella Venezia Giulia. La Liguria rimane soggetta da un lato alle interferenze estere dall’altro ai grossi problemi di copertura determinati dalla particolare conformazione del territorio. Si segnalano ancora disservizi in provincia di Livorno, nel ferrarese, nel ravennate, a Rimini specialmente nel periodo estivo quando il caldo facilita la propagazione di altri segnali creando le solite interferenze. E ancora nelle zone montane tra Lazio e Abruzzo, in alcune aree di Calabria, in molte zone della Puglia e della Sicilia.

Come è stata affrontata la transizione da parte dello Stato? Si poteva fare meglio?

La Rai, che dipende direttamente dal Ministero dell’economia e delle finanze, ha speso più di 400 milioni di euro dal 2004 al 2012 per il fatidico passaggio. Il Centro Ricerche della Tv di Stato ha contribuito concretamente allo sviluppo delle nuove tecnologie DVB-T. Eppure lo spegnimento obbligatorio della tv analogica è stato guidato e addirittura anticipato a tappe forzate (il primo vero switch-off è avvenuto in Sardegna e in Valle d’Aosta nel 2008, il termine ultimo era il 2012), da enti e consorzi tra pubblico e privato per motivazioni e interessi molto distanti dagli obiettivi prefissati dagli enti internazionali che mirano ancora oggi alla razionalizzazione dello spettro elettromagnetico.

Sicuramente si poteva fare molto di più per quanto riguarda le campagne informative al cittadino. Il Ministero, stanziando ogni anno milioni di euro, ha invece demandato l’informazione alla Fondazione Ugo Bordoni, che si è limitata a far girare per qualche mese (pochi giorni prima degli Switch-off) un pulmino con un pupazzo (Nando il Telecomando) e due stagisti/co.co.pro malinformati e poco preparati. Poca informazione in tv da parte della tv pubblica, ma anche da parte delle emittenti private nazionali. Pochi strumenti per capire cosa stava accadendo hanno generato un salto nel buio che ha fatto esplodere le proteste di centinaia di migliaia di telespettatori e abbonati Rai. Ad oggi infatti si contano decine di tentativi di class action contro viale Mazzini in ogni parte d’Italia. Il numero verde messo a disposizione del Ministero non ha saputo gestire minimamente la situazione caotica dei giorni di switch-off, così come l’assistenza di Rai Way.

Durante il passaggio il Ministero e i Corecom hanno poi stretto delle convenzioni con le associazioni dei tecnici antennisti per evitare speculazioni e abbassare i prezzi degli interventi spesso necessari per riceve i segnali tv digitali. Ma purtroppo, e l’Italia è anche questo, una bassissima percentuale di professionisti e aziende ha aderito all’iniziativa e i costi per il cittadino sono lievitati esponenzialmente.

La transazione poi è stata mal gestita tecnicamente. I continui rinvii determinati dal Ministero e dall’Agcom (dal 2008 al 2012) hanno provocato il completamento dei più importanti step degli Switch-off in grandi aree e in pochissimo tempo utile. Un fatto che ha determinato svariati problemi tecnici risolti con molti mesi di lavoro dalla Rai, da Mediaset, da TIMB. Uno tra i tanti, ad esempio, la corretta sincronizzazione dei segnali trasmessi in SFN.

La Rai, per supplire ai problemi del passaggio, ha varato nel 2009 con altri operatori privati il consorzio Tivù, atto a fornire la piattaforma satellitare alternativa e gratuita al digitale terrestre Tivù Sat, che ha avuto un discreto successo (dati i problemi della tv terrestre). Ma anche in questo caso l’adozione dei tv satellitare è stato un ulteriore costo per il cittadino orfano della tv.

Come potrebbe migliorare la situazione?

Il nuovo piano frequenze appena varato dall’Agcom, e gli accordi tra Rai, Autorità e Ministero dello sviluppo dovrebbero (sulla carta) migliorare la diffusione dei segnali della tv pubblica e anche privata. La sistemazione dello spettro è sicuramente una priorità per risolvere i problemi alla fonte: dalla scarsa copertura dei segnali Rai, alle interferenze con i segnali delle tv estere, dalla prevenzione contro i possibili nuovi oscuramenti determinati dai segnali della banda larga mobile di nuova generazione LTE, sino alla razionalizzazione delle risorse frequenziali per le tv locali. In vista di un prossimo temuto passaggio al nuovo standard DVB-T2 del digitale terrestre...

Il governo e il Ministero potrebbero stanziare nuovi fondi per l’installazione di nuovi ripetitori digitali di zona nelle località montane e isolate. Potrebbero incentivare con buoni o sconti le assistenze tecniche necessarie sugli impianti casalinghi delle aree oscurate. Si potrebbe avviare una campagna d’informazione (anche locale attraverso le sedi regionali Rai) per informare l’utente sulle cause dei disservizi e sulle possibili soluzioni.

C’è chi pensa pure che la soluzione definitiva sia quella di abbandonare il terrestre a passare tutto sulla tv satellitare, cosa che in parte già accade con Tivù Sat.

Perché la Rai sembra più lenta rispetto ad altre reti nel sistemare i problemi?

La Rai ha l’obbligo di coprire la quasi totalità del territorio nazionale, almeno col mux 1. Ma ad oggi non vi riesce. Perchè l’operatore di rete che gestisce antenne e ripetitori, Rai Way, un’asset del gruppo di viale Mazzini, è stato tartassato da tagli e riduzione di costi, ed è stato in vendita sul mercato per parecchi anni. Le tv nazionali private, per essere certificate come tali, sono obbligate a coprire una percentuale assai minore rispetto alla tv pubblica. Se in una località non arriva il segnale di Mediaset o La7, Elettronica Industriale o TIMB (che offrono copertura alle tv commerciali) non sono obbligate a prodigarsi come la tv di Stato e non sono neanche così tanto soggette alle proteste degli utenti che dall’altro lato pagano il canone tv.

Alla Rai è stato inoltre assegnato dall’opinione pubblica il ruolo istituzionale di responsabile dell’organizzazione e dell’informazione riguardo al passaggio obbligatorio imposto dallo Stato, e, in seguito al flop degli Switch-off, ha guadagnato la carica del principale capro espiatorio. Ma i problemi di copertura o di segnale debole, o di mancata comunicazione dei cambiamenti “digitali”, e le conseguenti proteste dei telespettatori sono disservizi quotidiani ancora per tutti gli operatori tv. Anche perchè spesso i canali pubblici e privati vengon0 trasmessi dalle medesime postazioni.

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