Riforma Rai, via libera definitivo: più poteri al governo

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L’Aula del Senato, per alzata di mano, ha approvato ieri in via definitiva il ddl sulla riforma Rai. La nuova governance della tv di Stato avrà quindi il suo amministratore delegato con più poteri su nomine e contratti fino a 10 milioni, avrà poi un Cda più snello (nominato in parte dal governo) e un presidente di garanzia.

La riforma Rai si applicherà nel 2018 cioè quando verrà rinnovato l’attuale Consiglio di amministrazione. Il servizio pubblico avrà da subito un ad: l’attuale direttore generale, Antonio Campo Dall’Orto. Il governo in carica potrà proporre, attraverso l’assemblea dei soci, il nome dell’amministratore delegato al Cda, deciderà direttamente la nomina di 2 consiglieri su 7, manterrà la proprietà delle azioni Rai e detterà gli indirizzi, d’intesa con l’Agcom, del contratto di servizio quinquennale della Rai, compito a cui finora era estraneo.

L’ad, nominato dal Cda su proposta dell’assemblea, tra l’altro, provvederà alla gestione del personale dell’azienda e nomina i dirigenti di primo livello, acquisendo per i direttori di rete, canale e testata, il parere obbligatorio del Cda. Il Consiglio di amministrazione potrà revocare il mandato dell’ad, sentita l’assemblea dei soci. Saranno ridefiniti e ridimensionati i poteri del presidente e del consiglio di amministrazione, nominato per l’ultima volta a luglio, con la legge Gasparri, una volta recepita la legge nello statuto della Rai, intorno alla fine di gennaio.

Il Consiglio di amministrazione sarà composto da 7 membri rispetto agli attuali 9: due eletti dalla Camera e due eletti dal Senato; due designati dal Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’Economia; uno designato dall’assemblea dei dipendenti della Rai, tra i dipendenti dell’azienda. La nomina del presidente è effettuata dal Consiglio di amministrazione nell’ambito dei suoi membri e diviene efficace dopo l’acquisizione del parere favorevole, espresso a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti, della Commissione parlamentare di vigilanza. Il ddl affida anche al governo la delega ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge, un decreto legislativo per la modifica del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, seguendo alcuni criteri direttivi, a partire dal riordino e semplificazione delle disposizioni vigenti.

Per la Federazione della Stampa e per l’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai: «Arriva un doppio colpo all’autonomia del servizio pubblico: la Rai viene posta alle dirette dipendenze del governo, con un capo azienda con molti più poteri e con la presa di controllo, anno per anno, dei finanziamenti al servizio pubblico, strumento per condizionare la gestione e le scelte editoriali».

Nello stesso giorno è approvata la Legge di Stabilità 2016, con la previsione di un importo fisso versato alla Rai sino al 2018, circa un miliardo e 650 milioni, depurato del 5% ma aumentato del 50% di quanto oltrepasserà tale cifra nel 2016. Percentuale che scende al 30% nel 2017 e nel 2018. Cifre e percentuali che potranno anche essere modificate dalla prossime Leggi di Stabilità. La restante percentuale degli introiti “supplementari” andranno: al Fondo per il pluralismo, ovvero alle tv locali, sino a cinquanta milioni di euro; il resto al Fondo per la riduzione della pressione fiscale.

Saranno resi pubblici, nel Piano per la trasparenza che i vertici dovranno approvare, gli stipendi lordi di tutti i dirigenti della Rai e dei suoi amministratori e dei “non dipendenti” che superano i 200mila euro annui, giornalisti inclusi, ma star artistiche escluse. A disposizione, tra l’altro, dei concorrenti della Rai sul mercato.

Fonti: Il Sole 24 Ore

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