Tv locali, Crtv: serve una riforma ragionata del settore

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Secondo uno studio di Crtv il mercato delle tv locali è in calo del 15% sui ricavi.

Il comparto delle tv locali in Italia registra per l’anno 2013 ricavi in calo, un rosso in aumento, nonostante la cassa integrazione e i ricavi straordinari da cessione di frequenze, e 34 aziende in meno ad aver presentato il bilancio. Sono i numeri, ancora una volta negativi, presentati nell’annuale Studio economico del settore televisivo privato di Confindustria Radio Televisioni.

Eppure sono numeri che riguardano la parte più ricca del settore, quella composta dalle società di capitali delle quali Crtv ha raccolto i bilanci, 305 aziende televisive su un totale stimato di 500 emittenti locali della penisola con altre forme societarie. I conti sono quelli del 2013 («una tempistica più adatta a una società analogica», ha detto il presidente di Crtv Rodolfo De Laurentiis, ma si sconta il ritardo nel deposito dei bilanci) e mostrano ricavi per 408,5 milioni, -15%, di cui 287,5 milioni dalla pubblicità (-12,8%), e 121 milioni da altre voci, tra cui i contributi statali (erano 148,4 milioni nel 2012).

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Le perdite sono aumentate a 54,7 milioni (era di 45 milioni un anno prima), anche se una mano è arrivata dalla cassa integrazione in deroga e dagli indennizzi per la cessione delle frequenze in banda 800 alla telefonia mobile. In 12 anni il settore ha perso 147,3 milioni di utili. Per quanto riguarda gli attori, ci si trova di fronte a un mercato molto concentrato: le 40 maggiori società, quelle con un fatturato superiore ai 2,6 milioni di euro, sono il 13,1% del totale ma fatturano insieme 217 milioni, ovvero il 24,5% di quanto fa l’intero gruppo. Le 75 società che hanno ricavi fra 1 e 2,6 milioni, che rappresentano il 24,5%, fatturano invece il 39% del totale.

E questo spinge il presidente dell’associazione tv locali Crtv, Maurizio Giunco, a chiedere una riforma ragionata del settore: «In Italia ci sono 3.200 programmi trasmessi, 2.500 programmi se eliminiamo le duplicazioni tra una regione e l’altra. Ma solo 71 società hanno ricavi superiori a 1,5 milioni e solo 83 hanno un patrimonio netto superiore agli 1,5 milioni. Le prime 10 tv locali fanno il 60% degli ascolti, le prime 50 il 90%. Da qui occorre ripartire per rivedere tutta la normativa: non possiamo continuare ad assistere migliaia di canali, gente che la tv non la fa. Chi soffre questa situazione sono le tv più strutturate, che hanno dipendenti da pagare, che producono. Che fanno informazione e hanno una funzione chiara sul territorio. E parlo soltanto dei contributi, perché un’offerta spropositata di canali che non destano interesse svilisce l’intero settore e perché qui si tratta di utilizzare un bene pubblico come le frequenze».

Il rapporto allarga lo sguardo a tutto il settore della tv italiana (ovviamente questi sono dati già più volte presentati, mentre la ricognizione sui bilanci delle tv locali non viene fatta da altre fonti): per il 2013 i ricavi totali sono stati di 9,2 miliardi, in calo del 2,9%, di cui 3,5 miliardi da pubblicità e 5,6 miliardi da pay, canoni e contributi. I soli gruppi privati (compresi quelli nazionali) hanno fatturato 6,6 miliardi, e il 6,2% è andato alle locali.

«I numeri sono del 2013 ma non ci sono segni di miglioramento anche nel 2014 o quest’anno, soprattutto per le locali», commenta De Laurentiis. «Del resto le perdite sono continuamente aumentate». E sulle sfide al mercato tv da parte degli Over The Top (da Netflix a YouTube): «Fa parte delle regole del gioco che il mercato si arricchisca di nuove presenze. Semmai da tempo ribadiamo che accanto alla competizione sul mercato bisogna che ci siano regole uguali per tutti i competitor. Oggi sui broadcaster tradizionali pesano vincoli normativi e regolamentari che gli Over The Top non hanno e anzi godono anche della possibilità di accedere a trattamenti fiscali che decidono loro».

Fonte: ItaliaOggi

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