Canone frequenze, dalla Commissione Ue critiche sulle nuove regole

frequenze tvScoppia il caso sul canone delle frequenze tv. Le nuove regole predisposte dall’Agcom scontentano la Commissione Ue e il governo italiano, e fanno sorridere i grandi operatori della televisione. Lo riporta ancora una volta Aldo Fontanarosa su La Repubblica.

Le nuove norme pensate dall’Authority sul canone di concessione che gli editori televisivi devono allo Stato ogni anno per le porzioni di spettro elettromagnetico occupate, concederanno un maxi-sconto di decine di milioni di euro a Rai e Mediaset,  mentre gli editori nazionali più piccoli e le tv locali sarebbero costrette a pagare cifre più alte in proporzione, sia pure nel tempo.

La Finanziaria del 2000 (tuttora in vigore) prevede che ogni azienda versi l’1% del fatturato per le frequenze che utilizza. Norma che, in pratica, ha fatto pagare più soldi alle emittenti più ricche: circa 23 milioni alla Rai e circa 20 a Mediaset (secondo i dati del 2012). Mentre le locali devono attualmente un importo fisso di 17.776 euro.

Nel nuovo regime, il Garante sposterà il peso del canone dalle imprese editoriali agli operatori di rete. Per la Rai pagherà Rai Way e per Mediaset, invece, Elettronica Industriale (EI Towers). Soprattutto il Garante vuole che gli storici grandi contribuenti (sempre Rai e Mediaset) spendano meno e i nuovi protagonisti del mercato di più. In sostanza, il canone sarà collegato al numero e alla qualità delle frequenze che si detengono e prescinderà dalla ricchezza che quelle antenne generano.

Questo approccio ha allarmato la Commissione Ue che il 18 luglio ha inviato al Garante per le comunicazioni una lettera carica di dubbi e osservazioni. La missiva, che porta la firma di due super burocrati di Bruxelles, Linsley McCallum e Anthony Whelan, ha un approccio eloquente e grave. Cita la procedura di infrazione, e cioè il processo che l’Europa ha aperto contro l’Italia quasi dieci anni fa, nel lontano 2005. La procedura contesta al nostro Paese i privilegi che le televisioni più grandi hanno ricevuto nell’era delle trasmissioni con tecnica analogica e conservato nella stagione del digitale terrestre. In questo allarmante scenario, si inserisce adesso il provvedimento dell’Agcom che punta a cambiare le regole del canone frequenze.

Scrive la Commissione Ue, nella sua contestazione del 18 luglio, che «i contributi da versare devono essere giustificati, trasparenti, non discriminatori». Non solo. «L’importo dei diritti non può ostacolare l’accesso di nuovi operatori sul mercato o ridurre la capacità innovativa degli operatori di servizi di telecomunicazione». Sentenzia ancora la Commissione Ue: «Le pari opportunità tra i vari operatori economici devono essere assicurate». Quindi «il nuovo sistema di contributi non dovrebbe comportare condizioni più gravose per i nuovi entranti né nuovi vantaggi per i soggetti esistenti». Vantaggi «ulteriori a quelli che hanno ottenuto per effetto delle passate violazioni».

Il rischio, altrimenti, è che l’Europa rifiuti di chiudere l’umiliante procedura d’infrazione aperta contro l’Italia nel 2005. L’Agcom ha già discusso la minacciosa missiva dell’Ue nella riunione del 29 luglio, ed è orientato a correggere gli errori del suo provvedimento, almeno quelli più macroscopici. Ma il Garante italiano pare non voglia desistere e punta a dare l’ultimo via libera alle nuove norme in una riunione straordinaria il 6 agosto.

Anche il sottosegretario alle Comunicazioni Giacomelli ha ricevuto la lettera della Commissione Ue perché spetta al suo Ministero fissare gli importi del canone frequenze sulla base dei criteri generali che il Garante avrà stabilito. In seguito alla conclusione dell’asta per le frequenze televisive che, alla fine dell’iter di legge, ha assegnato un lotto di ripetitori (L3) a Urbano Cairo, il governo vuole ottenere la chiusura della procedura d’infrazione contro l’Italia. Ma il provvedimento dell’Agcom sul canone frequenze, che garantirà inoltre meno risorse allo Stato per almeno 4 anni, minaccia di tenere vivo questo processo. Per questo motivo il sottosegretario ha inviato con una missiva tutte le sue preoccupazioni all’Agcom.

Giacomelli ha quindi chiesto al Garante di lavorare d’intesa sia con le Comunicazioni sia con il Ministero della Economia, e di rinviare ogni decisione finale. Se invece il Garante dovesse ostinarsi a deliberare il 6 agosto, allora il governo potrebbe spingersi a regolare lui il sistema dei contributi, nel quadro di uno dei suoi progetti di riforma del settore tv.

Fonte: La Repubblica

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