Rai: tre dirigenti indagati sugli appalti truccati

Va avanti l’inchiesta della procura di Roma che indaga sui presunti appalti truccati in Rai denunciati dall’imprenditore dello spettacolo Pietro Di Lorenzo, che sostiene di essere stato estromesso dalle principali produzioni televisive perché non aveva pagato delle mazzette ai capistruttura di Viale Mazzini.

Nei giorni scorsi i tre indagati hanno ricevuto l’avviso di prosecuzione delle indagini. Per Giampiero Raveggi, Chiara Calvagni e Chicco Agnese, l’accusa del pm Alberto Galanti è stata tramutata in concussione. Ora la procura di Roma ha altri sei mesi di tempo per portare a termine gli interrogatori, già calendarizzati per le prossime settimane. Per le prossime settimane negli uffici di piazzale Clodio sono state già convocate 50 persone, tutte tra i dirigenti di più lunga esperienza in azienda. Chiamate a raccontare quello che sanno delle pressioni subite per appoggiare alcune produzioni, anche al di là della accuse portate in procura da Di Lorenzo.

Il pm titolare dell’indagine sta verificando le accuse di Di Lorenzo. Il produttore ha raccontato richieste di soldi o favori da parte dell’ex capostruttura di Rai 1 Gianpiero Raveggi, della moglie Claudia Calvagni, anche lei dirigente Rai, e dell’ex direttore dei palinsesti, Chicco Agnese. I tre dirigenti negano. La Rai ha svolto due audit su questa materia senza esito ma la Procura indaga.

Nel caso dell’azienda di Di Lorenzo, la Ldm, le produzioni che sarebbero state boicottate sono molte. Ad esempio Mettiamoci all’opera, una sorta di reality dedicato alla musica lirica che avrebbe dovuto andare in onda a gennaio 2011 e invece fu messo in onda a giugno, sebbene avesse un’ambientazione natalizia: «Fabrizio Frizzi – spiega la denuncia – conduttore talmente attaccato al programma da aver realizzato gratis il numero zero, alla fine disse al Di Lorenzo che purtroppo non c’era nulla da fare».

«E’ una montatura che va avanti da anni, parliamo di episodi di alcuni anni fa», risponde la diretta interessata, Chiara Raveggi capoufficio delle Risorse di Rai 1: «E la prova per quanto riguarda il caso di Fabrizio Frizzi è negli atti della Rai che presto porterò in tribunale. Per lui non mi è arrivata nessuna richiesta dalla Rete. Visto che è legato all’azienda da una esclusiva sarei stato felice di usarlo». A detta di Chiara Calvagni, quella messa in atto da Piero Di Lorenzo è una «persecuzione»: «La verità è che anche se ho grandi responsabilità, non sono io a decidere quali trasmissioni si fanno e quali no».

Stessa posizione per il marito, Giampiero Raveggi, all’epoca dei fatti capostruttura di Rai 1. Secondo la versione di Di Lorenzo, i suoi problemi in Rai sarebbero cominciati quando quest’ultimo rifiutò di restituirgli un prestito di alcune migliaia di euro: «Non siamo amici e non mi sarebbe venuto in mente di chiedergli prestiti. Sinceramente non ne ho neppure mai avuto bisogno. La sua società ha cominciato ad andare male ma non per colpa della Rai. Nessuno si sognerebbe di togliere dai palinsesti programmi che funzionano».

Entrambi, assistiti dall’avvocato Grazia Volo, si dicono decisi a portare in trbunale le carte a loro difesa e a querelare per calunnia Di Lorenzo. Come pure punta a dimostrare la sua innocenza carte alla mano Chicco Agnese, all’epoca reponsabile dei palinsesti di Rai, assistito dall’avvocato Mario Casellato.

L’inchiesta sulle produzioni televisive, potrebbe presto incrociarsi con l’altra indagine sui costi interni alla Rai avviata dalla procura di Roma e affidata al pm Luca Palamara. Quella sui compensi notturni e straordinari al Tg1 che sarebbero stati gonfiati in particolare quando a dirigere la testata giornalistica c’erano Alberto Maccari e successivamente anche Augusto Minzolini.

Fonte: Il Messaggero | Il Fatto Quotidiano

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