La mutazione di Mediaset all’ombra del grande inciucio

Da un articolo di Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano del 22 maggio 2013:

Ogni lunedì sera, puntuale, Pier Silvio Berlusconi fa visita al papà Silvio per la cena settimanale. A villa San Martino, Arcore, non manca mai. E non manca mai l’appunto di Marco Giordani , direttore finanziario di Mediaset, il bocconiano devoto ai numeri e poco incline al prodotto editoriale variabile e creativo, ma tanto incuriosito dai profitti su Internet. Il Biscione di Berlusconi junior e Giordani dovrebbe agire con la compattezza e la potenza di un corpo unico: niente più privilegi e risorse particolari per i canali generalisti, più attenzione a quelli tematici che spaziano dai bambini agli anziani, dai contenuti a pagamento ai siti per rivedere i video e leggere le notizie.

Non si cambia per piacere, quasi sempre per necessità, anzi urgenza. E Mediaset ha il bilancio in disordine. L’anno scorso Cologno Monzese ha chiuso con una perdita di 287 milioni di euro. Il fatturato si manterrà per 3 esercizi sui 3,4 miliardi di euro, stabile, però lontano dai 3,7 o i 4 dei tempi buoni nemmeno di quelli migliori. Il piano di risparmi è di 450 milioni in tre anni, ma 370 milioni sono già recuperati. La raccolta pubblicitaria transita per le secche, inarrivabile la (modesta) vetta dei 2,5 miliardi di euro: il primo trimestre registra 495 milioni di euro per le generaliste e 52 milioni per le rete digitali. I dati, tradotti in share, recitano: media del 27% per Rete 4, Canale 5 e Italia 1 e oltre 5 punti per il resto. Canale 5 sta affogando nella sua stagione peggiore: 5,8% per la Guerra dei vent’anni; 6,7% per King Arthur; 6,4% per Colazione da Tiffany; 6,5% per il Principe e il Pirata.

E ora torniamo nei saloni rinascimentali di Arcore: Pier Silvio, ben istruito da Giordani, insiste con Silvio per mettere in disparte i simboli e investire su eventi sportivi, cartoni animati, serie televisive, varietà americane. Mediaset non ruota più intorno a Canale 5 e vuole recuperare 3-4 punti di share con i canali tematici. E qui il calendario va riportato a marzo: due incontri, un pranzo ad Arcore per un faccia a faccia tra Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch ; una riunione allargata tra i dirigenti di Mediaset, capitanati da Pier Silvio e gli omologhi di Sky con l’amministratore delegato Andrea Zappia.

Archiviata l’epoca di una competizione spietata, che si consumava anche a palazzo Chigi (B. volle l’aumento Iva sugli abbonamenti satellitari) e in viale Mazzini (il dg Masi non confermò l’accordo tra Rai e Sky), il magnate e il cavaliere hanno firmato un patto di non belligeranza. Chi poteva pensare, un tempo, a un compromesso per diritti per il calcio o per acquisti internazionali. Esempio: Il Biscione ha prestato The Following al gruppo di Murdoch. La notizia che consola Mediaset è banale: Sky ha rinunciato a un trasferimento in massa e in forza sul digitale terrestre.

La crisi tira morsi ovunque, ciascuno presidia il proprio territorio e non vuole invadere né subire invasioni. Non esiste l’ipotesi di un impegno economico di Murdoch per il pacchetto di Mediaset Premium, ma le indiscrezioni più appetitose provengono da Piazza Affari. La Borsa di Milano sostiene la rimonta del titolo Mediaset e il traffico di azioni si giustifica in prospettiva di un’operazione che la società non smentisce, “valuteremo” dicono: Cologno Monzese potrebbe cedere un pezzo di società a un fondo arabo per avere liquidità, l’ossigeno che, se la rescissione non si trasforma in ripresa, potrebbe asfissiare la gestione ordinaria.

I giornalisti Mediaset non hanno gradito il trattamento per raschiare qualche milione di euro: non si tocca il premio di produzione, giurano da Cologno Monzese, ma i dipendenti dovranno limare l’accordo aziendale su straordinari, notturni, festivi e trasferte. C’è un margine per trattare, però c’è anche la fermezza contabile di Bruno Ermolli, influente consigliere in Cda, uomo di Mediobanca e fondazione Cariplo; di Alessandro Salem, che riempie i palinsesti e del rampante Giordani. La vecchia guardia non si ferma a Fedele Confalonieri, relegato al ruolo di diplomatico e tessitore con la politica e i palazzi, ma va oltre: coinvolge Gina Nieri (Cda), comitato esecutivo e Giuliano Adreani , lo stratega di Publitalia.

La concessionaria ha mantenuto l’affollamento sui canali – la quantità è scesa del 2,3% – ma il valore è crollato del 18,5%: vuol dire che si applicano sconti consistenti con la speranza che, in autunno, i saldi siano finiti e i prezzi risalgano. Questa è la strategia di Confalonieri, Adreani e Nieri, che vogliono riaccendere la tradizione di Canale 5 o Italia 1, ma non corrisponde a una visione più vasta, e senza piccoli marchi, che affascina Pier Silvio Berlusconi, Giordani, Ermolli e Salem.

Per il momento, vince la linea Pier Silvio, che non si appassiona agli affari del padre, o meglio, ai suoi processi. Canale 5 ha scongelato i programmi d’informazione, che servono a reggere il casato di Arcore: ci pensano Claudio Brachino (Videonews); Giovanni Toti, il pluridirettore di Studio Aperto e Tg4 e l’abile Clemente Mimun. A Rete 4 c’è l’ideologo di Forza Italia, Paolo Del Debbio, ex marito di Gina Nieri. Pier Silvio non può fare opposizione al papà, però non fa l’intransigente come agli esordi perché le trasmissioni che servono al Cavaliere costano poco e aiutano a restringere il campo di Canale 5 e sorelle.

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