Vendita La7: la madre di tutte le battaglie in una tv senza regole

Nel Paese dei cachi, soprattutto in piena campagna elettorale, tutto gira (ahimè) sempre e solo intorno alla solita e classica televisione, il mezzo di comunicazione capace di condurre l’opinione pubblica e di condizionare una fetta importante dell’economia italiana. E con la cessione di La7  da parte di Telecom Italia all’editore Urbano Cairo, che secondo fonti de Il Sole 24 Ore sarà valutata  per la modica cifra di un solo euro, si apre nuovamente una battaglia tutta nostrana della guerra dei monopoli mediatici.

Telecom sarebbe disposta a cedere l’emittente ripulita della perdite e presumibilmente dai debiti. La vendita, che dovrà essere definita entro il primo marzo, prevede il mantenimento dei contratti pubblicitari (già in mano a Cairo Communications), la rinuncia da parte di Telecom dei crediti vantati nei confronti di TI Media (260 milioni a fine anno), per evitare l’abbattimento del capitale per perdite alla holding controllata, e per passare quasi 100 milioni di euro a La7 srl (nata a settembre scorso), che verrà anche decurtata di 15 milioni di debiti. Definiti i dettagli e firmato il contratto con Cairo, il closing dovrebbe slittare di qualche mese, in attesa dell’approvazione dell’Agcom.

Ma secondo Giovanni Valentini de La Repubblica, questa vendita affrettata, a pochi giorni dalle urne, pare alquanto sospetta. Tanto da fare sorgere legittime riserve sulla decisione con cui il Cda di Telecom ha dato il via libera a una “trattativa in esclusiva” con Cairo. Quasi che si volesse precostituire uno stato di fatto irreversibile, in vista di una prospettiva o di una svolta politica sfavorevole. Concludere l’affare, insomma, prima che possa arrivare qualcuno a cambiare le regole (di nuovo).

Eppure (afferma giustamente Valentini), è proprio un cambio radicale e repentino di regole che occorre in primo luogo. Occorre cambiare leggi e normative di un sistema squilibrato, ancora dominato in gran parte del duopolio Raiset (nonstante l’introduzione del digitale terrestre), per adottare finalmente una riforma Antitrust: contro la concentrazione televisiva e (soprattutto) pubblicitaria che ha danneggiato il pluralismo dell’informazione e la libera concorrenza. E che ha generato la procedura di infrazione dalla Commissione Europa, da chiudere con la realizzazione della famosa asta per le frequenze tv. E dunque, aprire a nuovi soggetti, nuovi mezzi, nuove iniziative e nuove idee.

Altro è la necessità di regolamentare il conflitto di interessi: cioè la commistione tra affari privati e incarichi pubblici, fra il business e il mandato parlamentare o di governo. Non solo nel campo televisivo. Per una malvagità della storia, nel nostro disgraziato Paese le due questioni s’incarnano nell’inquietante figura di Silvio Berlusconi. Ora a generare preoccupazioni sull’autonomia editoriale della tv (in questo caso La7), sulla salvaguardia della sua sperimentazione, sul pluralismo informativo è proprio Cairo – per quanto dica di aver rotto con il Cavaliere nel ’95, come s’è affrettato a precisare lui stesso – che proviene da quella medesima “scuola di pensiero”. È stato il suo assistente, s’è formato a Publitalia. E ha applicato il “modello berlusconiano” perfino nel calcio, rilevando il vecchio e glorioso Torino. È pur vero che nel frattempo è cresciuto. S’è messo in proprio, è diventato anche editore e possiede una batteria di periodici che macinano pagine patinate e pubblicità. Per cui bisogna metterlo e aspettarlo alla prova dei fatti, verificando sul campo se La 7 manterrà l’identità di tv indipendente che è riuscita a costruirsi oppure se si trasformerà nella quarta rete Mediaset.

I sospetti però sarebbero aumentati a dismisura se Telecom avesse accettato la “proposta indecente” presentata dal Fondo Clessidra che fa capo a un altro berlusconiano doc come Claudio Sposito, ex amministratore di Fininvest. Non tanto per una questione di persone, per carità. Quanto per il fatto che l’azienda guidata da Franco Bernabè avrebbe svenduto, insieme alla televisione, anche i tre “multiplex” che comprendono le frequenze televisive ottenute in concessione dallo Stato per vent’anni. Quelle che sono un bene pubblico che appartiene a tutti i cittadini. Ma in forza della distinzione fra operatori di rete e fornitori di contenuti a La 7 basterà affittare da Telecom un solo “mux” per trasmettere tutto quello che vuole.

La trattativa sostanzialmente pare in carreggiata ma rimandata a dopo, legata a filo doppio al risultato elettorale, e in cui si potrebbe tentare un dosaggio più attento di influenze. Come si vede, quanto di più lontano da come dovrebbero andare le cose: ci sia un editore indipendente, ci sia un po’ di rispetto per la capacità professionale di chi questa tv la fa con un riconosciuto successo, ci sia un pluralismo di voci nell’informazione e anche nell’intrattenimento e nella cultura. Facendo in modo che anche una televisione non grande, ma dotata di idee e di una nicchia di pubblico significativa, si misuri con episodi di grande televisione generalista. Così sarebbe in qualunque paese europeo: da noi l’ombra collusiva del duopolio invece sembra continuare a condizionare ogni sviluppo. Speriamo che essa si riduca e che, fra qualche settimana, La7 abbia le garanzie di poter proseguire a lavorare secondo la sua linea editoriale.

Fonti: La Repubblica | L’Unità

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