Asta frequenze: la crisi del governo tecnico blocca una gara (stranamente) lenta

C’era una volta l’asta delle frequenze, che nella la sua lunga, lunghissima gestazione si è trasformata per incanto da Beauty Contest in gara pubblica onerosa. Ci sarebbe ancora a dire il vero, ma tra richiami, ritardi e rinvii si fa strada un inquietante sospetto: che l’agognata vendita pubblica non si farà più.

Nessuno lo dice, ovviamente, ma basta rileggere le parole di Corrado Passera per capire che il passo non è più quello della scorsa primavera. Solo pochi giorni fa infatti, il ministro dello sviluppo economico aveva assicurato che entro la fine della legislatura del governo Monti si sarebbe svolta la gara per le frequenze televisive. Lo stesso Passera, rilasciando un’intervista alla trasmissione televisiva di Rai 3 Agorà, aveva dichiarato che l’Agcom ha già preso l’impegno a sottoporre alla Commissione UE il regolamento per l’asta entro fine anno. Peccato che quelle parole siano state pronunciate la mattina del 7 dicembre, poche ore prima che Alfano annunciasse il ritorno ufficiale di Berlusconi e la fine prematura dell’appoggio a Monti. Col venir meno del sostegno del Pdl al governo tecnico, si profila quindi un nuovo stop che espone nuovamente lo Stato alla procedura d’infrazione europea sulle regole della concorrenza del mercato tv.

La patata delle frequenze, bollente e indigesta, passerà dunque nelle mani del nuovo governo. Nel frattempo l’assetto radiotelevisivo dell’Italia resterà congelato nell’attuale posizione (dominata da Mediaset) rinviando ancora una volta quell’ingresso di nuovi soggetti che l’Europa ci chiede da tempo e che l’asta avrebbe potuto favorire. Uno spiacevole incidente? Uno sgambetto del destino? Secondo Luca Landò dell’Unità, tra gli esperti circola un’altra ipotesi: che il governo abbia rallentato il passo di proposito o, per meglio dire, non abbia fatto nulla per accelerare i tempi sapendo benissimo che in questo modo sarebbe stato impossibile realizzare l’asta, non solo entro fine anno, ma anche entro fine legislatura. Basta fare due conti: il 17 dicembre si concluderà la consultazione pubblica, cioè il periodo di trenta giorni per verificare l’interesse dei possibili acquirenti. A quel punto l’Agcom potrebbe approvare nell’ultimo consiglio dell’anno, probabilmente il 20 dicembre, il regolamento per l’asta che a sua volta dovrà essere inviato a Bruxelles.

E qui si apre un capitolo delicato: perché quello che la Commissione europea esaminerà è la seconda versione di un regolamento che nella sua prima stesura aveva scatenato le ire degli osservatori europei che, presa carta e penna, avevano spedito una dura lettera a governo e Authority avvertendoli che se non avessero corretto le regole dell’asta, l’Italia sarebbe incorsa in ben nove infrazioni rischiando una multa di diverse centinaia di milioni

Ma torniamo al calendario: ammettendo che l’Europa questa volta lo promuova, il regolamento redatto dall’Agcom passerà nelle mani del Ministero dello Sviluppo che dovrà materialmente organizzare e lanciare l’asta. Fine febbraio? Metà marzo? La verità è che anche senza lo sgambetto di Alfano e Berlusconi, l’asta sarebbe comunque scivolata a fine legislatura rischiando di diventare un tema caldo, anzi bollente della campagna elettorale. Per questo, dicono i maligni, si è fatto di tutto per non affrettare il cammino. Compresa quella prima versione del regolamento che sembrava studiata apposta per provocare lo stop della Commissione europea. In effetti colpisce che un governo che si era meritato il plauso per aver bloccato il «beauty contest», cioè l’assegnazione gratuita delle frequenze ai soliti noti, Mediaset e Rai, sia inciampato in un «manuale di istruzioni su misura» che, redatto dalla precedente Agcom a guida Calabrò, sembrava studiato proprio per aiutare quegli stessi protagonisti. Tra i nove punti contestati da Bruxelles c’è infatti l’assenza di chiarezza, la scarsità di trasparenza ma soprattutto la mancanza di apertura del mercato radiotelevisivo a nuovi soggetti.

Nella seconda bozza le regole sono sicuramente più chiare e dovrebbero ottenere il placet di Bruxelles. I multiplex, cioé i pacchetti di frequenze messi all’asta saranno sei: tre, quelli del gruppo U, sono di qualità più pregiata ma potranno essere utilizzati solo per cinque anni, perché dal 1 gennaio 2018 torneranno nelle mani dello Stato che le potrà rivendere per destinarle non più alla trasmissione del segnale televisivo, ma alla banda larga su telefonini, il big business del futuro. Gli altri tre multiplex, quelli del gruppo L, sono di qualità inferiore (non saranno in grado di trasmettere in tutte le regioni) ma verranno dati in concessione per vent’anni.

Il nuovo regolamento dovrebbe inoltre aver sciolto un punto controverso, quello sul numero di multiplex consentito agli operatori. Nella prima bozza si usava una formula ambigua e fumosa che avrebbe consentito a Mediaset di partecipare all’asta pur avendo già raggiunto il tetto massimo consentito di cinque multiplex; nel nuovo regolamento lo potrà ancora fare ma a una condizione: di non cambiare la «destinazione d’uso» di un particolare multiplex in suo possesso (in tecnologia DVB-H) e oggi dedicato alla trasmissione tv sui telefonini (business mai decollato) ma che domani potrebbe sempre trasformare in multiplex DVB-T (per la tv digitale terrestre ) come tutti gli altri. Il motivo è chiaro: avendo quattro multiplex tv e uno solo per tv su cellulari, Mediaset può partecipare all’asta, ma se dopo aver vinto un altro Mux cambiasse l’utilizzo di quello destinato ai cellulari, l’azienda si troverebbe con sei gruppi di canali anziché cinque, ritrovandosi ancora una volta, in posizione di vantaggio rispetto alla concorrenza. Proprio quello che l’Europa non vuole. E che ci ripete da tempo.

Fonte: L’Unità | it.ibtimes.com

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