Il Biscione, gli ascolti in calo e il post berlusconismo (2)

Programmi flop, audience in calo, la grana Fede… Ora Mediaset deve fare i conti con il post berlusconismo. E soffre

Esperti, vip del settore e illustri ex concordano sul fatto che il punto debole di Mediaset è la programmazione. La linfa creativa sembra esaurita. Tolti i successi recenti di “Italia’s got talent” e di Giorgio Panariello, il prime time e il preserale dei canali berlusconiani sono un misto di flop (“Stasera che sera”, “Baila!”, “Muzik show”), attempati ma pur validi fuoriclasse (“Zelig”, “Scherzi a parte”, “Le iene”, “Striscia la notizia”) e pugili suonati come il “Grande fratello”. Domenica scorsa, la finale del Gf numero 12 (diconsi dodici) è stata strapazzata dalla fiction pre-pasquale “Maria di Nazaret” su RaiUno con il risultato di 7 milioni di spettatori a 4, pari a un mediocre 20% di share.

«Siamo consapevoli che il prodotto va rivisto», ha commentato Paolo Bassetti di Endemol. Proprio martedì 3 è stata rivista anche la logica dell’investimento fatto da Mediaset in Endemol con la decisione di uscire del tutto dalla società di produzione oggetto di una ristrutturazione da oltre 2 miliardi. Poi è anche vero che salvo lo scontro con Sky, vicina alla soglia della doppia cifra di audience con 9,51 di share ottenuto lo scorso marzo, in tv vige una concorrenza sui generis. “Maria di Nazaret” è prodotta da Rai Fiction, un’azienda ancora in mano al Pdl, dalla Luxvide controllata dalla famiglia Bernabei e da un amico di Silvio come Tarak Ben Ammar, e da Telecinco Cinema del gruppo Mediaset.

Ma non è sempre Pasqua. Il largo consumo, che è stato sempre la forza delle reti Fininvest, è in recessione. Come spiega un noto anchorman: «È la stessa crisi dei giornali free-press. Il loro pubblico spende così poco che non vale la pena fare inserzioni. Qui non si comprano più neppure i materassi e uno che vende cashmere non investe su un programma per scemi». Le difficoltà dell’economia e il bisogno di fare soldi in fretta per non finire in croce nei report degli analisti finanziari fa sì che si investa relativamente poco in creatività e nelle altre professioni della tv. Il grosso dei soldi, e Mediaset ne spende tanti, finisce in tasca alle star, sempre più sovraesposte, e ai format che hanno già avuto successo in altri paesi. Insomma, si preferisce ingaggiare il campione alla Zlatan Ibrahimovic invece di lavorare sul vivaio.

«Il bacino di creatività esiste», dice un produttore che lavora con Mediaset e con la Rai, «ma non viene attivato. Le reti generaliste hanno un’attitudine molto conservativa e la vivacità si esprime molto di più attraverso Internet, anche se lì ancora mancano i razionali economici che consentano di tradurre i contatti in denaro». Altre difficoltà arrivano dal settore all news di TgCom24, partito lo scorso 28 novembre con una struttura di costi molto pesante e ricavi bassi, e da Mediaset Premium. La piattaforma pay diffusa su digitale terrestre ha superato il mezzo miliardo di euro di fatturato ma ha un risultato operativo 2011 in rosso per quasi 70 milioni di euro dopo un 2010 in sostanziale pareggio. Anche qui i costi sono condizionati dal rialzo continuo dei diritti per le partite di calcio.

È un caso da manuale di come il conflitto di interessi possa avere un effetto Tafazzi, con Berlusconi proprietario del Milan che tira il collo a Berlusconi azionista di Mediaset. D’altra parte, Premium è nata per contrastare l’espansione di Sky Italia, come ha dichiarato Adreani al “Sole 24 ore”. Ma i 2 milioni di abbonati del network non bastano a fare quadrare i conti. Un arricchimento dei contenuti è in programma, ma comporterà un aggravio dei costi. Non c’è altra strada per conquistare quella che il marketing orrendamente definisce “fascia aspirazionale”, gli esigentissimi paganti che vogliono vedere la finale di Champions League in alta definizione sull’iPad alla fermata dei taxi o nella lounge di un aeroporto.

Il futuro di un mercato cresciuto fino a 8,7 miliardi di euro dipende da loro, dall’Hd, dalla banda larga, dal Web e sempre meno dalla tv gratis, che nel 2003 valeva oltre quattro quinti del mercato e oggi meno di due terzi (62,9%). Se i ricavi della televisione sono in crescita il merito è di clienti molto diversi dallo zoccolo duro della platea berlusconiana, invecchiato, impoverito e annoiato dalla miliardesima replica di “Walker Texas Ranger”. Chuck Norris e Silvio, due eroi di altri tempi.

Fonte: L’Espresso del 12 aprile 2012.

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