Rai e Frequenze tv, Berlusconi dice no a Monti

Nei giorni della resa dei conti il governo tecnico ha dinnanzi a sè due scottanti questioni, che, guarda caso, non sono assolutamente prioritarie per il Paese e per i suoi cittadini, ma sono di vitale importanza per il sistema di potere dei partiti politici: la riforma della Rai e la gara delle frequenze tv.

Secondo il quotidiano La Repubblica, per viale Mazzini il governo Monti avrebbe scelto un cambiamento soft sulla strada della qualità della nuova governance, ma senza intaccare la famigerata Legge Gasparri. Mentre è tutto ancora da stabilire per quanto riguarda il beauty contest della tv, nonostante le minacce di Confalonieri e il moderato ottimismo che traspare dai vertici Pdl-Mediaset.

Il 28 marzo andrà a scadere l’attuale Cda Rai, guidato ancora da Lorenza Lei, e il professore si prepara a scegliere i tre nomi sui quali ha potere di nomina: il presidente, il direttore generale (che potrebbe avere più influenza e strumenti nell’azienda pubblica) e un consigliere di amministrazione, che secondo Monti saranno professionisti di altissimo profilo, non riconducibili ai partiti. Una vera e propria squadra “tecnica” per la Rai. Il ministero dell’Economia fornirà poi delle linee guida per la scelta degli altri membri del Cda. Sembra invece sfumata, a causa delle forti pressioni del Pdl, l’ipotesi della modifica della legge Gasparri, che assicura le poltrone Rai agli uomini di partito.

Secondo il toto-nomine non sarà confermato Paolo Garimberti, né il direttore generale Lorenza Lei, né il consigliere scelto dall’ex ministro Tremonti Angelo Maria Petroni. Per l’incarico di dg si fanno nomi di Francesco Caio, Claudio Cappon (amico del ministro Passera), Giancarlo Leone, Rocco Sabelli. Monti però pensa anche a un esterno come capo azienda. Insomma un cambiamento che dovrebbe avvenire porterà a una perdita (lieve) di potere dei partiti all’interno del Cda Rai.

Sul fronte frequenze tv è invece scontro aperto. Dopo il no di Alfano al vertice di maggioranza, ieri mattina anche il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri, ha lanciato il guanto di sfida a Monti. Mediaset vuole gratis le nuove frequenze del digitale terrestre (che potrebbero essere vendute dallo Stato a 250 milioni l’una) e se il Biscione non otterrà il bottino dei canali, ha dichiarato Confalonieri, potrebbe attuare misure drastiche, come ad esempio i licenziamenti in azienda se il mercato pubblicitario non dovesse risalire.

Si tratta ora di capire cosa farà il Governo allo scadere dei novanta giorni di sospensione del concorso di bellezza. Dopo che, oltretutto, una parte dei relativi canali (sui 700 MHz), dal 2015, potrà essere ceduta alle telco per la banda larga mobile. Si parla di una mini-asta riservata alle tv per canali da assegnare per cinque anni, abolendo il “tetto” di cinque reti digitali fissato per il beauty contest su volontà della Commissione Ue. L’assetto del sistema televisivo terrestre, nell’analogico come nel digitale, continua ad essere dominato dal duopolio. Rai e Mediaset, in questi anni, hanno marciato unite: nel digitale terrestre e nel satellitare, con la piattaforma Tivù Sat, controllata congiuntamente, ma soprattutto nel mercato della raccolta pubblicitaria. Se una nuova governance del servizio pubblico riuscisse a renderlo indipendente dai partiti porterebbe a scelte strategiche e ad alleanze diversificate, con effetti nefasti logicamente sul business di Mediaset.

Fonti: La Repubblica | ilsole24ore.com

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