Copyright, l’FBI chiude Megavideo e Megaupload. Anonymous attacca

Una cospirazione ordita da criminali capaci di raccogliere una montagna di soldi distribuendo illegalmente contenuti multimediali protetti da diritto d’autore. È il motivo per cui l’Fbi ha chiesto e ottenuto la chiusura dei diciotto siti dei popolari servizi Megavideo.com e Megaupload.com di condivisione di contenuti (legali e non) in Rete, da musica, a film e software protetti da diritto d’autore, e ha arrestato il fondatore Kim Dotcom, noto come Kim Schmitz, che ora rischia 50 anni di carcere. Una mossa clamorosa portata avanti dalle autorità statunitensi, ma attesa, dopo le decine di siti Web chiusi dal governo americano accusati di violazione del Copyright online.

Il dipartimento di giustizia americano ha informato con un comunicato che Dotcom è stato arrestato ad Aukland, in Nuova Zelanda (Dotcom è cittadino di Hong Kong e Nuova Zelanda), insieme ad altri tre manager del gruppo contro cui il 5 gennaio un grand jury della Virginia aveva spiccato un mandato con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’estorsione, al riciclaggio e alla violazione del diritto d’autore. Del gruppo farebbero parte altre sei persone, nessuna americana.

Tutto questo il giorno dopo la protesta mondiale del Web contro il SOPA, che poco o nulla ha a che vedere con questo caso, hanno sottolineato gli inquirenti, ma sembra tanto un’azione di rivalsa dello schieramento della tutela del Copyright. Megaupload è un sito registrato a Hong Kong, ma alcuni dei server che ospitano i file si trovano anche ad Ashburn (Vancouver), cosa che ha consentito all’Fbi di procedere. Megaupload è un sistema utilizzato da oltre 150 milioni di utenti registrati, con 50 milioni di utenti unici ogni giorno, pari al 4% del traffico totale di Internet. Di base il servizio è gratuito, ma è possibile attivare un account premium con maggiori funzionalità. Secondo l’Fbi Megaupload avrebbe guadagnato tramite banner e utenze premium 175 milioni di euro in 5 anni di attività, causando al contempo una perdita di 500 milioni di dollari ai legali detentori dei diritti.

Il dipartimento di giustizia americano accusa Megaupload di aver distribuito illegalmente su larga scala film, canzoni, programmi tv, ebook e software protetti dal diritto d’autore. Come? Consentendo agli utenti registrati, quindi noti all’azienda, di caricare file protetti e condividerli, senza preoccuparsi di chiudere gli account colpevoli di questi comportamenti e di rimuovere i file caricati. Assicurando invece ai titolari dei diritti che questo veniva fatto. Sempre secondo l’accusa, Megaupload con il proprio programma di ricompense avrebbe di fatto pagato gli utenti che caricavano contenuti illegali, così come avrebbe pagato le aziende che ospitavano i file. Gli utenti Premium di Megaupload (almeno quelli onesti), quella parte di utenza pagante, hanno però subito un danno, ma potrebbero essere ugualmente qualificati come complici della pirateria diffusa. Comunque il caso Megaupload diventerà un importante precedente storico per la comunità online.

Dopo pochi minuti dalla chiusura di Megaupload e Megavideo è arrivata la risposta degli hacker di Anonymous, l’organizzazione semi-segreta di attivisti digitali che compie azioni dimostrative ad interesse sociale in tutta la Rete. Il blocco del più grande portale di file sharing pare dal loro punto di vista è un atto di guerra, puro e semplice, ed è scattata infatti “la più grande operazione di sempre” che questa volta ha colpito i siti di Universal Music e altre case discografiche e delle major del Copyright RIAA e MPAA, i siti dipendenti dal Dipartimento di Giustizia e dell’amministrazione federale americana. The Internet Strikes Back è divenuto subito trend topic su Twitter. La guerra cibernetica, la World War Web, è appena iniziata, hanno sottolineato i più. «La stragrande maggioranza del traffico generato dal sito è legale. Siamo qui per restare» scriveva Megaupload qualche giorno fa. «Non abbiamo nulla di cui preoccuparci – aveva detto Dotcom a Torrent Freak la scorsa settimana – Il nostro business è legittimato e protetto dal DMCA e leggi simili in tutto il mondo. Lavoriamo con i migliori avvocati e seguiamo le regole».

Fonti: Wired.it | giornalettismo.it

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