Rai: il governo pronto al taglio del Cda e alla riforma del canone

Il governo entro gennaio, comincerà a mettere mano anche alla Rai. E’ la rassicurazione che il premier Mario Monti ha fatto al presidente di Viale Mazzini Paolo Garimberti durante la registrazione di “Che tempo che fa” domenica pomeriggio, secondo un retroscena apparso oggi su Repubblica. A giorni, dicono a Palazzo Chigi, il dossier Viale Mazzini sarà sulla scrivania del premier e del ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera per la scrittura di nuove regole di nomina del consiglio di amministrazione e soprattutto del direttore generale per il quale cambieranno radicalmente i poteri. Diventeranno pienamente operativi sul modello dell’amministratore delegato.

I tempi insomma potrebbero essere brevi. Il governo lavora sulla Rai ormai da settimane. Ha già tolto dal tavolo l’idea del commissariamento dell’azienda, e forse anche l’ipotesi privatizzazione. Si lavora perciòa una decisa sforbiciata del numero dei consiglieri di amministrazione sul modello di quello che è stato fatto con il decreto salva-Italia per l’Authority. Antonio Catricalà, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, ha sottilineato: «Credo che il presidente Monti voglia distinguere la materia di competenza parlamentare, come il servizio pubblico e la privatizzazione, da alcune misure di efficientamento, come una governance diversa e una rifoma del canone per pagare meno e pagare tutti». Ma per molti potrebbe essere una missione impossibile, anche e soprattutto a causa della ferma opposizione del Pdl.

All’Agcom, per esempio, i membri passeranno da 8 a 4: una riduzione drastica. Per la Rai si pensa a un taglio altrettanto netto, approfittando della scadenza imminente dell’attuale Cda (28 marzo). Oggi i consiglieri sono 9, potrebbero diventare 3-4. Ma l’intervento determinante sarà sulla figura-chiave dell’amministratore delegato chiamato a sostituire la figura del direttore generale. Dev’essere un supermanager, un vero capo azienda con margini operativi assoluti, che non prevedano un passaggio settimanale dal vaglio del Cda.

Il cambio di governance però non potrebbe bastare per imporre una vera riforma della tv pubblica. Secondo Vittorio Emiliani, storico direttore del Messaggero ed ex braccio destro del presidente Roberto Zaccaria come consigliere Rai, sarà estremamente difficile cambiare gli assetti del management della Rai, a meno che non si metta mano a una nuova legge (cioè la vecchia legge n. 206), che garantisca l’indipendenza dell’azienda dalla politica, stralciando finalmente la pessima legge Gasparri. Emiliani propone di ritornare alle vecchie nomine dei consiglieri Rai da parte dei Presidenti delle Camere, con l’aggiunta di una del Presidente della Repubblica. Ipotizza quindi che la nomima della figura di un amministratore delegato attraverso un tale Cda potrebbe garantire la gestione autonoma dell’azienda. Per assicurare un’ulteriore livello di indipendenza, secondo Emiliani, basterebbe infine recuperare almeno la metà del canone Rai evaso, che potrebbe assicurare alle casse di Viale Mazzini circa 500 milioni l’anno, riducendo in questo modo la dipendenza dalla raccolta pubblicitaria.

La Rai ha perso tra il 2006 e il 2010 quasi 260 milioni di euro malgrado tagli decisi ai costi nel duro piano industriale del dg Lei. Nel 2010 ha subito perdite per 98,2 milioni di euro. Il bilancio 2011 punta al pareggio (grazie a due manovre lacrime e sangue da 168 milioni): ma la cura dimagrante non è ancora finita per Viale Mazzini. Dato che permane un debito da 320 milioni stimato per il 2011. Per far quadrare i conti quest’anno la Rai dovrà trovare il modo di risparmiare altri 112 milioni di euro con interventi decisi. Il Piano straordinario e di emergenza dell’attuale Cda prevede il taglio di molti settori dell’azienda: dalla vendita delle torri di trasmissione, fino al taglio delle redazioni estere, dalla cessione degli immobili fino al risparmio sui diritti tv del calcio (chiuderà forse anche lo storico programma 90° Minuto).

Nel 2000 le entrate pubblicitarie della tv pubblica erano pari al 60% di quelle di Mediaset, oggi siamo scesi al 40% con 250 milioni di spot andati in fumo dal 2006 al 2010. La Rai ha inoltre visto calare di molto gli ascolti negli ultimi anni, soprattutto per le tv generaliste. E rimane sempre presente il grande problema dell’evasione del canone, che nega alle casse dell’azienda radiotelevisiva pubblica ben 725 milioni l’anno, con un tasso di evasione del canone ordinario salito al 27-28% (in Europa in media è all’8%), e di quello speciale (per partiti politici, esercizi ed enti pubblici, aziende) che supera nettamente il 90% (con un ammanco di 150 milioni di euro l’anno). Secondo il Censis però, l’abbonamento Rai è la tassa più “odiata” dagli italiani, anche perchè da troppi anni le reti di Viale Mazzini non trasmettono più una vera programmazione da servizio pubblico.

Fonti: La Repubblica | La Nazione | L’Unità

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