Internet: il Bel Paese del divario digitale, ultimo in Europa

Da un articolo di Alessandro Longo su espresso.repubblica.it del 9/01/2012:

Secondo il giornalista Alessandro Longo dopo il termine “spread“, che è entrato prepotentemente nel vocabolario degli italiani grazie alla crisi e ai media mainstream, presto ci sarà un’altra parola “tecnica” che diventerà parte del linguaggio comune: “digital divide“. Cioè divario digitale, il differenziale tra chi ha accesso alla Rete (traendone benefici economici, informativi e culturali) e chi no. Il divario digitale in Italia ha due facce, entrambe inquietanti: quella tra il nostro Paese e gli altri, specie dell’Unione europea, e quella all’interno del nostro territorio, tra Nord e Sud, tra grandi e piccoli centri, tra giovani e anziani etc. Gli studi più recenti in merito sono quelli dell’Istat, della Commissione europea e dell’I-com (Istituto per la competitività), tutti usciti a dicembre.

Prendiamo ad esempio la ricerca del governo Ue (qui i dati): ci dice che l’Italia è terzultima come percentuale di popolazione che si connette alla Rete almeno una volta alla settimana. Siamo preceduti anche da Paesi come Cipro, Croazia e Polonia. Fanno peggio di noi solo Bulgaria e Portogallo. E poi, stessa ricerca: per copertura con banda larga di rete fissa nelle campagne, l’Italia è penultima in Europa Occidentale (solo l’Irlanda fa peggio). Ma siamo penultimi anche per copertura totale (città e campagna) della banda larga su rete fissa: il dato si riferisce a quanti sono raggiunti in teoria da almeno due Megabit ed è rimasto sostanzialmente invariato nell’ultimo anno. Quelli che possono attivare l’Adsl a questa velocità da noi sono l’88 per cento, secondo dati di Between-Osservatorio Banda Larga. E’ un dato al netto di tutti quei problemi che impediscono l’attivazione e non c’è un equivalente per gli altri Paesi europei. Si sale al 94 per cento solo se sommiamo anche le zone raggiunte dal wireless (Umts/Hspa, WiMax), che comunque non è ancora valido come l’Adsl.

La copertura banda larga è uno specchio dei tanti volti divisi dell’Italia. “A settembre 2011 i comuni scoperti sono circa 850, mentre sono 2.935 quelli che hanno una copertura parziale. I casi più critici sono in Molise, Umbria e Trentino-Alto Adige“, dice Cristoforo Morandini, di Between. Critica è anche la differenza tra comuni piccoli e grandi: si va dall’81 per cento di copertura per quelli fino a 2 mila abitanti al 98 per cento per quelli oltre 250 mila. “Ci si chiede se bastino due Megabit per le esigenze di un’azienda”, dice Francesco Sacco, managing director di Enter Bocconi, centro di ricerca dell’università milanese sull’imprenditorialità, “o di una famiglia che fa un uso evoluto di Internet, video, web tv. E la risposta è sicuramente no”. Eppure i video sul Web già appassionano 13 milioni di italiani, secondo un’indagine di Cisco (giugno 2011). E si stanno profilando come un’interessante alternativa al consumo televisivo tradizionale. Banda permettendo, ovviamente. E’ il 65 per cento di italiani a poter attivare un’Adsl 20 Megabit (quelle più veloci); delle quali però solo il 40 per cento supera i 10 Megabit effettivi (fonte: Between).

Ma c’è di peggio: secondo la Commissione europea, siamo il Paese con la minor percentuale di connessioni veramente veloci (da10 Megabit in su) sul totale di quelle attive. Del resto, da noi ristagnano gli investimenti nelle nuove autostrade digitali (banda larghissima), mentre “stanno andando bene nell’Europa dell’Est e in altri Paesi come Francia e Portogallo, dove la banda larghissima copre il 20 e il 60 per cento della popolazione rispettivamente. In Germania e Regno Unito i piani degli operatori ispirano ottimismo”, sostiene Roland Montaigne, analista di Idate, l’osservatorio di ricerca che fornisce i dati di copertura alla Commissione europea. In Italia, per la banda larghissima, c’è la rete storica di Fastweb a 100 Megabit. Telecom Italia ha lanciato la prima offerta analoga a novembre, in appena 40 mila appartamenti di quattro città e a prezzi molto più alti della media del mercato (75 euro al mese). Qui c’è un rimpallo di responsabilità: “Telecom sostiene di ritardare gli investimenti a causa di un contesto poco chiaro di regole, ma il motivo è un altro e cioè l’operatore è carico di debiti”, accusa Nicola D’Angelo, consigliere Agcom (Autorità garante delle comunicazioni). Ma Franco Bernabè, presidente di Telecom, punta il dito contro gli italiani stessi: li accusa di usare poco la banda larga e quindi di disincentivare gli operatori a investire nella rete. Sarebbe la carenza di domanda a causare la scarsità di offerta.

Un gatto che si morde la coda, perché da noi i ritardi culturali e infrastrutturali si alimentano a vicenda. Il risultato è che solo il 49 per cento degli italiani ha la banda larga fissa (peggio fanno solo Grecia, Bulgaria e Romania, secondo I-com). Nel 2011 le famiglie con banda larga sono passate dal 43,4 per cento al 45,8 per cento (poco più della metà rispetto agli altri grandi Paesi europei), riporta l’Istat. Ma nel Sud si precipita al 37,5 per cento. Va meglio per l’utilizzo della banda larga mobile, dove siamo al 28,5 per cento, da chiavetta o cellulare, contro la media europea del 34,6 per cento, secondo dati della Commissione.

Gli italiani figurano poi agli ultimi posti per l’uso dell’e-commerce e, soprattutto, dell’e-Government, sempre secondo la Commissione europea. Quanto al rapporto tra utenti e la pubblica amministrazione via Internet fanno peggio solo Grecia e Romania. Peraltro senza miglioramenti italiani rispetto al 2010, nonostante i proclami dello scorso governo. Copertura e usi sofisticati di Internet sono i parametri ufficiali che le istituzioni comunitarie chiedono di potenziare: è prescritto nell‘Agenda Digitale Europea 2020. Il motivo: “Diversi studi dimostrano che c’è una correlazione diretta tra sviluppo delle nuove tecnologie e crescita economica”, nota Morandini, “si valuta che il progresso della banda larga in Europa porterà, entro il 2015, a creare oltre un milione di posti di lavoro e a una crescita economica di 850 miliardi di euro“. Insomma, la Rete è un volano per il lo sviluppo che tutti chiedono.

Ma di chi è la colpa dei nostri ritardi? Si diceva del gatto che si morde la coda, di carenze culturali e infrastrutturali, di domanda e di offerta. Detta in modo più tecnico, è una colpa di “sistema”. “Secondo le nostre ricerche, bisogna investire nell’offerta – nelle infrastrutture – per stimolare la domanda“, dice Alfonso Fuggetta, docente del Politecnico di Milano e a capo del Cefriel (Centro di ricerca e formazione nei settori ICT). Ecco perché Confindustria, in un rapporto di dicembre, chiede agli operatori di investire e nota che basterebbero 145 milioni di euro per eliminare il digital divide nei distretti industriali. “Sì, è anche colpa dell’offerta se gli italiani comprano poco sul Web”, nota Roberto Liscia, presidente di Netcomm, consorzio del commercio elettronico italiano: “Prova ne sia che gli utenti e-commerce italiani spendono più soldi sui siti stranieri che su quelli nostrani”. Sono poche le nostre aziende che vendono on line e ancora meno quelle che lo fanno in modo efficiente: appena il 5,4 per cento delle piccole e medie imprese (Istat 2011).

Ma è l’Italia tutta che deve credere nel digitale. A partire dal governo: ancora oggi siamo l’unico Paese industrializzato a non avere un’Agenda Digitale coordinata a livello centrale. Il governo Monti non ha stabilito nemmeno una delega ministeriale per temi affini, né per l’innovazione né per le comunicazioni. Non è chiaro se stanzierà fondi per il digitale. Per ora è riuscito solo a sbloccare quelli europei che stavano per scadere (1,3 miliardi per banda larga e larghissima). C’è un piano per eliminare il digital divide entro il 2013, come voluto dall’Agenda Digitale europea, con 1 miliardo di euro di fondi pubblici, ma per ora ne ha a disposizione solo circa metà. E’ dal 2006 che un governo italiano non ne stanzia per questo scopo. Confindustria chiede da tempo un piano di alfabetizzazione informatica e di incentivi alle imprese che vanno on line, come per altro hanno fatto altri Paesi negli anni passati.

Ma su questo fronte dal governo tutto tace e per ora sono i privati a doversi rimboccare le maniche, con programmi come Navigare Insieme (corsi di internet per anziani che Telecom lancerà nel 2012) o La Mia Impresa Online (di Google, Poste Italiane e Register.it). Non basta, questo è certo. Si vedrà nei prossimi mesi se il governo riuscirà a colmare il digital divide e a favorire così la crescita economica.

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