Asta Frequenze Tv: ora è guerra aperta, ma spunta la terza via per valorizzare i canali

Il dibattito sulle frequenze tv entra nel vivo e si trasforma in una guerra senza esclusione di colpi (di scena). L’annullamento del concorso di bellezza, la gara gratuita che avrebbe dovuto assegnare 6 multiplex agli operatori nazionali (tra i quali Mediaset e Rai), sembra cosa fatta (dico sembra), e il governo Monti insieme al Ministero dello sviluppo si prepara a indire un gara diversa, forse con meno frequenze, forse tra un anno, e forse anche per le compagnie telefoniche.

Ma nel comparto televisivo italiano c’è però chi rivendica da tempo le risorse frequenziali pubbliche e annuncia battaglia. Da una parte le associazioni delle tv locali, ad esempio, che hanno recentemente subito l’esproprio di 9 canali per far posto al traffico mobile della banda larga, in cambio di soli 174 milioni di euro di indennizzi (che in origine erano almeno 240 milioni), chiedono al nuovo esecutivo e al ministro Passera una parte delle frequenze (un terzo come previsto dalla legge). E mentre Lega, Idv e Pd chiedono che i multiplex siano venduti per miliardi di euro in un’asta onerosa, il Pdl con a capo Berlusconi boicotta la possibile gara («temo che andrebbe deserta» ha dichiarato) e continua a sostenere il beauty contest preparato dell’ex ministro Romani con il solito conflitto di interessi.

Dall’altra parte però c’è H3G (in gara nel beauty contest) che ieri ha dovuto prendere atto del parere negativo dell’Autorità per le comunicazioni (l’Agcom) sulla richiesta di conversione delle frequenze per la tv mobile (DVB-H) in canali per la tv digitale terrestre (DVB-T). Secondo le regole comunitarie e nazionali infatti il mux non può essere convertito ad altri usi perchè è proprio in corso un procedimento di assegnazione di frequenze aggiuntive. Un cambiamento d’uso di frequenze che però potrebbe essere una parziale soluzione allo stesso concorso di bellezza, attraverso la conversione dei canali digitali in DVB-H in licenza a Mediaset e la relativa assegnazione al Biscione di un quinto mux. Un ostacolo che, come sostengono alcuni, potrebbere essere rimosso con una nuova norma del governo,  che quasi certamente risolverebbe il problema politico sull’asta delle frequenze.

Dalle pagine di Firstonline giunge l’interessante proposta di Laura Rovizzi, a.d. di Open Gate Italia,  che potrebbe avvicinarsi alla soluzione del governo: «Occorre ricercare soluzioni che vadano oltre la mera introduzione di un meccanismo d’asta. La sostituzione del beauty contest con un’asta ‘pura’ (simile a quella utilizzata nella recente assegnazione delle frequenze LTE), o mista (come per le frequenze UMTS) porterebbe a cambiare la struttura stessa del mercato televisivo italiano (pervenendo, ad esempio, ad una separazione tra rete e contenuti) e richiederebbe una riforma del mercato pubblicitario. Troppo complesso, troppo tardi. – afferma – E’ necessario trovare una soluzione più realistica, con buona pace dei teorici della materia».

«La via più rapida ed efficace –  secondo la Rovizzi – potrebbe essere l’introduzione di un valorizzazione economica nell’attuale beauty contest stesso, articolato su tre livelli:

1- L’introduzione di un criterio economico a cui viene dato il peso di almeno il 30% nell’assegnazione del punteggio con la presentazione di un’offerta in busta chiusa da parte delle aziende partecipanti. In questo modo le aziende baseranno la loro valorizzazione delle frequenze su stime di mercato e sul proprio modello di business (attuale e futuro), evitando, dunque, una sopravvalutazione. Peraltro un meccanismo del genere ridurrebbe il rischio di fenomeni collusivi;

2- L’adeguamento dell’attuale canone di concessione, ad oggi fissato a livelli troppo bassi. L’1% del fatturato per tutte le emittenti nazionali, pubbliche e private è un valore molto più basso sia in confronto con quello di altri Paesi che con quanto corrisposto da altre aziende, ad esempio gli operatori mobili, che utilizzano le frequenze. Si tratta di una misura che non sembra presentare problematiche insormontabili e peraltro si tratterebbe di una misura strutturale il cui beneficio sarà positivo per le casse dello stato anche nel lungo periodo;

3- L’inserimento di una clausola che, in caso di vendita delle frequenze successivamente al periodo di divieto (5 anni, fissati anche nell’attuale disciplinare di gara), preveda che una percentuale rilevante dell’extra valore realizzato sia restituita allo Stato».

«La somma di questi tre criteri è sicuramente più sicura e, forse, in grado di ottenere risultati economici maggiori di quanto potrebbe realizzare un’asta con l’attuale struttura di mercato. L’ultimo aspetto è senz’altro, sebbene non abbia ancora trovato un adeguato spazio nel dibattito di questi giorni, il più critico. L’introduzione di meccanismi che portino alla liberazione di spettro da parte di Ministeri appare ormai non rinviabile: l’assenza di un piano industriale per la gestione delle frequenze, negli anni assegnate per esempio al Ministero della Difesa ed al Ministero degli Interni, impedisce la valorizzazione di un bene tanto prezioso e scarso come le frequenze. La mancata liberazione di parte delle frequenze da parte del Ministero della Difesa – non utilizzate o sottoutilizzate, in maniera non efficiente – ha da sempre condizionato gli operatori attivi sul mercato radiomobile e, di fatto, nell’ultima gara LTE ha ridotto la possibilità di partecipazione di ulteriori operatori. L’introduzione di meccanismi di Administrative Incentive Prices (AIP), già utilizzati in Gran Bretagna, che consistono, in sintesi, nella fissazione di prezzi incentivanti che tengano conto del costo-opportunità sotteso per l’utilizzo di frequenze non assegnate a mezzo di aste (ovvero la fissazione a valori molto vicini al valore di mercato), potrebbe portare ad un’ulteriore valorizzazione dello spettro ad oggi in mano pubblica, con conseguente maggiore ritorno per le casse del nostro Paese» conclude la Rovizzi.

Fonti: MF – firstonline.info

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