Beauty Contest: niente asta per le frequenze tv, c’è solo l’aumento del canone di concessione

L’asta sulle frequenze tv non s’ha da fare. Meglio il concorso di bellezza, che regalerà, come stabilito dal precedente governo, impunemente altri due mux a Rai e Mediaset, ed eviterà la prima crisi del governo Monti. Sembra questa la sentenza definitiva sul Beauty Contest delle frequenze, almeno in seguito alla bocciatura (scontata) di Berlusconi, che ha dichiarato pochi giorni fa che una gara competitiva con le frequenze in vendita rimarrebbe deserta. Ma gli appelli al ministro Passera a favore della ridefinizione della gara continuano.

Stefano Carli su La Repubblica, con l’ennesimo articolo sulle frequenze tv, esordisce oggi affermando che Berlusconi ha ragione: non c’è spazio per un’asta, ma non ha senso neanche regalare le frequenze a chi non ne ha proprio bisogno (e paga solo l’1% del proprio fatturato come canone annuo). Carli però scrive che ci sarebbero altri modi per vendere i multiplex pubblici. Per rifare la gara, con le varie procedure e le nuove regole, ci vorrebbero si e no sei mesi, con il consenso della Commissione europea, ispiratrice del concorso.

Ma il vero problema sarebbe quali frequenze mettere in vendita. E Carli ripropone la soluzione del professor Antonio Sassano, che indica la messa all’asta di soli 4 multiplex e l’assegnazione a Mediaset e TI Media di due frequenze in DVB-H, da convertire in DVB-T, già sfruttate nel mercato per la tv mobile. Una gara che secondo il docente dell’Università di Roma sarà da proporre solo agli operatori di rete puri (come RaiWay, Terna, F2i, DMT che non producono contenuti), e che potrebbe fruttare circa un miliardo di euro entro la fine del 2012, ma la cifra con i rilanci potrebbe arrivare anche a 1,6 miliardi.

Uno scenario del genere potrebbe essere possibile se l’Italia fosse un paese “normale”, basta dare uno sguardo fuori dai confini: sia i francesi sia gli inglesi hanno dato il via ad aste pubbliche per le frequenze tv. L’India sta avviando un’altra asta da 5,5 miliardi di dollari, e USA e Canada potrebbero vendere 500 MHz entro i prossimi tre anni. Gli Stati Uniti, già passati al digitale terrestre, metteranno a breve all’asta altri 120 MHz del loro spettro elettromagnetico ora occupati dalla televisione. In Europa invece si punta a liberare 1000 MHz, soprattutto nella banda 700 Mhz, per le tecnologie della banda larga mobile.

Anche per Edoardo Segantini su il Corriere della Sera, un’asta competitiva non potrebbe ragionevolmente avere luogo prima della primavera 2012. Una gara vera per le frequenze tv che non avrebbe il solo obiettivo di portare soldi nelle casse dello Stato, ma anche quello di aprire il mercato televisivo a nuovi soggetti, italiani e internazionali, come imposto dall’Europa per evitare le pesanti sanzioni (ora congelate) sul dividendo digitale italiano definito dalla Legge Gasparri. Dividendo che ha già regalato 4 mux a Mediaset (più una per il DVB-H), 4 frequenze alla Rai (più una per il DVB-T2), 3 mux a Telecom Italia Media, 2 frequenze per il gruppo L’Espresso, un mux a DFree (Tarak Ben Ammar), uno a Retecapri, uno (dopo 21 anni di cause) a Europa 7, e uno per H3G in DVB-H (ma che sta convertendo in DVB-T), chiudendo di fatto il mercato del digitale terrestre. Il concorso di bellezza andrebbe ad assegnare altri mux, guarda caso, ai soliti Rai, Mediaset, TI Media, DFree (Prima Tv), Europa 7, 3 Italia (H3G), più Canale Italia.

Secondo il giornalista del quotidiano di proprietà di RCS ci si potrebbe muovere in due tempi. Primo: innalzare subito, in modo significativo, il canone di concessione per tutti i già titolari di frequenze. Un significativo aumento del canone di concessione, proporzionale al fatturato televisivo, potrebbe portare nelle casse dello Stato alcune centinaia di milioni di euro, secondo stime del professor Antonio Sassano, autore del primo Piano Nazionale delle frequenze in qualità di consulente dell’Autorità delle comunicazioni. Per aprire poi il mercato alla concorrenza la strada maestra è quella di sospendere il beauty contest e dare tempo al governo di organizzare un’asta fatta bene, aperta a operatori internazionali. Compresi gli operatori di rete europei, televisivi e non. In modo da sanare un’altra anomalia italiana: diversamente da quelli di altri Paesi, i nostri big sono verticalmente integrati, cioè posseggono le reti di trasmissione e sono nello stesso tempo editori. E, a quest’ultimo proposito, par di capire dalla sua intervista di ieri a La Stampa, che il nuovo capo dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella abbia già deciso di approvare la fusione Mediaset-DMT, che di fatto trasformerebbe il Biscione in un monopolista delle torri.

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