Mediaset: l’impero economico di Berlusconi rischia l’assalto

L’impero economico di Silvio Berlusconi rischia l’assalto, in caso di dimissioni del premier. Nella consueta riunione di famiglia del lunedì ad Arcore tra Silvio Berlusconi, i figli e i suoi collaboratori più fidati, secondo il quotidiano La Repubblcia, si è discusso delle conseguenze su Fininvest e Mediaset dell’eventuale passo indietro (o di lato) del premier.

La posta in gioco è molto alta su diversi fronti, afferma Ettore Livini nel suo articolo. Il capitolo più delicato nell’immediato è il destino di Mediaset, i cui titoli hanno nuovamente sobbalzato ieri in Borsa (con tanto di indagine della Consob) non appena si sono sparse le voci sull’addio del Cavaliere. Le tv di casa Berlusconi — protette dall’ombrello del conflitto d’interessi, dalla Gasparri e da una curiosa predisposizione dei grandi inserzionisti privati a privilegiare gli spot sui network di Cologno — hanno surclassato negli ultimi anni le performance della Rai. Regalando ai loro soci, Silvio compreso, una pioggia d’oro di dividendi. Nel 2000, per dare un’idea, gli spot garantivano a viale Mazzini una cifra pari al 60% di quella incassata grazie alla pubblicità da Mediaset. Oggi la percentuale è scesa al 40%. La raccolta di Publitalia ha regolarmente surclassato quella della Sipra. Salvo il 2006 e il 2007, gli anni del governo Prodi, quando Saxa Rubra — guarda caso — è riuscita a tenere il passo della rivale.

Cosa rischiano Canale 5 & C. in caso di crisi di governo? Il timore dell’ala catastrofista di Arcore (quella guidata da Marina, non a caso uscita allo scoperto sempre più spesso negli ultimi mesi in difesa del padre) è chiaro: una riedizione di quella riforma Gentiloni che imponeva un tetto più severo alla raccolta di pubblicità del Biscione. Un colpo che rischia di essere quasi mortale per un gruppo già alle prese con i guai di Endemol — il produttore de “Il Grande fratello” in cui Mediaset ha perso quasi 500 milioni — l’offensiva di Sky e i segni di stanchezza della tv generalista. La Borsa ha già fiutato aria di guai, tanto che da inizio anno i titoli di Cologno hanno perso il 47%, bruciando 1,1 miliardi dei risparmi di Arcore. Questa voragine rischia però di allargarsi ancora di più se la società rimarrà orfana degli “aiutini” confezionati a intervalli regolari dal governo del suo socio di riferimento negli ultimi tre lustri: senza leggi salva Rete 4, sovvenzioni per i decoder, Iva anti-Murdoch e aste gratuite per le frequenze digitali — dicono gli analisti — far quadrare i conti del Biscione sarà molto più difficile.

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