Banda larga: dall’UE miliardi per lo sviluppo, dall’Italia solo polemiche

La Commissione Europea ha proposto di stanziare 9,2 miliardi di euro per il periodo 2014-2020 per lo sviluppo della banda larga e i servizi digitali. Un grande passo in avanti per la realizzazione degli obiettivi dell’Agenda Digitale europea, che puntano a diffondere entro il 2020 l’accesso universale alla banda larga di almeno 30 Mbps, con il 50% delle famiglie raggiunte da velocità superiori a 100 Mbps.

Dei finanziamenti UE, 7 miliardi saranno destinati alla realizzazione delle infrastrutture di rete, ha dichiarato il commissario europeo per l’Agenda Digitale, Neelie Kroes, che ha sottolineato che lo sviluppo della reti sarà un incentivo per la crescita economica. «Nell’arco di 10 anni lo sviluppo della banda larga potrebbe generare mille miliardi di euro in termini di nuove attività economiche e creare milioni di posti di lavoro. Un aumento della penetrazione della banda larga di 10 punti percentuali genera una maggiore crescita del PIL tra lo 0,9 e l’1,50%», ha dichiarato la Kroes.

Il finanziamento Ue alla banda larga avrà un effetto di volano. «Ogni euro investito nella banda larga può generare investimenti del settore privato tra 6 e 15 euro, quindi significa attivare investimenti tra 50 e 100 miliardi di euro», ha aggiunto la Kroes, precisando che l’obiettivo è avvicinare l’Europa agli standard di Giappone e Corea del Sud, dove la penetrazione dell’ultra broadband è già rispettivamente del 12% e del 15% della popolazione. Un importante passo per colmare il divario digitale in Europa e attrarre investimenti sulle infrastrutture nelle aree più “difficili” ovvero fuori dai centri urbani o quelle scarsamente popolate.

E in Italia? Nel paese Nemico della Rete, dopo il tentativo rimandato di leggi-Censura, si registrano solo tagli ai fondi pubblici e polemiche politiche. Mentre gli operatori mobili, a partire dal 2012-2013, sono pronti a finanziarie con l’aiuto di Infratel con quasi 1,5 miliardi di euro a testa lo sviluppo delle reti mobili di nuova generazione LTE, sulle frequenze appena acquistate dalle telco per 3,9 miliardi, lo Stato italiano è, come al solito, al palo sullo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi per la banda larga fissa.

La Legge di Stabilità di Giulio Tremonti in via di approvazione ha sonoramente tagliato gli 800 milioni di finanziamenti per il settore Tlc (per domanda e per lo sviluppo delle infrastrutture di Internet) derivanti dai ricavi in eccesso della celebre asta LTE. Ma le proteste degli operatori, delle opposizioni politiche, dei media di settore (come Key4biz.it e IEEE Italy hanno raccolto 900 sottoscrizioni con un appello) e degli esperti di telecomunicazioni e di economia, hanno almeno convinto il presidente della Commissione Trasporti e Telecomunicazioni della Camera, Mario Valducci, a presentare la prossima settimana una risoluzione a favore della banda larga, che secondo lo stesso Valducci «sarà votata all’unanimità».

Nel frattempo il Piano Romani per le reti NGN sta lentamente affondando. Bocciato dagli operatori tlc (in primis Telecom Italia), privo di finanziamenti pubblici e di sostegni del settore, il progetto del governo di cablare i distretti industriali e le aree ad alta densità di domanda con la fibra ottica sta per essere rimpiazzato dal modello Metroweb su scala nazionale. Per il ministro dello sviluppo però Metroweb non è sufficiente, perchè «per cablare l’Italia serve l’intervento dello Stato, con fondi pubblici o della Cassa depositi e prestiti». Romani infatti non ha alcuna intenzione di mandare all’aria il progetto Fiberco per la fibra, e ha inviato un chiaro messaggio a Vito Gamberale, il numero uno del fondo F2i che finanzia Metroweb, affermando che il ruolo dello Stato è determinante perchè può garantire le risorse da utilizzare laddove gli operatori privati non investiranno a causa della scarsità di domanda. Il ministro, lasciato solo nella sua impresa, accusa anche Telecom di avere un atteggiamento titubante nei confronti del passaggio dal rame alla fibra e di essersi ritirata dalla newco Fiberco non appena sono spariti i finanziamenti.

Il colpo di grazia al Piano Romani per lo sviluppo della rete NGN però arriva dalla voce di Franco Bassanini, presidente di Metroweb e della Cassa depositi e prestiti: «Siamo pronti a sostenere finanziariamente il progetto Metroweb nel quale crediamo», cioè portare la fibra a metà della popolazione al 2020 garantendo una connessione a 100 mega. Cdp «attraverso il fondo F2i, ha una partecipazione in Metroweb, che ha in progetto non solo di completare la rete in fibra di Milano, ma di cablare altre città italiane. Abbiamo l’appoggio di operatori come Telecom Italia, Vodafone e Fastweb. Questo dimostra che si è forse imboccata la strada giusta per lo sviluppo della fibra, probabilmente l’unica possibile per il nostro Paese. Il merito del tavolo Romani – ha spiegato Bassanini – è stato quello di capire e far capire che in Italia non può realizzarsi nè la soluzione giapponese o coreana, cioè di un investimento in una rete NGN pari a 15 miliardi di risorse pubbliche, perchè avrebbe voluto dire per l’Italia un aumento del debito pubblico di un intero punto di PIL, nè quella britannica dove la rete NGN è stata compiuta dall’incumbent, e poi messa a disposizione di tutti gli operatori. In Italia occorreva pensare ad una terza via (ispirata dal tavolo Romani), cioè una società della rete capace di mobilitare capitali privati in un investimento di lungo termine. Il tavolo Romani ha poi esplorato la via di una società mista pubblica e privata, incontrando difficoltà. Il progetto Metroweb mobilizza risorse al 100% private».

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