Digitale terrestre Piemonte: la crisi nera delle tv locali

Da un articolo di Clara Caroli su torino.repubblica.it del 17/08/2011:

Calo degli ascolti, crollo degli introiti pubblicitari, società al collasso, debiti con i fornitori, stipendi non pagati, giornalisti in fuga. Questo è lo scenario da Armageddon dell’emittenza televisiva piemontese dopo il passaggio al digitale terrestre.

La storica “fabbrica dell’etere” nata alla fine degli anni 70 attorno alla pioniera Tele Torino International, è oggi un settore senza ossigeno che ha sofferto la «rivoluzione» in maniera drammatica; tanto che, come è accaduto in Sardegna, potrebbe presto chiedere lo stato di crisi. «Ci sono almeno tre casi di emittenti in grave difficoltà sul territorio», spiega il fiduciario per il Piemonte della Frt, la Federazione Radio Televisioni, Mauro Lazzarino, presidente di Grp. «Valuteremo con la Regione se sia il caso di aprire formalmente un tavolo di crisi».

C’è chi non ne vuol sapere e prova a tenere duro chiedendo nuovi prestiti alle banche, ma sul settore comincia a tirare aria di cassa integrazione. Sono 26, delle 421 nazionali, le società cui fanno capo le emittenti televisive del Piemonte. Ventisei piccole-medie imprese che si spartiscono annualmente i fondi assegnati dal ministero delle Comunicazioni in base a una tabella redatta dal Corecom, una graduatoria fatta tenendo conto di due parametri: fatturato e numero di dipendenti. Per il Piemonte, dopo i tagli del governo Berlusconi, la torta si è ridotta. Nel 2009 erano 6 milioni e mezzo di euro, 7 milioni e 800mila circa nel 2008 e quasi 7 milioni nel 2007. Finanziamenti che permettono comunque a molte emittenti di sopravvivere. Solo che arrivano tardi.

Nel disagio generale, peggio di tutti sta Telestudio, storica emittente che ai tempi del sodalizio con Odeon Tv di Calisto Tanzi sfornò le future stelle e stelline (Simona Ventura, Alba Parietti, Maria Teresa Ruta e Ramona Dell’Abate) di cui è editore Giuseppe Barberi. In via Rocca dè Baldi da quattro mesi non vengono pagati gli stipendi, raccontano allarmati i quindici dipendenti. Lo stesso era accaduto nei primi sei mesi dello scorso anno. «Non ci sono soldi, questo è il refrain» racconta Rosanna Caraci, giornalista professionista, che ha fatto causa (vincendola) all’azienda. Il suo non è un caso isolato. Nel backstage degli studi si parla di altri licenziamenti e stipendi a rischio. «Nessun allarme – replica Giuseppe Barberi – Un ritardo nei pagamenti dovuto ai contributi ministeriali che non arrivano. Ma non nego che la crisi ci sia. Il digitale ha procurato un danno enorme, con la scellerata sperimentazione che ha spaccato in due il Piemonte facendo calare la pubblicità. Il problema ora è che le banche ci considerano a rischio».

Sullo sfondo anche gestioni “leggere” e investimenti sbagliati. Ma al netto dell’insipienza, l’intero settore al momento non sembra più in grado di garantire l’occupazione. «Il crollo degli introiti pubblicitari, indotto dalla confusione che si è creata nel periodo della transizione al digitale, ha creato situazioni critiche per i lavoratori» conferma il sindacalista Emanuele Chiarazzo della Slc-Cgil che ha seguito alcune vertenze. Prima il caos dell’assegnazione delle frequenze, che ha disorientato telespettatori e investitori, poi la mancanza di fondi per l’adeguamento tecnologico e per lo sviluppo di contenuti per tenere il passo con la moltiplicazione dei palinsesti. Il digitale ha operato sul mercato una drastica selezione naturale: chi non ha utili sufficienti a sostenere i nuovi standard richiesti dal mercato, soccombe.

«Mi arrivano sulla scrivania curriculum di colleghi in cerca di una sistemazione sicura», racconta il direttore di Quartarete, Darwin Pastorin. La sua antenna, di cui è editore Davide Boscaini, è tra le poche uscite indenni (nel numero anche Telecupole, con forte radicamento nel Cuneese, e Retebiella, erede della storica Telebiella fondata nel ’72 da Peppo Sacchi, prima televisione privata d’Italia, anch’essa con solida nicchia nel territorio). Hanno passato il guado ed ora godono di discreta salute. «Puntiamo su un prodotto che abbia la qualità e gli standard tecnologici delle tv nazionali ma che si rivolga al pubblico locale – spiega Pastorin, formato alla palestra de La7 – Abbiamo scelto di investire sul 3D, con un canale sperimentale. E poi sul web, dove trasmettiamo in streaming. Le statistiche parlano chiaro: il pubblico televisivo è formato per oltre il 40% di spettatori sopra i 65 anni. O si trovano idee e linguaggi per parlare ai giovani o la tv è morta».

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