TI Media: nasce il terzo polo televisivo italiano? Intanto arriva Google

Da un articolo di Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera del 12/06/2011:

La complicata partita del terzo polo televisivo (La7), fra voci di vendita a oligarchi russi e la ricerca di un socio disposto a rilevare il 40% delle quote di TI Media

Enrico Mentana continua a migliorare gli ascolti del Tg de La7. Ieri l’edizione delle 20 ha sfiorato il 12%. La locomotiva delle notizie traina l’intera prima serata, la più ricca per la raccolta pubblicitaria. Nel 2010 la società editrice, Telecom Italia Media, ha perso ancora 65 milioni, ma ogni punto di share guadagnato sul giorno medio vale 20-30 milioni al netto delle commissioni. E il concessionario di pubblicità, la Cairo Communication, è impegnato fino al 2019 con un contratto assai remunerativo (le commissioni possono salire fino al 50%nella raccolta extra) ma interrompibile dal concedente nel giro di 30 giorni in caso di performance insoddisfacenti.

Per la prima volta nella sua storia, La7 può vedere la luce. E la prospettiva si riflette sul suo valore d’impresa che si avvicina al mezzo miliardo, tra capitalizzazione di Borsa e debito. Il rialzo, tuttavia, si giova anche di tre altre spinte di carattere straordinario: a) l’attesa dell’ingaggio di alcune star della Rai come Michele Santoro, Fabio Fazio, Giovanni Floris, Milena Gabanelli; b) la decisione di Telecom Italia di valorizzare la società televisiva, operazione affidata a Mediobanca che di Telecom è parte correlata in quanto azionista eccellente; c) la perdita di lucidità di Silvio Berlusconi che, con la sua lettura ormai solo politica delle cose televisive, regala al terzo polo un’autostrada commerciale, quale interprete di quella parte di società italiana non più rappresentata dal duopolio collusivo Rai-Mediaset, e apre a Telecom nuovi spazi di manovra negli ancora inesplorati rapporti tra video, Internet e telecomunicazioni di cui ieri confabulavano Franco Bernabé (presidente Telecom) ed Eric Schmidt (executive chairman di Google) passeggiando a Sankt Moritz in una pausa dei lavori del Club Bilderberg.

Al momento, questi fattori hanno un certo grado di aleatorietà. Mentana è stato un grande affare, perché, arrivando a La7 dopo il periodo di inattività seguito al divorzio da Canale 5, ha accettato volentieri di lavorare con la redazione esistente dietro un compenso basso nella parte fissa e non enorme nemmeno in quella variabile. Santoro dalla Rai è appena uscito e potrebbe essere tentato da un clamoroso rientro, complice l’evoluzione del quadro politico e la preghiera di parti della sinistra a non abbandonare il servizio pubblico.

Fazio ha chiarito che, se mai dovesse, a La7 verrebbe con tutta la sua truppa, casa di produzione Endemol compresa. La Fazio factory costa 10 milioni l’anno e ne porta 16 di spot. L’amministratore delegato di Telecom Italia Media, Gianni Stella, si chiede se Fazio possa dargli la stessa performance industriale, e ancora non trova la risposta. Facesse Fazio il 10% degli ascolti su La7, per l’auditel sarebbe ottimo, ma il saldo tra ricavi e costi sarebbe negativo per Stella. E allora tornerebbero gli squilibri delle gestioni precedenti.

Ci vorrebbe un aiutino da parte di Lorenza Lei, il nuovo direttore generale che ha portato a Berlusconi la testa di Santoro: fuori tutti, tutti disoccupati, tutti pronti a lavorare come Mentana a prezzi scontati. Ma la Rai si farà davvero del male fino al suicidio? La qualità del suo gruppo dirigente è modesta, non ci sono più né una Letizia Moratti né un Flavio Cattaneo, ma la fedeltà a un capo in declino annullerà perfino lo spirito di sopravvivenza? Possibile che Berlusconi non capisca che La7 più forte danneggia anche Mediaset? (Dalle colonne di MF – Milano Finanza si dice che il premier sia furente per l’uscita di Santoro dalla Rai senza un accordo di non concorrenza – ndr).

Abbastanza incerto è anche il progetto di valorizzazione di Telecom Italia Media. Franco Bernabé ha confidato in più di una riunione che a un miliardo di valore d’impresa (850 milioni per le azioni più l’assunzione di 150 milioni di debito) venderebbe la tv. Telecom Italia non ha più granché da vendere, dunque o c’è il prezzo o niente. Ma 800-850 milioni per le azioni Telecom Italia Media è una cifra senza riscontri in Borsa. D’altra parte, anche ai valori correnti i principali gruppi editoriali italiani non avrebbero né la liquidità necessaria per acquistare La7 né un flusso di cassa sufficiente a supportarne il rilancio. Il gruppo maggiormente indiziato, l’Espresso, guadagna 50 milioni l’anno e Carlo De Benedetti (che può benissimo acquistare una rete televisiva, dato che il divieto di incrocio stampa-tv vale solo per gli editori che hanno ricavi superiori all’8% del SIC – ndr) difficilmente si caricherebbe sulle spalle un oggetto che oggi ne perde 65.

Ci vorrebbe, sorridono in Telecom, un amatore come quegli oligarchi russi variamente legati a Gazprom che comprano giornali in Gran Bretagna. In realtà, il candidato naturale sarebbe Sky, interessata al digitale terrestre e alle trasmissioni in chiaro accanto a quelle a pagamento, ma neanche Rupert Murdoch fa regali. Di qui l’idea di Stella di un socio che prende il 40%. Una soluzione possibile, previa Opa sul flottante a opera della stessa Telecom Italia per togliere la società televisiva dalla Borsa. Gli oneri sarebbero allora assai minori, la platea dei pretendenti di nuovo larga e Telecom Italia, in attesa del miliardo di Bernabé, continuerebbe a tenere un piedone all’incrocio tra video, motori di ricerca e telecomunicazioni, che ha formato oggetto del recentissimo accordo con Google per portare YouTube sulla piattaforma Cubovision.

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