Tra Libia e Russia il WiMax italiano a banda stretta

Da un articolo di Gianluca Paolucci su La Stampa del 01/03/2011:

Verso una proroga di due anni per le società che si aggiudicate le frequenze ma non hanno adempiuto per tempo alle previsioni del bando di gara. L’asta per le frequenza aveva portato 130 milioni nelle casse dello Stato

Oggi si capirà qualcosa di più della sorte del WiMax italiano. Per ora, il servizio non è arrivato a quel 60 per cento di copertura previsto come requisito minimo, il destino di alcuni operatori è incerto e i dubbi ai quali il Ministero dello sviluppo economico dovrà rispondere nella riunione con gli operatori fissata appunto per oggi, sono molti. Perché, ad esempio, se alcuni operatori risultano inadempienti, la concessione a questi non viene annullata e le frequenze riassegnate, ma vengono invece riaperti i termini? E perché uno dei vincitori, la E-via del gruppo Retelit (aggiudicataria di tre dei sette diritti d’uso nazionali del blocco B, in pratica tutto il Nord più Toscana e Marche) ha potuto comunicare al mercato il 10 gennaio scorso che la sua richiesta di proroga dei termini per gli obblighi di copertura fissati dal bando di gara era stata accolta, anche se gli altri operatori non hanno ancora ricevuto nessuna comunicazione? Il fatto che Retelit, quotata in Borsa, abbia come primo azionista una società a capitale libico (la Libyan Post Telecomunication Information Technology Company, Lptic), guidata per di più da Mohammed Gheddafi, uno dei figli del Rais, aveva dato adito tra gli operatori a più di una interpretazione ancor prima delle rivolte tripoline.

La gara per le frequenze, tre anni fa, aveva stabilito un record europeo: lo Stato incassò 130 milioni di euro per le licenze WiMax, tecnologia che consente la connessione a Internet senza fili ad alta velocità «in movimento». La scommessa era interessante – e forse lo è ancora -: i rilanci arrivarono fino al 176% della base d’asta e licenze finirono in mano ad operatori «primari», come si dice in gergo, del mondo delle tlc e della finanza. All’epoca fece rumore l’interesse dell’imprenditore israeliano David Gilo, che da Todi, con la Aria spa da lui finanziata, fece incetta di concessioni nazionali. Ma tra i vincitori c’erano anche Telecom Italia e la Aft Linkem, promossa dalla Sopaf dei Magnoni con azionisti come Marco De Benedetti e i fondi americani di Ramius.

Su Aria, altro inadempiente, si è consumato una scontro tra isoci piuttosto duro. David Gilo si è defilato ed è uscito dall’azionariato. E la società dalla bucolica Todi, nel cuore della verde Umbria, si è trasferita nella meno pittoresca Vimodrone. La società è adesso controllata da un gruppo piuttosto eterogeneo di soci, composto da Goldman Sachs e da una serie di fondi e imprenditori russi, che in luglio hanno nominato una vecchia conoscenza delle tlc italiane, quel Riccardo Ruggiero già al vertice di Telecom Italia, chiamato in causa del rapporto Deloitte per le sue presunte responsabilità nelle vicende di mala gestione del gruppo.

Ad aver ottemperato sarrebbe invece Aft, vincitrice di una licenza nazionale del gruppo A e di 12 licenze regionali su ventuno. Le sue azioni sono tutte in pegno ad un pool di banche guidato da Unicredit con Banco Popolare e Bpm e i suoi soci, tra i quali figurano oltre a Sopaf i fondi Usa Ramius e Paul Capital, che ne hanno finanziato lo sviluppo non sono molto contenti che gli inadempienti vengano sanati. Secondo quanto trapela dal Ministero, oggi ai sedici assegnatari di licenze invitati (società o gruppi di società) verrà prospettata una proroga di altri due anni per ottemperare agli obblighi di copertura. Ovvero, quasi un raddoppio rispetto ai 30 mesi previsti nel bando. E la «possibilità», per gli inadempienti, di ricevere sanzioni finanziarie. Sempre che gli adempienti siano d’accordo. In caso contrario, la breve storia del WiMax italiano potrebbe finire nelle aule di tribunale.

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