In Italia sboccia il Wi-fi pubblico. Ma il mercato privato è ancora in stallo

Da un articolo di Alessandro Longo su Nòva 24 Il Sole 24 Ore del 27/01/2011:

Regna la confusione nel mercato Wi-fi pubblico. Passato meno di un mese dalla liberazione dai gravami della Pisanu, a muoversi – e veloci – sono soltanto i grandi soggetti. I piccoli esercenti sono più incerti di prima e per ora, prima di adottare il Wi-Fi, aspettano che le norme si chiariscano. Emerge questa evidenza da un’inchiesta che Nòva24 ha condotto presso i principali attori del mercato Wi-Fi (gestori di servizi e aziende specializzate in installazione di hot spot).

La cosa buona è che proprio nei giorni della caduta del decreto Pisanu è un fiume di annunci di iniziative. La Provincia di Roma ha stretto un accordo con la Confederazione nazionale dell’artigianato, per estendere la rete ai suoi 4.200 associati (tra cui ristoranti, bar, alimentari, centri benessere). Già la Provincia ha 500 hot spot (tra cui una sessantina di bar), installati su connessioni banda larga di vari soggetti. Coinvolgere anche i piccoli esercenti è fondamentale: è proprio questo uno degli obiettivi della nuova fase del Wi-Fi italiano. Solo così sarà possibile rendere internet davvero capillare nelle strade.

I responsabili dei servizi informativi del Comune di Venezia e della Regione Sardegna dicono a Nòva24 che quest’anno mirano a estendere le proprie reti anche mettendo hot spot presso gli esercenti. È questo uno degli obiettivi del progetto del Comune di Milano, appena annunciato. Un’ordinanza comunale a Firenze obbligherà 450 bar e ristoranti a offrire il Wi-Fi nei dehors, tra primavera e autunno. A conferma del fermento che effettivamente si registra, altri Comuni lanceranno a breve una rete Wi-Fi (Pordenone, Napoli, Gorizia, a quanto risulta).

«Da gennaio abbiamo registrato una certa crescita di interesse da parte di catene di bar, che vogliono installare i nostri hot spot», dice Giovanni Guerri, presidente di Guglielmo (la sua rete ne ha un migliaio). Con tecnologia di Guglielmo, il Comune di Verona sta estendendo il Wi-Fi in buona parte della città, scuole, biblioteche. «Lavoriamo a un accordo con Confcommercio per estendere gli hot spot a bar e ristoranti, entro primavera. Le due parti metteranno i fondi per gli apparati – dice Ronny Veneziani, responsabile del progetto Wi-Fi presso il Comune di Verona –. Caduto il Pisanu, stiamo riscontrando interesse da parte di operatori Adsl. Eutelsat, in vista del lancio dei nuovi servizi satellitari, vorrebbe preparare un bundle internet più hot spot Wi-Fi per bar, alberghi e spiagge», dice Giampaolo Mancini, fondatore di Trampoline, che offre software per gestire hot spot pubblici. «Abbiamo avuto un’impennata di utenti registrati: dei nostri 59mila, 9mila sono arrivati nell’ultimo mese. Grazie a tutta la discussione che c’è stata intorno al Wi-Fi», spiega Francesco Loriga, responsabile servizi informativi della Provincia di Roma.

Insomma, forse è stato soprattutto il clamore mediatico, più che la caduta del Pisanu, a interessare al Wi-Fi vari soggetti. I piccoli esercenti no, perché loro sono soprattutto confusi. In questa fase, infatti, ancora non si sa quale altro obbligo arriverà a sostituire quelli decaduti, per chi gestisce accessi pubblici a internet. «I piccoli esercenti ci sembrano meno inclini di prima a mettere il Wi-Fi, a causa della confusione normativa». È il refrain che ripetono le varie aziende che installano hot spot e relativi software di autenticazione/gestione: WiFi Sms, WiFiGest, Trampoline, Future3 (rete di 450 hot spot), Microbusiness (500, con annessi servizi di marketing di prossimità via wireless).

I piccoli bar e ristoranti sono sempre stati ostili al Wi-fi, in Italia, in media. Trampoline e WiFiGest raccontano le stesse storie. «Una signora gestisce un hotel e un bar. Ci dice: ok per il Wi-Fi in piazza e anche nell’albergo, ma nel bar no. Qualche anno fa lo avevo messo ma poi l’ho tolto perché la gente si sedeva, ordinava un solo te e stava seduta anche quattro ore, occupando il tavolo», dice Mancini.

Storia comune. In questi giorni, fa il giro dei blog una foto, scattata dall’esperto Stefano Quintarelli in un bar di Roma: «Vietato l’uso dei pc ai tavoli», è scritto su un cartello. «Molti colleghi la pensano così. Ma è un modo vecchio di intendere il commercio. Da me la clientela è aumentata del 30 per cento grazie al Wi-fi, dal 2008», dice Samuele Gallori, titolare del bar Deluxee di Firenze. «Adesso i clienti vengono più volentieri perché navigano mentre aspettano il proprio turno», aggiunge Paola Caponera, titolare del salone Hairstylist di Roma. «Abbiamo incrementato gli utili: ora la gente, per navigare, sosta e consuma anche in orari insoliti, prima e dopo cena», dice Pasquale Compagnone, titolare del ristorante El Pueblo, a Roma. Mettere il Wi-Fi è di per sé una piccola cosa. Ma è figlio di un salto culturale tra il vecchio e il nuovo.

C’è chi invece, come Alberto Mingardi dalle colonne dello stesso quotidiano Il Sole 24 ore, tenta di giustificare la falsa partenza del mercato del Wi-fi con lo sconfinamento dei servizi pubblici di connessione wireless nell’ambito della concorrenza privata delle società tlc.

Secondo Mingardi è opportuno distinguere tra un approccio mirato, ad esempio un’ora al giorno di connessione pubblica e gratuita, e l’ambizione di mettere un’intera città sotto un “ombrello Wi-fi”. Nel primo caso, un’amministrazione pubblica offre accesso a internet per ingannare l’attesa di un colloquio, o per scaricare documenti e dati necessari per le interazioni con la Pa. Altra cosa però è che i comuni, offrendo una copertura completa senza costi e senza onerose richieste d’identificazione per l’utente, si mettano in concorrenza con i privati che a vario titolo danno una connessione wi-fi quale servizio accessorio (hotel, bar, ristoranti; un domani parrucchieri e negozi di scarpe), e con gli operatori di telefonia mobile. La denuncia non tanto velata è quella che c’è il rischio che il Wi-fi pubblico possa “rubare” consumatori agli operatori dati.

Mingardi però non tiene in considerazione l’incertezza che domina il mercato del Wi-fi, che blocca le piccole imprese che potrebbero fornire l’accesso alle reti. Incertezza causata direttamente dalle norme del decreto Pisanu ancora non cancellate (il decreto infatti non è stato completamente abrogato), e dai timori da parte degli operatori per la nuova legge che dovrà essere scritta e approvata dall’esecutivo, la quale, a detta di Maroni, applicherà comunque delle restrizioni di accesso e d’uso per la sicurezza.

Inoltre le considerazioni del giornalista evitano accuratamente di valutare il reale stato del mercato del Wi-fi in Italia, dominato dall’ex-monopolista delle telecomunicazioni che in passato ha operato per distruggere ogni tipo di concorrenza e per far crescere il più possibile il business della telefonia mobile. Dieci anni fa infatti Telecom Italia soffocò il mercato nascente del Wi-fi offrendolo gratis, e successivamente, liberatosi degli operatori concorrenti, propose connessioni carissime a tre euro all’ora, bloccando di fatto, fino ad oggi, lo sviluppo del settore dei collegamenti wireless. Una strategia adottata negli anni per non togliere consumatori ed abbonati alle connessioni mobile con la Sim. Non per nulla Franco Bernabè, ad Telecom Italia,  è stato forse l’unico che ha avuto il coraggio di schierarsi sempre a favore del decreto Pisanu in questi 5 anni di oscurantismo del Wi-fi.

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