Digitale terrestre: la guerra delle tv locali contro Mediaset

Il nuovo attacco delle tv locali era atteso e prevedibile, data la situazione precaria di tutto il comparto delle piccole emittenti regionali conseguente al passaggio al digitale terrestre. Ma stavolta la rinnovata battaglia  delle piccole tv ha allargato il suo obiettivo, attaccando non più solo il governo e i ministeri, ma anche e soprattutto il colosso della televisione commerciale, l’azienda della famiglia di sua emittenza Berlusconi, insomma l’impero mediatico di Mediaset.

Il presidente delle Associazioni delle tv locali, Maurizio Giunco, infatti, per la prima volta accusa apertamente e senza mezzi termini la società di Cologno Monzese di voler «uccidere le emittenti locali», in difesa delle piccole aziende del settore  che ormai da qualche mese «lottano per la sopravvivenza», unite come mai nella storia della televisione italiana, a fronte dei rischi portati dai nuovi regolamenti del Ministero delle comunicazioni e dell’Autorità garante che limitano fortemente lo sviluppo economico delle stesse società tv e sono orientati a sottrarre risorse vitali come le frequenze televisive.

Giunco, in rappresentanza dell’Associazione e della Federazione Radio Tv Locali, nel dicembre scorso ha compiuto il primo e clamoroso atto di dissenso dando le dimissioni dal Cda di DGTVi, l’Associazione nazionale delle tv per il digitale terrestre che accomuna Rai, Mediaset, TI Media e D-Free. Il suo gesto è stato poi seguito dall’abbandono anche di Aeranti-Corallo, altra organizzazione che rappresenta ben 320 tv locali, quasi 600 radio, e 6 syndacation.

La nuova mossa della guerra tra Davide e Golia si compirà nei prossimi giorni con la messa in onda una serie di spot annunciati su tutte le emittenti locali contro chi «sta cercando di chiudere il mercato, uccidendo nella culla i possibili competitori». Una campagna mediatica contro lo stesso impero dei media.

Ma per comprendere le origini della guerra delle tv locali leggiamo un estratto di un articolo di Maria Volpe del 14/01/2011 de Il Corriere della Sera:

La battaglia in corso è fatta di cavilli legali, ma in realtà si sta giocando una partita importante dal punto di vista economico. Su una frequenza analogica prima si poteva avere e vedere un solo canale televisivo, ora sempre su quella stessa frequenza, grazie alla tecnologia digitale, c’è spazio per sei o sette canali (il cosiddetto «multiplex»). Risultato? Le grandi emittenti nazionali (Rai, Mediaset, Telecom, il gruppo L’Espresso) non hanno grandissimi problemi a «riempire» tutti questi nuovi canali, le emittenti locali sì. Già faticano a proporre una buona programmazione per un canale — per esempio TeleLombardia, Primo Canale (Liguria), TeleNorba (Puglia), — immaginiamoci per sette.

Dunque che è accaduto? Premessa fondamentale: non esistono più frequenze nazionali disponibili (a parte le 5 in in gara pubblica nel prossimo beauty contest del MSE n.d.r.). Quindi se uno volesse diffondere un canale nazionale non saprebbe a chi rivolgersi. Per questo, diversi fornitori di contenuti nazionali hanno deciso di affittare la banda dalle emittenti locali di ogni singola regione (è il caso di K2 dedicato ai bambini) con il risultato di ottenere una copertura nazionale del loro canale, a prezzi decisamente inferiori. Tutto questo ha profondamente allarmato le grandi emittenti che rischiano di trovarsi decine di concorrenti che entrerebbero sul mercato a costi molto bassi.

Giunco, cerchiamo di essere più chiari. Perché Mediaset si sarebbe spaventata secondo voi?

«Ora che tutto il nord Italia, Lazio e Campania sono interamente digitalizzate, a Mediaset si sono posti dei problemi: non è che la tv può farla anche qualcun altro? E così sono partiti i meccanismi politici per trovare soluzioni che impedissero di fatto agli operatori locali di crescere. Dal momento che cambiare la legge era complesso, hanno aggirato l’ostacolo infilando nelle pieghe della legge di Stabilità un semplice comma con il quale si conferisce al ministero dello Sviluppo economico il potere assoluto di definire nuovi obblighi e regole».

Il ministero a sua volta si è rivolto all’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) perché emanasse un regolamento. Questo è arrivato e ha di fatto ordinato alle tv locali di dedicarsi solo alla «promozione delle culture regionali o locali»; ha spiegato che non si può creare un canale nazionale affittando frequenze regionali perché mancherebbe «la sicurezza della copertura nazionale» e ha negato la numerazione nazionale sul telecomando. Insomma, l’Autorità ha avvallato il disegno del ministero, e ha di fatto bloccato questo nuovo fenomeno regionale/nazionale.

È questo che ha scatenato la rabbia. Giunco ne fa proprio una questione di sopravvivenza poiché se le emittenti locali non riescono a «riempire» i nuovi canali che hanno a disposizione, lo stato requisisce loro le frequenze (per disposizione dell’UE queste frequenze dovranno essere utilizzate per la banda larga mobile n.d.r.).

Ma non è finita qui. Aggiunge Giunco: «Ora, siccome servono 2 miliardi e 400 milioni per la Finanziaria, il comma 8 della legge di Stabilità ha stabilito di sottrarre nove frequenze alle emittenti locali e di venderle alla telefonia mobile, stiamo parlando di 157 emittenti locali che si troverebbero senza frequenza (e dunque dovrebbero chiudere, ndr). Parallelamente lo Stato ne regalerebbe 6 alle televisioni nazionali (nella gara a beauty contest). Una vergogna».

Giunco descrive come sarà la durissima campagna di spot tv: «Diremo chiaramente chi è l’ispiratore a chi giova tutto ciò. C’è una forte valenza politica in questi spot. Non riusciranno a distruggerci. Molte forze politiche del governo e dell’opposizione ci sono vicine: sono molto attente al ruolo delle emittenti locali, alla loro forte penetrazione nel territorio. Rompere il consenso con noi è una pazzia».

Non si è fatta certo attendere la risposta da parte di Mediaset. Gina Nieri, consigliere di amministrazione del gruppo di Cologno Monzese, si è detta sorpresa e amareggiata per l’attacco scagliato dalle tv locali e dall’uomo che più di tutti in questo momento le rappresenta: «Non capisco davvero questi attacchi strumentali da parte di Giunco. – afferma – Mediaset non metterà mai in discussione le emittenti locali, che sono elementi di democrazia nel Paese. Abbiamo ben altri grattacapi concorrenziali. La verità è che quella che loro presentano come una battaglia di libertà, è una battaglia di bottega. Legittima. Ma chiamiamo le cose col loro nome».

Le tv locali, secondo l’interpretazione della Nieri, vogliono fare business “speculando” sulle frequenze regionali, affittandole quindi per contenuti nazionali. Che in soldoni significa fare concorrenza alle tv nazionali, cioè concorrere con Mediaset. Una pratica d’affari, usata oggi da tutti gli operatori nazionali (Mediaset compresa), che fino all’arrivo della tv digitale terrestre non era assolutamente proibita. Ora invece il regolamento Agcom prova a vietarla e solo per le emittenti locali, anche se la Nieri prova a smarcarsi: «Non sta me dire se è legale fare business nazionale con frequenze che hanno una destinazione d’uso locale».

business nazionale con frequenze che hanno una destinazione d’uso locale
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