Dividendo digitale, lo Stato rinuncia a oltre 3 miliardi

Da un articolo di Aldo Fontanarosa su la Repubblica del 28/05/10:

L’Authority assegnerà le nuove frequenze del digitale terrestre senza asta competitiva

Roma – Nel pieno della tempesta economica, i tedeschi incassano i soldi che gli italiani non sanno trovare. Il 21 maggio il governo di Berlino a stretto in mano un super assegno da 3,5 miliardi (più un secondo, collegato, vicino al miliardo). A pagarli sono stati Vodafone, O2, T-Mobile, E-Plus in cambio di un bene raro: frequenze. Berlino ha ricavato queste frequenze, poi vendute all’asta, da un processo che avviene anche in Italia. Le ha liberate col processo dello spegnimento della tv analogica e con il varo del digitale terrestre. Dice Gentiloni del PD, polemico:«In Germania, gli operatori di telefonia hanno fatto 224 rilanci pur di aggiundicarsi frequenze che anche l’Italia deve trovare».

Perchè invece l’Italia si è incartata? Luglio 2006. L’Europa apre una procedura di infrazione contro la Legge Gasparri. L’accusa è precisa: Rai e Mediaset – padroni della tv analogica –  lo saranno anche con il digitale terrestre. Aprile 2009. L’Europa sospende la procedura. L’Italia si è impegnata ad assegnare a nuovi editori 5 della 25 reti nazionali accese con il digitale terrestre.

Rai e Mediaset accusano il colpo, ma subito reagiscono. Potranno partecipare all’assegnazione di 2 delle 5 reti nazionali in teoria riservate ai nuovi editori. Nell’attesa dell’assegnazione, altre 20 reti andranno agli editori nazionali già presenti sul mercato e almeno 13 in ogni regione, infine, alle 600 emittenti locali (senza gare o altro). Alla fine di questo percorso – che il Garante italiano considera figlio dello storico Far West –  le frequenze sarebbero finite.

In sostanza, l’Italia non avrebbe altre frequenze da destinare agli operatori di telefonia (come invece la Germania). Dunque, ricapitolando. L’Italia non ha frenquenze per operatori di telefonia (quindi niente asta e niente soldi) ed ha solo queste 5 reti da destinare ad editori tv, in parte nuovi. Per queste 5 reti, però, il Garante (Agcom) esclude l’asta e propende per una assegnazione con “beauty contest”, che non porta soldi. Giurano al Garante che l’Europa, preoccupata solo che in Italia ci sia più pluralismo, non contesta la procedura.

Ma davvero l’Italia non ha frequenze per operatori di telefonia mobile (come invece la Germania)? In uno studio per il nostro Garante, il super-consulente Sassano scrive il contrario: un tesoretto di frequenze si può ricavare, sia pure a fatica. Un’analisi del Politecnico di Torino suggerisce al Garante un’altra soluzione. L’idea è di vendere all’asta – agli operatori di telefonia mobile – frequenze destinate alle emittenti locali. Questi operatori di telefonia poi darebbero in uso parte di queste frequenze alle emittenti locali, sia pure in modo provvisorio.

Il ministero per lo sviluppo economico (retto da Berlusconi in persona) che cosa fa? Giura di vigilare. Sostiene che molte tv – nazionali e locali – occupano frequenze digitali che non usano. Non trasmettono cioè programmi e servizi multimediali nel nuomero che impone la legge 66 del 2001. Il ministero prepara norme che incoraggino all’uso pieno delle frequenze, pena sanzioni. Pena la restituzione delle frequenze inutilizzate. Ma in Italia chi mai ha dato indietro una frequenza occupata?

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