Caso Vividown, Google condannata. Nuovo attacco alle libertà di Internet

Da un articolo di Claudio Tamburrino su puntoinformatico.it:

La sentenza emessa dal Giudice di Milano condanna tre dirigenti di Google per violazione della privacy. Dichiarati colpevoli per un video postato nel 2006 che mostrava maltrattamenti ad un bambino disabile.

Roma – Tre dirigenti Google (all’epoca dei fatti) sono stati condannati dal Tribunale di Milano per il caso aperto dalla diffusione in Rete, nel 2006, di un video in cui un giovane disabile di Torino veniva vessato dai compagni di scuola. Si tratterebbe del primo procedimento penale, anche a livello internazionale, che vede imputati responsabili di Google per dei contenuti postati dagli utenti.

Nelle scorse udienze i familiari del minore disabile avevano ritirato la querela nei confronti dei dirigenti di Google in seguito alle scuse ed alle iniziative di Google promosse in ambito sociale. Ma il procedimento è proseguito ugualmente. Ad essere condannati David Carl Drummond, ex Presidente del CdA di Google Italia, George Reyes, ex membro del CdA di Google Italia e Peter Fleischer, responsabile delle strategie del gruppo: la condanna a 6 mesi di reclusione (con pena sospesa) è per violazione della privacy. Assolto, invece, Arvind Desikan, responsabile del progetto Google video per l’Europa, perché accusato per diffamazione, l’altro capo di accusa dei PM, per cui gli imputati sono stati tutti assolti.

Le motivazioni della sentenza non sono ancora state divulgate, si attendono tra i tre e i sei mesi, ma sembra tuttavia confermata la tesi della Procura, secondo cui Google Video non sarebbe una piattaforma neutrale e quindi sarebbe sottoposta ad un obbligo di controllo. Una sentenza che ha accolto il plauso dei PM Francesco Caiani e Alfredo Robledo che hanno commentato: “il diritto di impresa non può prevalere sulla privacy e sulla tutela dei diritti della persona”.

“Una sentenza – dichiara dal canto suo Google – che mette in discussione i principi fondamentali di libertà dal momento che i nostri dipendenti sono stati condannati dal giudice per atti commessi da terzi: loro non hanno niente a che fare con il video, non lo hanno girato, né caricato, né visionato“.

In attesa delle motivazioni, l’impressione di molti osservatori è che la sentenza irrompa di fatto nelle tutele previste a favore degli intermediari dalla direttiva europea sul commercio elettronico e confermi la tendenza a voler attribuire obblighi di sorveglianza agli operatori della Rete. Richiamando questa questione Google si dichiara profondamente turbata: se il principio di “segnalazione e rimozione viene meno e siti come Blogger o YouTube sono ritenuti responsabili di un attento controllo di ogni singolo contenuto caricato sulle loro piattaforme – ogni singolo testo, foto, file o video – il Web come lo conosciamo cesserà di esistere, e molti dei benefici economici, sociali, politici e tecnologici ad esso connessi potrebbero sparire”.

Internet è una rete neutrale, una piattaforma, e con essa anche i suoi innumerevoli servizi, dove tutti hanno diritto di esserci e di esprimersi. La sentenza che condanna Google vincola la libertà di parola e di espressione  dei suoi utenti a una valutazione esterna che mina profondamente le stesse libertà.

Una sentenza, criticata aspramente in tutto il mondo, che ricalca l’obiettivo studiato all’interno del decreto Romani sui diritti tv e internet (al solito per favorire e tutelare i contenuti di Mediaset) che costringe gli intermediari e i fornitori di servizi della rete a trasformarsi in controllori e a loro volta essere costantemente sorvegliati.

Il governo e, a quanto pare, anche certi giudici cercano di interpretare e distorcere la direttiva europea 2000/31/CE, citata spesso dal viceministro Romani, che sancisce che il fornitore di un servizio non ha nessun obbligo di sorveglianza nei confronti dei contenuti che transitano sui suoi server, privati e pubblici. Una legge comunitaria che dovrebbe proteggere tutti noi dal rischio che qualcuno un giorno decida che cosa si può dire e che cosa no.

Si è volutamente creato un precedente giuridico per controllare Internet nel nostro paese? Quel giorno nefasto è già arrivato?

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