Il digitale terrestre che allarga il divario digitale

Le ragioni dell’introduzione sollecita e forzata del DTT in Italia le abbiamo ben chiare e sono state discusse nei post precedenti. La nuova piattaforma è una tecnologia adottata da tutti i paesi dell’Unione Europea, ma solo nel nostro paese si sta correndo verso lo switch-off senza badare a spese e senza occuparsi delle disfunzioni e dei disservizi.

Nel 2005 il presidente della regione Sardegna, allora in carica, Renato Soru, fondatore e azionista di Tiscali (una delle più grandi società di telecomunicazioni italiane sempre innovativa nel settore internet), propose con entusiasmo l’isola come territorio nel quale iniziare la sperimentazione del DTT, pensando a una tv collegata e trasmessa dalla rete, libera, democratica, interattiva, on-demand, collegata ai servizi pubblici. Un’opportunità unica per cablare tutta la regione con la fibra ottica e dare una decisa spallata al problema del divario digitale che affligge gran parte della popolazione italiana. Ma le sue attese furono tradite dalle sventurate decisioni dei vari ministri e sottosegretari alle comunicazioni di adottare la  tecnologia obsoleta e priva di effettivi vantaggi della trasmissione  del segnale digitale via etere con la distribuzione e la vendita degli altrettanto arretrati decoder.

I limiti del DTT italiano, che si propose come ennesimo palliativo in sostituzione della banda larga, si osservano precisamente nella falsa idea di interattività, che nel migliore dei casi da accesso a un sistema di servizi all’utente chiuso e controllato. Un’interazione condotta da una tecnologia informatica (mhp) dei decoder che per evidenti limiti di risorse di banda è estremamente lenta e ha grossi problemi di interfaccia con il solo telecomando come strumento di immissione dei dati. Inoltre l’invio di questi dati da parte dell’utente (dalla richiesta di un documento all’anagrafe, alle risposte al quiz di Canale 5, fino all’acquisto di un format in pay-per-view) ha strettamente bisogno di una linea telefonica o della connessione ADSL, che comportano costi aggiuntivi. La carenza interattiva dei decoder è stata aggirata nelle offerte delle tv a pagamento con le smart card prepagate di Mediaset Premium, La7 e ultimamente Dahlia tv, un fatto che sottolinea quanto sia poco considerata dai media e dalle telcom l’opportunità di dialogo e interazione nella nuova tecnologia.

Uno studio dell’Eurostat pubblicato nel dicembre del 2008 afferma che le famiglie italiane che dispongono della rete sono in una percentuale inferiore rispetto alla media europea (60%) ed è in evidente calo dal 43% al 42%, mentre ad esempio in Francia tra il 2007 e il 2008 è salita dal 49% al 62%. Le ragioni di questo divario sono molteplici e il DTT entra di diritto nelle cause ed effetti. L’italiano è ancora legato ai vecchi media, soprattutto alla televisione, che spinge fortemente all’appiattimento dell’informazione e a un ritardo culturale nei confronti delle opportunità e della ricchezza della rete.

Nell’era di Internet, con la I maiuscola, la scelta dei governi, notoriamente in conflitto di interesse, di imporre questa tipologia di piattaforma tv digitale, sta allargando ancora di più la distanza critica tra il cittadino italiano e le tecnologie della rete; e sempre più separa l’opinione pubblica dalle risorse informative, democratiche (ma forse è meglio dire partecipate e condivise), di cooperazione e collaborazione, e dalla libertà di espressione e di diffusione della conoscenza che in questi anni la rete  stessa rappresenta.

Fonti: 

http://punto-informatico.it/1311809/PI/Commenti/dtt-patate-non-sono-interattive.aspx

http://punto-informatico.it/2494260/PI/News/internet-italia-eurostat-sprofonda-retrocede.aspx

http://www.beppegrillo.it/2005/10/ddt_il_pesticid.html

http://www.antidigitaldivide.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=452

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