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Beauty Contest: la certezza del diritto dei boiardi dell’etere
Da un articolo di Giovanni Valentini su La Repubblica del 21/01/2012:
È come la storia della volpe e dell’uva. Berlusconi s’era affrettato a profetizzare che un’eventuale asta sulle nuove frequenze tv sarebbe andata deserta. E ora la sua azienda scopre invece che la sospensione del regalo di Stato ai signori dell’etere configurerebbe un’illegalità, invocando perciò a gran voce la “certezza del diritto”.
Di fronte all’annuncio del ministro Passera, è del tutto logico e naturale che Mediaset reagisca con questa determinazione e violenza. Non solo perché, insieme alla Rai, il Biscione sarebbe stato il maggior beneficiario del cosiddetto “beauty contest” (concorso di bellezza) che l’ex maggioranza di centrodestra aveva generosamente elargito ai soggetti dominanti del mercato televisivo. Ma anche per il fatto che in questa situazione il partito-azienda dovrebbe votare in Parlamento a favore di un provvedimento contrario agli interessi del suo padre-padrone.
A quanto finora è stato comunicato ufficialmente, non si tratta neppure di una revoca o di un’interruzione della procedura, come pure sarebbe stato lecito attendersi dal “governo di impegno nazionale”. Bensì soltanto di una sospensione provvisoria, con un termine già fissato di tre mesi. E probabilmente proprio per questo Mediaset prova a fare la voce ancora più grossa, nel tentativo di subornare il Pdl e di condizionare quindi l’esecutivo. Tanto doveva andare “deserta” l’asta, dunque, che adesso l’esercito berlusconiano minaccia di riarmarsi per scendere in campo e occupare il terreno “manu militari”.
Mai come in questa occasione, però, a scoppiare è il vecchio conflitto di interessi fra il tyccon televisivo e il leader politico. La contraddizione di un capo partito che antepone gli affari privati agli impegni o ai doveri pubblici arriva così al suo culmine. Mentre il governo chiede ai cittadini ogni genere di sacrifici, dalle tasse alle pensioni, dalla casa alla benzina e via di seguito, l’unico che non vuole, non può e non deve sacrificarsi è proprio lui: l’ex premier che ha portato il Paese sull’orlo del fallimento e della bancarotta, nascondendo la crisi economica sotto il tappeto come la spazzatura, compromettendo la credibilità e l’immagine internazionale dell’Italia. E pensare che per la sua azienda sarebbe un mini-sacrificio, una piccola penitenza, quasi un fioretto: a maggior ragione se l’asta fallisse, secondo il vaticinio berlusconiano. Fa specie che proprio il partito delle leggi “ad personam”, dei lodi e controlodi, oggi riscopra all’improvviso il fascino impellente della legalità, in funzione degli interessi di bottega.
La verità è che – come qui abbiamo cominciato a scrivere dalla fine dell’agosto scorso, in tempi certamente non sospetti – la procedura del “beauty contest”, ammesso e non concesso che all’origine fosse legittima, non è più praticabile nel pieno di un’emergenza economica e sociale come quella che stiamo vivendo. Lo Stato deve stringere la cinghia, aumentare le tasse, ridurre le spese, tagliare i servizi ai cittadini, vendere semmai le sue partecipazioni e il suo patrimonio immobiliare; ma non può contemporaneamente regalare pezzi di un bene pubblico come l’etere agli stessi soggetti che l’hanno abbondantemente sfruttato a proprio vantaggio, pagando per anni canoni irrisori. Su queste stesse pagine, l’avvocato Gianluigi Pellegrino aveva già richiamato opportunamente il principio di autotutela che impone – non consente – allo Stato di correggere o modificare procedure amministrative in corso, com’è appunto questa, per tutelare l’interesse collettivo e cedere o concedere in uso un cespite pubblico alle migliori condizioni. E qui – vale la pena ricordarlo ancora una volta – non si tratta di vendere alcunché, bensì di affidare in gestione, di “affittare”, le nuove frequenze per un certo numero di anni. Al colmo del paradosso, invece, il “beauty contest” prevede addirittura la possibilità per gli “incumbent” di rivenderle a terzi dopo un periodo di cinque anni.
Dal 25 maggio 2011, inoltre, come ricordano autorevolmente i professori Carlo Cambini e Antonio Sassano, due fra i maggiori esperti italiani della materia, è in vigore in Europa (e dovrebbe essere già in vigore anche nel nostro Paese) il nuovo regolamento per le comunicazioni elettroniche, approvato dalla Commissione europea nel 2009. Una normativa che disciplina la gestione dello spettro elettromagnetico, definito testualmente una “risorsa pubblica di alto valore economico e sociale” che gli operatori di rete potranno utilizzare in modo flessibile e “senza restrizioni sul servizio offerto o sulla tecnologia”. Per l’Europa, dunque, non esistono più frequenze televisive e frequenze riservate alle telecomunicazioni: ciò significa che una frequenza attualmente utilizzata per la tv potrebbe essere destinata alla banda larga mobile e viceversa. E la possibilità di aprire l’asta anche ad altri operatori può accrescere evidentemente il valore del bene in questione.
L’unica “certezza del diritto” da ripristinare, quindi, attiene alle direttive europee e all’interesse generale dello Stato. Rai e Mediaset possono continuare tranquillamente a fare televisione, a raccogliere audience e pubblicità, senza intaccare ulteriormente il patrimonio pubblico. Nella storia oscura della tv italiana, la legalità è stata già infranta troppo spesso per essere violata ancora una volta.
Beauty Contest: tutte le favole di B. sulle frequenze del digitale terrestre
Da un articolo di Alessandro Longo su espresso.repubblica.it del 12/12/2011:
Non è vero che all’estero non sono state pagate o che l’asta andrebbe deserta. E non è vero che Mediaset non c’entra: anzi, è il nodo della questione. Storia di (almeno) un miliardo di euro che lo Stato potrebbe incassare subito se il Cavaliere non volesse privilegiare le sue tv.
Per Silvio Berlusconi e il Pdl è la partita di potere più importante all’interno del nuovo governo. Per gli italiani è invece la possibilità di avere un miliardo di euro extra, per le casse dello Stato, alleggerendo i sacrifici della manovra. E, come spesso accaduto negli ultimi anni, questi due interessi sono contrapposti. Si tratta dell’affare bollente delle frequenze liberate con il passaggio alla tv digitale terrestre: l’Italia sta per assegnarle gratis ai soliti noti delle tv, Rai e Mediaset in primis, come voluto dal precedente governo. Quello nuovo al momento prende tempo, schiacciato tra due fuochi: da una parte il Pdl vuole lasciare il regalo così com’è; gli altri gruppi politici invecevorrebbero che quelle frequenze siano oggetto di un’asta a pagamento (Pd e la Lega lo chiedono anche con emendamenti alla manovra; il Pd ci aveva tentato anche durante la precedente legislatura).
«E’ un dossier delicato. Stiamo approfondendo», si è limitato a dire la settimana scorsa Corrado Passera il ministro allo Sviluppo economico, a cui spetta assegnare le frequenze, tramite procedura detta di “beauty contest” (“concorso di bellezza”). Prende tempo, appunto, anche se il tempo sta correndo via veloce: dalla commissione ministeriale che sta valutando le domande delle tv per il beauty contest, fanno sapere che ritengono di poter concludere il lavoro entro dicembre. A quel punto il governo non avrà più scelta e dovrà decidere: «se concedere il favore al Pdl oppure ascoltare tutti gli altri e gli interessi del Paese», riassume Paolo Gentiloni (Pd). Al beauty contest partecipano Rai, Mediaset, Telecom Italia e quattro piccoli gruppi, visto il recente ritiro di Sky («tempi poco chiari e regole discutibili»). Il regalo fa gridare allo scandalo perché quelle stesse frequenze (800 MHz) lo Stato le ha appena aggiudicate per 3 miliardi di euro agli operatori mobili, i quali le utilizzeranno per lanciare la rete di quarta generazione (LTE).
A questo punto il Pdl e i suoi partigiani al solito obiettano: «sì, ma nessun Paese europeo ha fatto pagare per quelle frequenze». E’ una verità distorta. In realtà, «negli altri Paesi – Francia, Regno Unito – le cose con la tv e le frequenze vanno molto diversamente e bisognerebbe cominciare a prenderli come esempio», dice Antonio Sassano, docente alla Sapienza e padre dell’attuale piano frequenze dell’Agcom (Autorità garante delle comunicazioni, di cui è consulente). E’ vero, non ci sono state aste. Ma nemmeno regali come quello che l’Italia sta per fare. «Nessun altro Paese lo Stato ha assegnato gratis le frequenze alle emittenti tv. In Francia ha dato un diritto d’uso temporaneo a operatori di rete, che poi le usano per ospitare i canali dei fornitori di contenuti. Nel Regno Unito c’è addirittura una figura intermedia, il gestore del multiplex, che si occupa delle frequenze», aggiunge. Principale grossa differenza, in pratica: altrove in Europa non è un regalo perché chi gestisce le nuove frequenze del digitale terrestre non le possiede. E’ un usufrutto temporaneo; lo Stato può riprendersele. Il nostro beauty contest prevede invece la possibilità di rivendere fra cinque anni quello che le emittenti stanno per avere gratis. Perpetua così una tradizione tutta italiana secondo cui si può vendere una risorsa – lo spettro di radio frequenza - che invece appartiene alla comunità (di fatto, le frequenze sono l’aria intorno a noi). Le emittenti nostrane hanno sempre fatto commercio di frequenze con l’analogico e il governo Berlusconi si è premurato di conservare la stessa anomalia con il digitale.
Insomma, il mondo cambia, le innovazioni e la banda larga rivoluzionano il panorama, l’Europa lotta contro la rovina, ma si vorrebbe lasciare lo stesso sistemi di regali a favore delle emittenti. Per di più, è un regalo doppio. Non solo perché sono frequenze gratis, ma anche perché sono concentrate sulle solite grosse emittenti, che ne avranno anche più di quanto sarebbe necessario e opportuno. Pur di dare più frequenze possibili alle tv, il governo Berlusconi ne ha tolte alle emittenti locali, per poterle assegnare all’asta agli operatori mobili. Le locali dovrebbero liberarle entro dicembre 2012 ed è ancora possibile che vi si oppongano, ostacolando così la nascita di una rete di quarta generazione (utile alla diffusione della banda larga). Insomma, tanti danni (alle casse dello Stato, all’innovazione, all’arrivo di nuovi entranti anche nel mondo televisivo, come Sky) solo per fare regole congeniali ai vecchi nomi della tv.
Beauty Contest: niente asta per le frequenze tv, c’è solo l’aumento del canone di concessione
L’asta sulle frequenze tv non s’ha da fare. Meglio il concorso di bellezza, che regalerà, come stabilito dal precedente governo, impunemente altri due mux a Rai e Mediaset, ed eviterà la prima crisi del governo Monti. Sembra questa la sentenza definitiva sul Beauty Contest delle frequenze, almeno in seguito alla bocciatura (scontata) di Berlusconi, che ha dichiarato pochi giorni fa che una gara competitiva con le frequenze in vendita rimarrebbe deserta. Ma gli appelli al ministro Passera a favore della ridefinizione della gara continuano.
Stefano Carli su La Repubblica, con l’ennesimo articolo sulle frequenze tv, esordisce oggi affermando che Berlusconi ha ragione: non c’è spazio per un’asta, ma non ha senso neanche regalare le frequenze a chi non ne ha proprio bisogno (e paga solo l’1% del proprio fatturato come canone annuo). Carli però scrive che ci sarebbero altri modi per vendere i multiplex pubblici. Per rifare la gara, con le varie procedure e le nuove regole, ci vorrebbero si e no sei mesi, con il consenso della Commissione europea, ispiratrice del concorso.
Ma il vero problema sarebbe quali frequenze mettere in vendita. E Carli ripropone la soluzione del professor Antonio Sassano, che indica la messa all’asta di soli 4 multiplex e l’assegnazione a Mediaset e TI Media di due frequenze in DVB-H, da convertire in DVB-T, già sfruttate nel mercato per la tv mobile. Una gara che secondo il docente dell’Università di Roma sarà da proporre solo agli operatori di rete puri (come RaiWay, Terna, F2i, DMT che non producono contenuti), e che potrebbe fruttare circa un miliardo di euro entro la fine del 2012, ma la cifra con i rilanci potrebbe arrivare anche a 1,6 miliardi.
Uno scenario del genere potrebbe essere possibile se l’Italia fosse un paese “normale”, basta dare uno sguardo fuori dai confini: sia i francesi sia gli inglesi hanno dato il via ad aste pubbliche per le frequenze tv. L’India sta avviando un’altra asta da 5,5 miliardi di dollari, e USA e Canada potrebbero vendere 500 MHz entro i prossimi tre anni. Gli Stati Uniti, già passati al digitale terrestre, metteranno a breve all’asta altri 120 MHz del loro spettro elettromagnetico ora occupati dalla televisione. In Europa invece si punta a liberare 1000 MHz, soprattutto nella banda 700 Mhz, per le tecnologie della banda larga mobile.
Anche per Edoardo Segantini su il Corriere della Sera, un’asta competitiva non potrebbe ragionevolmente avere luogo prima della primavera 2012. Una gara vera per le frequenze tv che non avrebbe il solo obiettivo di portare soldi nelle casse dello Stato, ma anche quello di aprire il mercato televisivo a nuovi soggetti, italiani e internazionali, come imposto dall’Europa per evitare le pesanti sanzioni (ora congelate) sul dividendo digitale italiano definito dalla Legge Gasparri. Dividendo che ha già regalato 4 mux a Mediaset (più una per il DVB-H), 4 frequenze alla Rai (più una per il DVB-T2), 3 mux a Telecom Italia Media, 2 frequenze per il gruppo L’Espresso, un mux a DFree (Tarak Ben Ammar), uno a Retecapri, uno (dopo 21 anni di cause) a Europa 7, e uno per H3G in DVB-H (ma che sta convertendo in DVB-T), chiudendo di fatto il mercato del digitale terrestre. Il concorso di bellezza andrebbe ad assegnare altri mux, guarda caso, ai soliti Rai, Mediaset, TI Media, DFree (Prima Tv), Europa 7, 3 Italia (H3G), più Canale Italia.
Secondo il giornalista del quotidiano di proprietà di RCS ci si potrebbe muovere in due tempi. Primo: innalzare subito, in modo significativo, il canone di concessione per tutti i già titolari di frequenze. Un significativo aumento del canone di concessione, proporzionale al fatturato televisivo, potrebbe portare nelle casse dello Stato alcune centinaia di milioni di euro, secondo stime del professor Antonio Sassano, autore del primo Piano Nazionale delle frequenze in qualità di consulente dell’Autorità delle comunicazioni. Per aprire poi il mercato alla concorrenza la strada maestra è quella di sospendere il beauty contest e dare tempo al governo di organizzare un’asta fatta bene, aperta a operatori internazionali. Compresi gli operatori di rete europei, televisivi e non. In modo da sanare un’altra anomalia italiana: diversamente da quelli di altri Paesi, i nostri big sono verticalmente integrati, cioè posseggono le reti di trasmissione e sono nello stesso tempo editori. E, a quest’ultimo proposito, par di capire dalla sua intervista di ieri a La Stampa, che il nuovo capo dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella abbia già deciso di approvare la fusione Mediaset-DMT, che di fatto trasformerebbe il Biscione in un monopolista delle torri.
Il regalo di Natale del governo Monti: le frequenze tv del concorso di bellezza
MILANO - Il concorso di bellezza delle frequenze rimarrà gratuito, purtroppo. Almeno secondo le indiscrezioni di MF – Milano Finanza. Sotto le pressioni di Berlusconi, che ieri ha dichiarato senza riserbo (e velatamente minacciato) in veste di “premium” di temere una gara sulle frequenze (che gara non è) disertata da molti, il governo Monti cede o più che altro concede il regalo da miliardi di euro alle televisioni controllate e possedute sempre dal Cavaliere.
«Temo che il problema siano i contenuti più che il costo delle frequenze – ha dichiarato sempre ieri da Marsiglia ai giornalisti Berlusconi – visto che si è sviluppata così tanta concorrenza e Sky ad esempio ha rinunciato ad una gara molto onerosa». In realtà Sky si è ritirata dalla non-gara del beauty contest, nella quale era forse favorita per una frequenza, perchè lo stesso concorso è un grosso pasticcio sul quale imperversano numerosi ricorsi al Tar (intrapresi dalla Rai, da TI Media, da Tivuitalia e dalla stessa Sky), perchè dal 1° gennaio 2012 non avrà più vincoli UE sul satellite, e perchè avrebbe voluto influenzare con una mossa a sorpresa le decisioni sulla gara del nuovo governo. Mentre Berlusconi per difendere la sua azienda di famiglia e per fornire a Mediaset l’ennesimo “aiutino” racconta un’altra favola sulle frequenze come quella di Gina Nieri (Mediaset) pubblicata dal Corriere della Sera poco tempo fa.
In ogni modo pare deciso, i multiplex verranno dati gratuitamente in concessione agli operatori nazionali in gara con la formula ideata dagli uomini di Paolo Romani, ex-ministro dello sviluppo. Il governo Monti potrà forse rivedere solo i canoni di concessione, che hanno ora un costo irrisorio rispetto al valore di licenza reale delle frequenze tv.
Il ministro per lo Sviluppo economico, infrastrutture e trasporti, Corrado Passera, a margine di un’audizione congiunta Camera e Senato sulle infrastrutture ha dichiarato: «Stiamo approfondendo la questione». «Sul tema delle frequenze – ha poi detto il ministro intervenendo in audizione – non sto a ricordarvi cose che conoscete bene». Ci sono state, ha proseguito Passera, «cessioni molto vantaggiose di frequenze importanti. Ci sono lavori in corso ancora da fare – ha concluso il ministro – sia in termini di riordino che di ottimizzazione».
Il metodo discusso della non-gara in queste ore è semplice: una giuria dovrà valutare fatturato, copertura del territorio, infrastrutture di rete e numero di dipendenti di ciascuno dei soggetti (sono rimasti Rai, Mediaset, TI Media, 3 Italia, Prima Tv, Europa 7, Canale Italia) che hanno presentato la domanda di ammissione alla stessa commissione (nominata da Romani), la quale dovrà decidere la graduatoria finale. Senza nessuna competizione, senza nessuna offerta da parte delle tv. E le frequenze migliori sono assegnabili solo a Rai e Mediaset. La spiegazione che un ministro dà della posizione di Palazzo Chigi è chiara quanto brutale: «si può discutere della modalità con cui si è arrivati all’assegnazione delle frequenze digitali televisive, ma giunti a questo punto, durante la cruciale approvazione della manovra Salva-Italia in Parlamento, anche solo rimettere in discussione la procedura approvata anche da Bruxelles mette a rischio la stessa sopravvivenza dell’esecutivo, che potrebbe perdere l’appoggio del Pdl».
Alcuni tecnici ministeriali, sempre secondo l’articolo di Roberto Sommella su MF, stanno preparando un dossier sul concorso da presentare al ministro Passera. E intervistati dal quotidiano economico spiegano perchè non si può più tornare indietro: in primo luogo la valutazione da 16 miliardi delle frequenze ipotizzata da Giovanni Valentini su Repubblica è sopravvalutata, perchè secondo le stime di mercato, proporzionate anche al valore delle frequenze appena cedute alle compagnie telefoniche nell’asta LTE, i canali del beauty contest varrebbero 2,4 miliardi circa in totale. Inoltre per riformulare, rivalutare e riavviare la gara, stavolta con un’asta competitiva, bisognerebbe rifare daccapo tutti i passaggi tecnici e burocratici tra Agcom, Ministero, e Commissione europea, che dovrebbe necessariamente riapprovare un nuovo bando e un nuovo disciplinare di gara. Questo potrebbe significare mesi e mesi di procedure prima dell’apertura della gara.
Infine la commissione ministeriale è obbligata consegnare in tempi brevissimi (si dice entro Natale) i risultati della “sfilata” delle televisioni nazionali, perchè condizionata pesantemente dalle sentenze che incombono dal Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, che potrebbero bloccare tutto e farebbero ripartire senza esitazione le procedure di infrazione inflitte allo Stato italiano dalla Commissione europea per lo scandaloso dividendo digitale costruito dalla Legge Gasparri del 2004. Pesantissime sanzioni ora congelate dall’Unione europea in attesa dello svolgimento del concorso, che in origine era stato imposto per aumentare la concorrenza nel mercato tv italiano vessato da decenni di duopolio Rai-Mediaset.
Pd e Idv uniti sulle frequenze tv: “il Beauty Contest va annullato”
Roma – Il «concorso di bellezza» va annullato. Lo richiedono in parecchi. «Guarderò il dossier con grandissima attenzione» risponde Corrado Passera. Non si tratta di miss ma di frequenze televisive. Assegnate con il meccanismo del beauty contest, che andrà ad regalare 6 multiplex all’operatore tv nazionale che meglio risponde a certi parametri richiesti dal Ministero dello sviluppo, che sembrano cuciti perfettamente per la tv pubblica e per una certa azienda con sede a Cologno Monzese. E nelle casse dello Stato non entrerebbe un euro.
Secondo i calcoli di alcuni esperti, 1 megahertz di banda tv avrebbe un valore intorno ai 50 milioni. Contrario a questa forma di omaggio ai colossi della tv, Walter Veltroni e Anna Finocchiaro si appellano al governo Monti perché «sia indetta una nuova asta, senza regalare nulla a Rai e Mediaset». E perché in un momento in cui ai cittadini vengono chiesti sacrifici «le risorse così ottenute siano utilizzate per fronteggiare la correzione della deindicizzazione delle pensioni».
Ancora più duro è Antonio Di Pietro che, qualora ci fosse, è pronto a negare la fiducia sulla manovra «se in Parlamento non si potranno introdurre tagli alle spese militari e la vendita all’asta delle frequenze tv sul digitale». Il leader dell’Italia dei Valori è convinto che «i soldi si possono trovare senza far piangere i pensionati e tanti altri italiani in grande difficoltà. In Germania l’asta ha portato allo Stato 4,4 miliardi di euro, negli Usa 20 miliardi di dollari».
L’ex ministro per le Comunicazioni Paolo Gentiloni (Pd) informa che «nessun ostacolo giuridico impedisce al governo di azzerare il beauty contest con il quale delle frequenze tv dal valore miliardario verrebbero regalate ai soliti noti». A suo avviso poi la scelta di questo tipo di asta «non sarebbe in grado di chiudere la procedura di infrazione europea, al momento congelata». Anche l’ufficio di presidenza di Fli indica la vendita delle frequenze come una delle misure che possono migliorare la manovra. E non manca l’intervento della FNSI, la Federazione nazionale della stampa, che dice: «Al governo si chiede di avere il coraggio e la saggezza per cancellare i regali sulle frequenze tv facendone pagare il giusto valore in un’asta veramente aperta».
La commissione che deciderà, nominata appena un mese fa (composta da Giorgio d’Amato, Vincenzo Franceschelli e Francesco Troisi), a quanto pare non prevede però alcuno stop o ritardo. La scelta dovrebbe essere formalizzata entro la fine dell’anno. E questo nonostante le emittenti locali abbiano presentato ricorso al Tribunale amministrativo. E nonostante il clamoroso ritiro di Sky, in polemica con il duopolio Rai-Mediaset, e i ricorsi avviati da Tivuitalia (escluso dalla gara), da TI Media e Rai.
«Caro Monti, non ci deluda, promuova un’asta regolare per assegnare le frequenze, usi quei soldi per le fasce più deboli, non si fermi anche lei di fronte ai santuari della conservazione e del conflitto di interessi», si legge sul sito dell’associazione Articolo 21. È troppo tardi per ripensare il beauty contest, aveva spiegato, pochi giorni fa, il presidente dell’authority Agcom, Corrado Calabrò: «Oggi che con la crisi si raschia il barile, viene più di un dubbio pensando che stiamo dando gratuitamente le frequenze, anche se questo avviene in tutta Europa. Tuttavia il bando è ben avviato e poi l’Italia rischierebbe un’altra procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea».
In serata, a Porta a Porta, il ministro allo Sviluppo economico Corrado Passera promette «grandissima attenzione»: «Non ho ancora avuto tempo di guardare il dossier. In una settimana non c’è stato tempo». In gara restano Prima Tv, Canale Italia (per i lotti A2 e A3), Telecom Italia Media Broadcasting (per i lotti B1, B2 e C1), Elettronica Industriale (per i lotti B1 e B2), Europa Way (per il lotto A1), Elettronica Industriale (per il lotto A2) e la Rai (per i lotti B1 e B2).
Fonti: il Corriere della Sera | la Repubblica
Beauty Contest e frequenze tv, il regalo da 16 miliardi
Da un articolo di Giovanni Valentini su La Repubblica del 02/12/2011:
Vi sembrano pochi, in questi tempi di vacche magre o magrissime, 16 miliardi di euro? Sono più di quelli – soltanto 11, si fa per dire – dell’ultima manovra d’emergenza chiesta dall’Unione europea al nostro Paese. Eppure, lo Stato italiano non appare tanto interessato a sfruttare un cespite di sua proprietà, stimato appunto intorno ai 16 miliardi, come se fosse incedibile al pari del Colosseo o della Torre di Pisa.
E invece, questo è orientativamente il valore delle frequenze che il governo Monti potrebbe ancora ricavare dalla banda televisiva superstite (UHF, ma anche parte della banda VHF – ndr), in aggiunta ai 3,5 già incamerati, se revocasse o correggesse la decisione di “regalarle” agli operatori tv – in primis Rai e Mediaset – ratificata dal fu governo Berlusconi, contro cui s’è schierata ora Sky ritirandosi polemicamente dalla gara. Se noi, poveri cittadini e contribuenti, dobbiamo accettare la reintroduzione dell’Ici sulla prima casa e l’aumento degli estimi catastali per salvare la Patria, non sarebbe il caso allora di rivalutare anche le frequenze televisive che appartengono allo Stato e sono quindi un bene comune?
Posto che, secondo gli esperti, il valore di mercato è di 50 milioni di euro per 1 megahertz di banda tv, quello dei 320 MHz residui ammonterebbe alla più che rispettabile cifra di 16 miliardi. Ma, in base a calcoli di carattere più generale, il “benessere sociale” generato dall’uso più efficiente delle frequenze potrebbe essere addirittura dieci volte superiore al valore intrinseco dello spettro elettromagnetico. Non è, dunque, una minaccia o uno spirito di vendetta che incombe sul sistema televisivo italiano. Quanto, piuttosto, un´esigenza fondamentale di rigore e di equità che potrebbe anche contribuire a rendere più credibile e forse più accettabile la richiesta di sacrifici a carico degli italiani.
E, come spiega il professor Antonio Sassano dell’Università di Roma, in un capitolo scritto insieme a Carlo Cambini (Politecnico di Torino) e a Tommaso Valletti (Imperial College London e Università di Tor Vergata) nel libro Invertire la rotta a cura di Stefano Rodotà e altri, si tratta di “una risorsa scarsa per la quale la domanda è prevista in forte aumento per i prossimi venti anni”: non a caso nel Regno Unito il suo valore è stimato in 24 miliardi di sterline all’anno. Lo “spettro”, per stare alla definizione tecnica, è l’insieme di tutte le frequenze elettromagnetiche che – come le onde dell’oceano – attraversano l’etere per “trasportare” la tv, la telefonia mobile, le trasmissioni radiofoniche o via satellite, le comunicazioni militari. Non sono quindi né della Rai né di Mediaset. Sono proprietà di tutti noi. E perciò non possono essere alienate, ma soltanto assegnate in concessione, cioè affittate, per un periodo più o meno lungo e a fronte di un canone più o meno adeguato. Tant’è che in certi casi le concessioni possono essere anche sospese o addirittura revocate.
Il fatto è che, nell´eterno Far West della tv italiana, alle frequenze televisive vengono applicati tre diversi trattamenti. Abbiamo quelle già “affittate” alla Rai, a Mediaset e alle altre emittenti nazionali, con un canone irrisorio pari ad appena l’1% annuo del rispettivo fatturato; quelle che sono state “vendute” a forfait per tre miliardi e mezzo di euro, o meglio assegnate fino al 2029, senza canone annuale e con divieto di cessione a terzi; e infine quelle “regalate” dal governo precedente fino al 2031, attraverso la procedura ancora in corso del “beauty contest” (concorso di bellezza) che ovviamente favorisce i più “belli” e i più “ricchi”, vale a dire il vecchio duopolio Raiset: queste ultime, per di più, sono anche cedibili. Insomma, una giungla dell’etere.
Sarebbe quanto mai opportuna, dunque, una razionalizzazione di questa considerevole risorsa pubblica, sia per recuperare denaro attraverso la sua rivalutazione sia per liberare lo spettro a favore della banda larga o ultralarga e quindi dello sviluppo di Internet (compreso l’e-commerce e quant’altro). Tutto ciò, oltre che per ovvi motivi economici, per ragioni che attengono soprattutto alla libera concorrenza e al pluralismo dell’informazione. Quanto conta questa complessa partita nel gioco politico intorno alla tenuta e alla durata del governo di “impegno nazionale”? E quanto ha pesato sulla scelta di Berlusconi di sostenerlo in extremis? Nessuno può dirlo con certezza. Ma in ogni caso né il presidente del Consiglio, Mario Monti, già Commissario europeo all’Antitrust, né il suo ministro dello Sviluppo economico (e delle Comunicazioni), Corrado Passera, possono liquidare e archiviare automaticamente la pratica delle frequenze: 16 miliardi di euro, tanto più in questa situazione, non valgono una messa. E al di là delle belle parole e delle buone intenzioni, non c’è maniera migliore per dimostrare in concreto l’assenza di qualsiasi conflitto d’interessi, anche solo retrospettivo.
Viola (Agcom): “Un Giga di spettro in più per evitare il collasso delle reti mobili”
“Miliardi di smartphone, tablet always on e l’Internet delle cose, ormai alle porte, hanno bisogno di una massiccia iniezione di banda larga mobile in più, per non mandare in tilt i network mobili. In pochi anni servirà almeno un Gigahertz di spettro radio in più, per veicolare questo tsunami di dati in avvicinamento”. La pensa così Roberto Viola, segretario generale dell’Agcom e vice presidente del Radio Spectrum Policy Group, l’istituzione della Commissione europea che si occupa delle frequenze dello spettro elettromagnetico.
Uno scenario in rapida evoluzione quello del wireless in mobilità, che implica una rapida innovazione nella gestione dello spettro radio, per stare al passo con queste nuove sfide. “Tanto più – aggiunge Viola – che raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale europea (che propone di portare almeno 2 megabit/s di banda larga in tutta Europa entro il 2013) richiede una griglia regolamentare in grado di attrarre nuovi investimenti, che tenga conto del ruolo chiave dei network mobili per raggiungere gli obiettivi Ue. In quest’ottica è necessaria la cooperazione e l’armonizzazione delle politiche sullo spettro in Europa, per creare le condizioni favorevoli a questa evoluzione tecnologica”.
Miliardi di oggetti connessi nel futuro prossimo avranno bisogno di nuove allocazioni di spettro mobile. La net neutrality sarà applicata aprendo le porte a diversi livelli di Quality of service. La net neutrality e l’uso efficiente dello spettro sono obiettivi che vanno a braccetto per garantire la diffusione dell’Internet delle cose, una nuova realtà virtuale e interconnessa, formata da diversi elementi: il cloud, la banda larga wireless, i device degli utenti, le app collegate agli oggetti tramite lo standard Nfc (Near field communication), che consentirà agli oggetti di dialogare fra loro in modalità wireless. Gli obiettivi dell’Agenda Digitale sul fronte del broadband mobile sono presto detti: connessioni mobili always on dovunque in Europa; copertura al 100% con accesso wireless ultra veloce; piattaforme e servizi interoperabili; più spettro a disposizione per la banda larga mobile; utilizzo efficiente delle risorse di rete; accesso equo alle risorse dello spettro; il tutto sotto l’egida del regolatore come chiave del successo.
La strategia del Radio Spectrum Policy Group è basata su alcuni, pochi capisaldi: monitoraggio dell’utilizzo dello spettro radio improntato all’efficienza; utilizzo collettivo dello spettro, che implica l’aumento della capacità trasmissiva; miglioramento della copertura a banda larga; concorrenza aperta sullo spettro, tramite l’attività congiunta dell’Rspg e del Berec (Body of European Regulators for Electronic Communications), l’Organismo dei regolatori europei delle comunicazioni elettroniche; armonizzazione e coordinamento a livello internazionale sull’utilizzo dello spettro; tutto questo come premessa necessari per l’innovazione. (Corriere delle Comunicazioni)
Etno: contro il digital divide più spettro e più finanziamenti pubblici per le reti NGA
In occasione dall’avvio del semestre di presidenza polacca della UE, Etno (European Telecommuncation Network Operator’s Association) delinea le sue priorità chiave per lo sviluppo dell‘Agenda Digitale, tra cui l’ampliamento dell’uso dello spettro elettromagnetico, le condizioni per gli investimenti delle reti NGA e la nascita di un mercato unico digitale dei contenuti.
“L’ulteriore aperture delle frequenze per la banda larga mobile permetterebbe la crescita della copertura delle aree periferiche e rurali a costi minori, in linea con gli obiettivi dell’Agenda Digitale – spiega il chairman Luigi Gambardella -. Etno chiede alla presidenza polacca di sostenere l’apertura della banda da 800 MHz in modo armonizzato entro il 2013 e di raggiungere un accordo politico sul Programma relativo alla Politica in materia di Spettro Radio entro la fine del 2011”.
Per quanto riguarda l’eliminazione del digital divide l’associazione ritiene che il perseguimento di quest’obiettivo dovrebbe continuare ad essere guidato dall’investimento privato. “Gli investimenti in NGA dovrebbero essere effettuati principalmente dal settore privato – prosegue Gambardella -. Le politiche dovrebbero puntare a migliorare le condizioni per gli investimenti del settore privato. I finanziamenti pubblici dovrebbero essere attentamente mirati a completare, e non a soffocare, il contributo privato, aumentando in questo modo la copertura e la domanda di NGA come supplemento alle iniziative private. Questo può essere ottenuto concentrando il finanziamento pubblico a sostegno della domanda e sulle misure di riduzione dei costi che siano neutrali dal punto di vista della concorrenza, come i lavori civili o la modernizzazione delle reti in-building, e sulle aree residuali e non economiche”.
Alla luce del declino dei ricavi per il settore delle telecomunicazioni, come sottolineato recentemente dalla prima Digital Scoreboard europea, Etno chiede alla nuova Presidenza polacca di sostenere le politiche in grado di incoraggiare gli investimenti rischiosi nelle nuove reti veloci e ultraveloci, consentendo:
- Nuovi modelli di business per uscire dal mercato, in modo che tutti i player della catena del valore che generano traffico di dati contribuiscano alle sfide future;
- Un approccio normativo più mirato e proporzionato che tenga conto delle realtà competitive locali e che incoraggi la condivisione del rischio;
- Una politica dei prezzi più flessibile che consenta agli operatori di rispondere alle diverse richieste e ai bisogni dei consumatori attraverso offerte al dettaglio maggiormente differenziate.
Per quel che riguarda il mercato unico digitale Etno sottolinea la necessità di semplificare degli attuali sistemi del diritto d’autore e delle licenze ed un migliore accesso ai contenuti online, per incoraggiare la domanda di banda larga e combattere il file-sharing illegale.























