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Mediaset alla caccia del quinto multiplex del digitale terrestre
Al di là della gara (impossibile) per le frequenze tv, il Biscione vuole mettere le mani sul quinto multiplex per il digitale terrestre. Una frequenza che in realtà già sfrutta ma solo in tecnica DVB-H, quella per la tv mobile ormai desueta, che ora si vorrebbe convertire ad uso televisivo.
Elettronica Industriale, la società del gruppo che si occupa delle reti di trasmissione, ha infatti chiesto a febbraio al Ministero dello sviluppo economico, all’Agcom e all’Antitrust di poter modificare il suddetto multiplex in DVB-T, lo stadandard per la tv digitale terrestre. Lo si può leggere nella relazione sulla gestione del 2012.
Ora Mediaset attende le tre pronunce. Se i responsi saranno positivi, il gruppo televisivo della famiglia Berlusconi avrà la possibilità di tagliare almeno parte dei costi di trasmissione dei suoi canali attualmente trasportati su frequenze di terzi e magari potrà anche lanciare nuove versioni di reti ad alta definizione. Ma la strada potrebbe non essere così semplice: la destinazione DVB-H di questo multiplex (chiamato Mediaset 3) fu infatti vincolata nel 2006 dall’Antitrust per evitare che Mediaset raggiungesse una posizione dominante (aveva tre reti analogiche e due digitali).
Uno spiraglio, però, potrebbe venire da un precedente importante: il Tar del Lazio ha infatti dato ragione a 3 Italia che aveva chiesto al Ministero e all’Agcom di convertire la propria rete DVB-H e che si era vista respingere l’istanza. Il risultato è che oggi l’operatore telefonico può trasmettere sul Dtt e, anzi, paradossalmente affitta al gruppo di Cologno Monzese parte del suo mux, per Rete 4 Hd e Italia 1 Hd. Gina Nieri, il responsabile degli affari istituzionali di Mediaset, lo aveva detto già a maggio dell’anno scorso: ««Effettueremo la richiesta per la conversione delle frequenze DVB-H per la tv sui telefonini nel momento in cui ci farà comodo». Evidentemente questo è il momento.
Due sono gli elementi che hanno spinto in questa direzione. Il primo è la gara per l’assegnazione delle nuove frequenze, nell’attuale versione non più favorevole ai grandi broadcaster che prima avevano assicurata almeno una rete e gratis. Tra l’altro nella relazione del 2012 si dice che il gruppo «valuterà l’opportunità di proseguire il contenzioso già avviato con l’impugnazione della sospensione e successivo annullamento del beauty contest», facendo intendere che questo potrebbe essere un capitolo chiuso. Il secondo motivo della richiesta di conversione è meramente economico.
Mediaset affitta banda trasmissiva da terzi per 11 dei suoi canali: cinque sono sul mux DFree di Tarak Ben Ammar, due su quello di Telecom Italia Media, 2 su Rete A (gruppo Espresso), due su quello di 3 Italia. Considerando che sul mercato si parla di circa 5 milioni di euro all’anno a canale per l’affitto di banda (ma qui la contrattazione ha un suo peso) il risparmio sarebbe evidente, soprattutto dopo un bilancio con 287 milioni di perdita. La conversione, come detto, è riuscita a 3 Italia, nonostante il diniego di Ministero e Agcom del dicembre 2011 dopo una prima autorizzazione provvisoria pochi mesi prima. Il Tar con la sentenza depositata lo scorso 23 gennaio ha ritenuto che l’autorizzazione di 3 fosse adatta a trasmettere sia nella defunta DVB-H che in DVB-T e che in Italia valesse il principio di neutralità tecnologica stabilito dall’Unione europea. Dopotutto questa rete nasceva proprio come DVB-T, ma 3 ne chiese l’utilizzo come DVB-H dopo averla acquistata da Raimondo Lagostena nel 2005.
Il principio di neutralità tecnologica dovrebbe quindi valere anche per Mediaset. In questo caso però bisogna vedere se le autorità vorranno eliminare il vincolo imposto dall’Antitrust nel 2006, quando Elettronica Industriale acquistò la rete appartenente a Europa tv, la seconda posseduta ai tempi da Ben Ammar. Le condizioni erano infatti che Mediaset, come nei piani della società, trasmettesse sul mux in DVB-H, che affittasse a terzi (Telecom e Vodafone erano pronte) e che non raccogliesse pubblicità per questi canali.
Ora la valutazione Antitrust sarà tutta da rifare, considerato che non esiste in Italia una norma che ponga un limite ai mux posseduti. In giro c’è poi un altro mux del DVB-H. È quello Rai, in realtà oggi usato principalmente per aumentare la copertura degli altri mux in alcune zone del paese e poco per il digitale terrestre di seconda generazione (DVB-T2).
Fonte: ItaliaOggi
Frequenze tv, Sambuco: “la gara non è congelata”
Nell’attuale momento di fermo democratico, controllato da insospettabili saggi, torna di moda, ma non troppo, il tema asta frequenze tv. Sull’argomento scottante e in odore di conflitto di interessi è ritornato infatti il Fatto Quotidiano con un articolo di Loris Mazzetti di mercoledì scorso.
Il giornalista del quotidiano diretto da Antonio Padellaro ha affermato che anche in questi giorni di caos istituzionale-politico i berluscones tramano ancora per incentivare e favorire il business di famiglia: la televisione. Dalle ceneri delle vecchio consorzio DGTVi (che ha curato il passaggio alla tv digitale terrestre, composto da Mediaset, Rai, TI Media, FRT e Prima Tv), infatti, sta per nascere una nuova associazione formata dagli stessi (e soliti) principali operatori televisivi.
A presiedere il nuovo “cartello tv” (in sostituzione del dirigente Mediaset, Andrea Ambrogetti), sarà molto probabilmente Stefano Selli, già direttore della Federazione Radio e Tv (che raccoglie alcune associazioni di tv e radio nazionali, poche tv locali, e le reti di Mediaset, TI Media, Super Tennis, Eurosport, AB Channel), ma soprattutto già capo della segreteria tecnica dell’ex ministro Romani. Alla Rai, l’azienda pubblica ancora antagonista (e spesso alleata) all’impero del Biscione, verrà assegnato (secondo Mazzetti) un ruolo marginale.
Nel frattempo la contestatissima asta per le frequenze tv (ex beauty contest) rimane congelata in attesa dell‘approvazione dell’UE e soprattutto di governi e tempi migliori. Il giornalista del Fatto sostiene che si attende la nomina Roberto Sambuco (attuale Capo del dipartimento Comunicazioni) al nuovo Ministero delle Innovazioni, per condurre nuovamente la gara verso i lidi di Cologno Monzese.
Sambuco, in risposta alle critiche del Fatto, ha difeso apertamente l’operato del ministro Passera, autore come detto dell’asta onerosa delle frequenze. «Il beauty contest – (cioè il regalo dei canali tv a Mediaset e Rai progettato da Paolo Romani, ndr) – è stato indetto oltre due anni fa dall’Agcom, e non dal ministero dello Sviluppo economico – afferma Sambuco – per riassegnare le frequenze televisive aggiuntive derivanti dal passaggio dall’analogico al digitale terrestre».
«Il ministro Passera, però, con il Dipartimento Comunicazioni, ha modificato la gara a causa della crisi economica e della necessità di valorizzare le frequenze dal punto di vista economico e industriale. La crisi ha fatto scartare il beauty contest a favore di un’asta che permettesse allo Stato di valorizzare un bene scarso e strategico. C’è ormai concorrenza tra telefonia e tv nell’uso delle frequenze: la fame di banda larga mobile dovuta all’espansione dell‘uso del web tramite smartphone e tablet ha già comportato l’assegnazione delle frequenze 800 MHz agli operatori del mobile tramite un’asta che ha portato un incasso di 4 miliardi di euro. Entro pochi anni anche le frequenze 700 MHz oggi occupate dalle tv saranno assegnate alle telco».
«Cancellando il beauty contest – continua Sambuco – abbiamo creato le condizioni per liberare una parte della banda 700 MHz per le telco. Dal beauty contest abbiamo generato ben due aste: una per i canali tv, l’altra per le frequenze sulla banda 700 MHz alle telco che, con il beauty contest, non sarebbero state disponibili». Il ministero dello Sviluppo Economico, conclude il Capo dipartimento Comunicazioni, inoltre, non ha congelato la gara, ma starebbe attendendo che Agcom termini la stesura del regolamento. «Regolamento che, ci risulta, è in una fase avanzata ma il cui iter complesso non è terminato».
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Asta Frequenze, col nuovo “non governo” gara in pericolo
L’asta frequenze, in seguito alle funeste elezioni italiche, rischia di tornare in discussione. La gara per i mux nazionali indetta dal quasi ex ministro Passera del quasi ex governo Monti, e formulata dall’Agcom (in seguito ad una “non consultazione pubblica”), di fronte alle incerte decisioni dei nuovi (e vecchi) schieramenti politici, dovrebbe avere l’appoggio del PD, della lista dello stesso Monti e niente più.
E in attesa dell’approvazione da parte della Commissione europea, la gara pubblica, che mette in vendita per decine e forse centinaia di milioni di euro solo tre multiplex (rispetto ai 6 iniziali del famigerato Beauty Contest pro-Mediaset), potrebbe impantanarsi nel limbo dell’ingovernabilità del Paese dei cachi (e degli inciuci elettorali).
L’asta delle frequenze modificata, che concede per venti anni tre canali alle tv, in particolare ai nuovi entranti del mercato del digitale terrestre, otterrà il benestare del popolo dei grillini? Di certo potrebbero essere d’accordo sull’uso pubblico di almeno una delle tre frequenze sottratte alla vendita, che dovrebbe essere utilizzata per sanare le interferenze e la scarsità di copertura del più che difettoso segnale della tv digitale terrestre della Rai.
Ma se sommiamo i ricorsi portati avanti da Mediaset e Europa 7 davanti al Tar del Lazio all’inceretezza politica che si sta delineando nelle camere, lo svolgimento della celebre asta pare avere le ore contate in attesa di tempi migliori. Di certo nessuno può prevedere chi potrà essere il nuovo ministro dello sviluppo economico.
L’iter del provvedimento intanto, però, procede: l’Agcom è in attesa del regolamento da Bruxelles. Una volta ricevuto il testo, l’Authority fisserà le regole e poi girerà il testo al Ministero dello Sviluppo Economico. L’ultima parola per indire il bando di gara spetta al Ministero. Secondo gli esperti, il testo inviato dal Garante per le comunicazioni alla Commissione UE «è una bozza robusta», più o meno in linea con le richieste della stessa che impongono all’Italia un’apertura del mercato tv, anche per chiudere definitivamente la procedura di infrazione del 2006 sulle norme europee sulla concorrenza .
Fonti: Il Sole 24 Ore | corrierecomunicazioni.it
DGTVi: digitale terrestre per il 91,5% delle famiglie italiane
Con la consueta newsletter DIGITA di DGTVi (l’associazione delle tv nazionali per lo sviluppo della tv digitale costituita da Rai, Mediaset, TI Media, DFree e FRT) si fa il punto della situazione (con i soliti toni ottimistici) per quanto concerne la tv digitale terrestre.
L’associazione guidata da Andrea Ambrogetti (Mediaset), in vista dei prossimi Switch-off delle regioni del sud Italia, ammette che c’è ancora molto da lavorare, ma nel frattempo tira un grande sospiro di sollievo di fronte all’annullamento della sospensione del passaggio imposto dal Tar del Lazio in seguito al ricorso di alcune tv locali.
«Legati al digitale terrestre – dichiara DGTVi – , restano ancora da sciogliere i nodi della gara per l’assegnazione dei multiplex, del rilascio dei titoli definitivi, la liberazione delle frequenze da parte delle tv locali nella banda 800 MHz con la conseguente riattribuzione». Una bella lista di grane tecniche (per l’esecutivo Monti e per l’Autorità per le comunicazioni rinnovata), a contatto con gli interessi di una certa parte della politica, di difficile e dolorosa soluzione.
DGTVi al solito non fa alcun accenno al sorgere constante, con l’avvento della tv digitale terrestre, dei gravi disagi e disservizi per le piccole realtà imprenditoriali tv e subiti dalla popolazione. Non si preoccupa minimamente dei noti oscuramenti televisivi prima, durante e dopo i vari step del passaggio al digitale terrestre. Si accontenta solo di segnalare la solita insufficiente campagna informativa portata avanti dal Ministero dello sviluppo economico, quando invece permangono in svariate zone d’Italia aree prive di copertura tv (terrestre).
Secondo i dati di DGTVi, le regioni protagoniste degli ultimi switch-off possono considerarsi pronte con dati di utilizzo delle piattaforme digitali superiori al 50%. Ad aprile l’utilizzo del digitale (terrestre, satellite e IPtv) in Abruzzo era già al 70% della popolazione, al 58% in Calabria, al 53% in Puglia e al 51% in Sicilia. A segnare il passo sono Basilicata e Molise che pure già presentano valori di utilizzo digitale sopra il 40%. Due regioni con la Valle d’Aosta meno popolose del Paese contraddistinte da poche famiglie campione Auditel, 51 per la Basilicata e 56 per il Molise, contro le 405 della Sicilia e le 308 della Puglia. Nell’ultimo anno i valori mostrano comunque per le due regioni una crescita media del 55% dell’utilizzo della tv digitale.
Secondo le ultime stime prodotte da eRes, relative al marzo 2012, le famiglie italiane dotate di tv digitale terrestre (almeno un ricevitore nella residenza principale) sono salite a circa 22,8 milioni, con una crescita di poco meno di mezzo milione di unità rispetto al dato della rilevazione del dicembre 2011- gennaio 2012. La penetrazione sale così al 91,5% del totale famiglie. Continua inoltre a crescere il numero dei ricevitori presenti nelle famiglie, che raggiunge il valore di 40,6 milioni.
Nei primi tre mesi dell’anno, in assenza di switch-off programmati, il numero complessivo di ricevitori digitali venduti si attesta a circa 2,1 milioni (863 mila a gennaio, 619 mila a febbraio e 567 mila a marzo). Del totale dispositivi venduti tra gennaio e marzo, il 68% sono integrati (1,4 milioni circa), il 27% sono zapper (circa 550 mila) e il restante 5% STB MHP (108 mila). Il numero di ricevitori venduti dal febbraio 2004 supera la soglia dei 60 milioni (60.405.991 a marzo). Di questi, 28,2 milioni sono integrati e i restanti 32,2 milioni esterni.
Per quanto riguarda gli ascolti, l’Italia televisiva è già digitale al 90%, questo il valore elaborato dall’Osservatorio Studio Frasi sull’utilizzo delle piattaforme digitali da parte della popolazione nell’aprile 2012, a circa due mesi dal completamento della transizione al digitale. La piattaforma dominante è il digitale terrestre (TDT) che raccoglie il 72,1% della visione totale, con il satellite al 17,2%. Si tratta di valori che valgono sull’anno un incremento di oltre il 15% per la DTT e dell’8% per il satellite. Di quest’ultima piattaforma fanno parte e sono protagoniste della crescita sia le offerte pay che quelle free. Rimane marginale nelle abitudini tv degli italiani la piattaforma IPtv valutata da Auditel-Nielsen lo 0,2% del tempo complessivo dedicato alla tv. L’offerta televisiva è ricevibile su più device ma è ancora da progettare la misurazione puntuale del consumo su smartphone e tablet e di dati terzi sulla quantità di connessioni Internet alle nuove proposte televisive.
Fonti : dgtvi.it | key4biz.it
Asta frequenze, pronti nuovi canali per Mediaset, Rai e H3G (convertiti dal DVB-H)
Il Ministero dello sviluppo sta confezionando l’atteso Decreto legge che supera il Beauty Contest, la gara pubblica che avrebbe regalato le frequenze tv a Rai e Mediaset. Secondo MF il provvedimento difficilmente sarà presentato oggi, ma arriverà al Consiglio dei Ministri all’inizio della prossima settimana ai margini della scadenza della sospensione del concorso di bellezza prevista per il 20 aprile.
A Cologno Monzese intanto si prevedono novità importanti, che verranno probabilmente discusse mercoledì 18 in occasione dell’assemblea degli azionisti Mediaset. Il Biscione intanto, secondo Radiocor, potrà usufruire di una nuova frequenza tv grazie al varo del nuovo Codice delle Comunicazioni. Come previsto da mesi, nell’ambito del riassetto del dividendo digitale (che recepisce le indicazioni dell’Europa), Rai, Mediaset e H3G potranno trasformare le frequenze DVB-H, acquistate per i videofonini, in DVB-T, cioè in frequenze utilizzabili per il digitale terrestre.
Il nuovo Codice delle Comunicazioni approvato dal Governo venerdì in prima lettura col Decreto legislativo che attua la direttiva Ue 140 del 2009, attua il principio di neutralità tecnologica dello spettro contenuto nell’articolo 9, comma primo del decreto legislativo, che consente la trasformazione delle frequenze. Il decreto ora dovrà passare al vaglio del Parlamento. All’articolo 12, inoltre, si descrive l’opportunità, fino al 25 maggio 2016, di chiedere la conversione delle frequenze ad Autorità delle comunicazioni e Ministero. Non si tratta di un’assegnazione automatica, ma è un’opportunità in più per gli incumbent televisivi, che aspettano proprio in questi giorni la decisione del Governo sull’asta delle frequenze.
L’altro Decreto legge dell’esecutivo tecnico che supera il concorso di bellezza del defunto governo Berlusconi dovrebbe approntare un’asta suddivisa in due pacchetti: uno destinato agli operatori televisivi, l’altro assegnato sempre alle televisioni, ma per tre anni, e poi sarà ceduto agli operatori di telecomunicazioni. Ma con la conversione dei canali concessa agli operatori dominanti e con la crisi del mercato tv che imcombe (con un drastico calo di investimenti pubblicitari), la gara pubblica pensata da Passera rischia seriamente di non trovare concorrenti.
Mediaset è l’unico operatore che ha l’esigenza di lanciare i suoi canali in chiaro in HD. Secondo una stima S&P Equity Research l’investimento potrebbe costare al Biscione tra i 300 e i 450 milioni, tenendo conto che ogni frequenza dell’asta è valutata 100-150 milioni di euro all’anno. A questi prezzi nè la Rai, nè tantomeno TI Media, Sportitalia e Europa 7 sarebbero in grado di fare un’offerta. E chi invece avrebbe le risorse economiche, come Sky Italia, non è più intenzionato a partecipare alla gara per le frequenze del digitale terrestre. La soluzione potrebbe perciò arrivare dall’estero con l’arrivo di un grande gruppo televisivo, ad esempio Time Warner, che provocherebbe finalmente l’agognata apertura del mercato tv.
Fonti: MF | Radiocor | La Repubblica
Beauty Contest: Rai e Mediaset dribblano l’asta per le frequenze tv
Per Rai e Mediaset la tribolata gara per le frequenze tv potrebbe divenire superflua. Secondo MF – Milano Finanza è in esame al governo un decreto di revisione del cosiddetto pacchetto frequenze telecom, che, tra le altre cose, razionalizza l’uso dello spettro elettromagnetico. La norma è prevista all’interno del decreto di recepimento delle direttive Ue sulle aziende tlc. Ma potrebbe anche essere anticipata nelle disposizioni previste intorno al 19 aprile per la modifica/annullamento del famoso Beauty Contest.
Il decreto, sempre secondo MF, prevede quindi la riorganizzazione delle frequenze dal maggio 2016 per la cosiddetta “neutralità del servizio“, che in parole povere concede la possibilità d’uso (e d’affitto) delle stesse frequenze per qualsiasi tipo di comunicazione elettronica, sia essa di telefonia o televisiva. La stessa disposizione governativa prevede però, per chi ha già in licenza una o più frequenze, la possibilità di cambiare destinazione d’uso prima del 2016.
La norma potrebbe rivoluzionare lo spettro italiano soprattutto a vantaggio di quegli operatori di rete che posseggono un canale (multiplex) in DVB-H, lo standard oramai in disuso per il videofonino. Mediaset, Rai e H3G che dispongono di questo tipo di frequenze potrebbero quindi trasformarle in DVB-T per la tv digitale terrestre, saltando a piè pari l’assegnazione dei canali della contestata gara pubblica. Gli incumbent Rai e Mediaset otterrebbero quindi il loro agognato quinto mux, mentre 3 Italia potrà aprire i suoi canali tv (in passato H3G fece una richiesta respinta da Agcom e Ministero).
MF ipotizza che per sbrogliare l’intricata vicenda dell’asta frequenze, il governo stia pensando seriamente di anticipare l’entrata in vigore della legge che recepisce queste direttive europee, proprio entro il prossimo 19 aprile, in modo da cancellare una volta per tutte il famigerato Beauty Contest. L’esecutivo Monti potrebbe quindi indire finalmente la gara onerosa per le frequenze. Ma quali operatori tv potrebbero partecipare con l’assenza del Biscione e della tv di Stato? Si spera nuovi soggetti entranti per il mercato tv italiano, come in principio indicava la Commissione europea.
L’idea del governo sarebbe quella di concedere le licenze per soli 4 anni, soprattutto per le frequenze 51-60 UHF che dal 2017 secondo altre direttive europee potrebbero essere assegnate alla banda larga mobile. E l’ipotesi dell’asta low cost pare sia molto plausibile: secondo gli esperti la base d’asta non dovrebbe superare i 10 milioni di euro, e addirittura potrebbe essere attuata una riduzione (e non l’aumento) del canone annuo (4 milioni per ogni blocco da 2×5 MHz).
Fonte : MF
DGTVi: “riprendere il confronto con gli operatori su temi caldi del digitale terrestre”
Dalla sua consueta Newsletter DIGITA, l’associazione delle tv nazionali e private DGTVi, costituita da Rai, Mediaset, TI Media, DFree e FRT, ricorda al governo Monti e all’Agcom che, in vista degli ultimi Switch-off del sud Italia, è necessario riaprire il confronto sulla ormai certa revisione del Beauty Contest, che assegnerà forse 6 mux alle stesse emittenti nazionali, sulla delicata questione della numerazione automatica LCN dibattuta nei tribunali, e sulle disposizioni per l’assegnazione delle frequenze e dei rimborsi per le tv locali.
DGTVi spinge l’esecutivo Monti a ripristinare «un metodo virtuoso che ha portato ai risultati positivi che tutti conosciamo per raggiungere gli obiettivi impegnativi dei prossimi mesi». Ma i “virtuosismi” dell’avvento della tv digitale, generati dal lento, disorganizzato e farraginoso sistema che invece esalta l’associazione delle tv nazionali, hanno causato solamente enormi disagi alla popolazione, con i noti oscuramenti televisivi prima, durante e dopo i vari step del passaggio al digitale terrestre. Un metodo di “alta eccellenza” che è riuscito ad intasare con svariati ricorsi i tribunali amministrativi sulle stesse problematiche delle assegnazioni delle frequenze e dei numeri del telecomando, o sul contestatissimo concorso di bellezza pro-Mediaset delle frequenze tv. Un carrozzone digitale guidato dagli operatori dominanti del mercato televisivo e dal precedente governo che, attraverso ritardi abissali nella burocrazia e i tagli ai finanziamenti pubblici, è riuscito “virtuosamente” a mettere in ginocchio l’intero comparto dell’emittenza locale, forse l’unica finestra che da adito all’informazione plurista nella tv italiana.
DGTVi fornisce poi i consueti i dati, raccolti dallo Studio Frasi, sullo sviluppo della tv digitale secondo i quali nel 2011 il digitale terrestre è cresciuto di 11 punti. L’Osservatorio dello Studio Frasi rileva come la trasformazione da analogico a digitale sia avvenuta sostanzialmente in soli due anni. A fine 2008 la televisione era seguita in modalità digitale terrestre per appena il 4,9% del tempo complessivo, a fine 2011 siamo al 70%. Il 2009 è stato l’anno del convincimento che la vecchia tv sarebbe davvero diventata digitale, il 2010 quello del sorpasso sull’analogico, il 2011 quello del consolidamento, l’anno in cui tutte le regioni, anche quelle non ancora passate attraverso lo switch-off, hanno notevolmente incrementato l’utilizzo della tv digitale terrestre.
La Basilicata, ad esempio, ha visto salire in un anno di ben 10 punti l’utilizzo della piattaforma DTT. La regione leader è il Veneto con l’88,8%, seguita dal Friuli con l’87,5% e dall’Umbria con un utilizzo all’86,4%, ma tutto il Paese ha preso atto della trasformazione e delle nuove opportunità offerte dai nuovi canali decretando, proprio attraverso il consumo, il passaggio definitivo al digitale.
Il governo blocca il Concorso di Bellezza. Mediaset attacca: “Illegittimo”
Alla fine è andata. Il governo Monti ha sospenso per 90 giorni il concorso di bellezza del digitale terrestre, che dovrebbe assegnare gratuitamente le frequenze tv nazionali ai soliti incumbent della televisione italiana, cioè Rai, Mediaset e TI Media.
Nel Consiglio dei ministri di ieri il ministro dello Sviluppo, Corrado Passera, ha illustrato il decreto, firmato dal direttore generale del ministero, Francesco Saverio Leone, che è stato inviato in serata a tutti i partecipanti alla procedura, che hanno ora sessanta giorni di tempo per inoltrare le proprie osservazioni. Quasi tutti gli operatori tv sono però pronti a richiedere risarcimenti allo Stato per gli impegni economici, in termini di deposito cauzionale (35 milioni complessivi) e di percentuale (10%) sugli investimenti previsti per la realizzazione della rete, richiesti dal bando di gara per essere ammessi alla selezione e vedersi assegnare il relativo lotto di frequenze.
Come era prevedibile, Mediaset, il gruppo televisivo di Silvio Berlusconi, è pronto a sguinzagliare il suo esercito di avvocati per mettere in moto ricorsi e contestazioni sul provvedimento. In una nota diffusa nella serata di ieri il Biscione ha attaccato le decisioni del governo: «Al di là delle mistificazioni circolate, il beauty contest è assolutamente legittimo. L’iter che ne ha guidato la realizzazione è stato asseverato passo per passo, fin nelle più dettagliate previsioni, da Agcom, Ministero dello Sviluppo Economico e Commissione Europea. Si tratta di una procedura equa, trasparente e non discriminatoria in grado di mettere la parola fine all’annosa querelle aperta in materia dalla UE contro l’Italia».
«Che l’assegnazione fosse attuata senza asta a rilanci, ma sulla base di parametri comunque economici come gli investimenti effettuati e previsti, la solidità del progetto industriale e le capacità professionali dimostrate, è stato condiviso ufficialmente dalla Commissione Europea e la stessa Commissione ha concordato il diritto degli operatori integrati a partecipare all’assegnazione con limiti e obblighi cogenti. E’ questa la lampante dimostrazione che il beauty contest non regala niente a nessuno, tanto meno agli operatori integrati come Mediaset che nel passaggio dall’analogico al digitale sono stati già penalizzati con la perdita di un multiplex ciascuno. In più, Mediaset ha sempre acquisito sul mercato, pagandole, le frequenze in uso e ogni anno versa allo Stato un cospicuo canone di concessione calcolato in percentuale sul proprio fatturato».
«Quando lo Stato avvia ufficialmente una procedura pubblica di assegnazione di un bene, prende un impegno preciso con chi vi aderisce sostenendo investimenti. E tutti noi operatori riconosciuti idonei all’assegnazione – pubblici, privati, nazionali o locali – abbiamo a nostra volta preso impegni e abbiamo il diritto di pretendere che lo Stato mantenga i propri. Mediaset confida quindi che il Ministero e il Governo restituiranno certezza al diritto. E in attesa di conoscere i contenuti del provvedimento, si riserva di valutare le azioni necessarie alla tutela degli interessi di una società quotata».
Al di là delle considerazioni a dir poco sibilline dell’azienda di Cologno Monzese, quest’ultima non spiega assolutamente, ad esempio, che la gara dovrebbe aprire il mercato televisivo mentre invece assegna ulteriori risorse frequenziali al duopolio Rai-Mediaset; non chiarifica, ad esempio, che il canone di concessione è solo l’uno per cento del suo ingente fatturato annuo; e infine non fa luce, ad esempio, sulla scandalosa assegnazione gratuita delle innumerevoli frequenze digitali predisposta ad hoc da quella stessa legge Gasparri del 2004 che ora è causa della procedura di infrazione dell’UE. Salate sanzioni che teoricamente dovrebbero essere annullate dal concorso di bellezza in questione.
Il decreto direttoriale che sospende le procedure della gara si basa su alcune motivazioni fondanti. La prima sono gli ordini del giorno approvati dalla Camera, in cui si richiede un adeguato approfondimento sulla procedura del concorso di bellezza. La seconda è la pendenza di ricorsi giurisdizionali contro l’attuale procedura, presentati da Rai e da Telecom Italia Media, oltre che da Sky, decaduto con il ritiro della società dal beauty contest e da Tivuitalia, che non è poi stata ammessa alla procedura per carenza di requisiti sugli impegni fideiussori richiesti. La nuova circostanza di fatto del ritiro di taluni dei partecipanti, Sky appunto, viene addotta come ulteriore motivazione per un adeguato e urgente approfondimento rispetto alla procedura sospesa. Il decreto introduce la necessità di valorizzare un patrimonio pubblico come le frequenze in un contesto “particolarmente critico” delle finanze pubbliche.
La sospensione del Beauty Contest però non risolve praticamente un bel nulla. Rimane aperta la questione della nuova formula da adottare per assegnare le frequenze, e soprattutto si dovrà attendere l’ok dalla Commissione europea, che ha obbligato lo Stato italiano a indire la gara per aprire appunto alla concorrenza il mercato tv. E si dovrà stabilire poi come valorizzare questa risorsa pubblica, che nessun operatore tv integrato della penisola (nel senso che produce e trasmette contenuti da editore ma è anche proprietario della rete di distribuzione dei segnali tv) ha intenzione di acquistare al prezzo di mercato.























