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Mediaset: la pay-tv non funziona, servono nuove strategie convergenti
Mediaset manca di strategie e stavolta neanche l’ennesimo ritorno del Cavaliere sarà una soluzione. Stefano Carli su “Affari&Finanza” di Repubblica non usa mezzi termini in merito al più grande gruppo televisivo privato italiano, giudicando “un fuoco di paglia” la fiammata della scorsa settimana, quando il titolo aveva riguadagnato il 10% perdendo poi tutto in un giorno. Nell’asset sul quale aveva puntato di più, la pay-tv Mediaset Premium, il Biscione sta iniziando a tagliare sui diritti e ha smesso di far guerra a Sky rinunciando di fatto alla parte alta del mercato; ma anche su quella bassa sono in arrivo pericolosissimi concorrenti It-Media, come Amazon Tv, con la banda larga che va verso il 10% di share nel 2014.
La storia di Premium infatti è sempre stata un’affannosa rincorsa per raggiungere la tv satellitare di Rupert Murdoch: dalla pay-per-view all’abbonamento sino all’offerta sulla piattaforma Internet e mobile, il Biscione a cercato di fronteggiare lo strapotere di Sky, anche con mosse a dir poco scorrette. Oggi Mediaset può contare però su 3 milioni di utenti pay, ma solo 2 milioni di abbonati (contro i 4,8 di Sky) sui quali poter costruire un’offerta e calcolare budget per acquisire diritti, l’ultimo milione sono le residue carte prepagate che andranno a scomparire. Sta di fatto che Premium ancora oggi produce perdite. Nel 2011 ha registrato 70 milioni di perdite, e secondo alcuni rumors di stampa, le perdite potenziali accumulate dal settore della pay-tv sarebbero intorno a 270 milioni di euro. Una strategia di recupero di sostenibilità dell’asset c’è ed è in corso, ed è stato avviata la ricerca di un partner industriale. Ma il problema è che non si sa se e quando darà risultati. E’ una corsa contro il tempo perché il resto del mercato non sta fermo e soprattutto si profila l’invasione dei big della Rete , i cosiddetti Over The Top.
Mercoledì scorso Netflix ha siglato un’intesa con Disney per la distribuzione dei suoi contenuti. E si intensificano le voci che vogliono entro la prima metà del prossimo anno lo sbarco anche in Italia di una Amazon Tv, anche se da Amazon Italia non trapela nulla. Se i giganti della Rete iniziano a fare incetta di diritti di film e serie tv da distribuire via banda larga la partita si fa dura, afferma Carli. Ma nel nostro paese dei cachi, afflitto dal grave morbo del digital divide, lo sbarco dei colossi di Internet non sarà così semplice.
Nel frattempo Mediaset continua la sua politica di tagli. Nelle scorse settimane ha ridiscusso con due delle grandi major, Universal e Warner, i contratti in essere, rinunciando all’esclusiva di un buon numero di contenuti di pregio in cambio di una riduzione della quota di diritti da versare. E già prima era stata siglata una tregua bilaterale con il nemico Sky con lo scambio reciproco di partite delle coppe europee di calcio. Il mercato della tv a pagamento sta attraversando una fase estremamente “liquida”: cala la pubblicità, ma cala anche la stessa pay-tv. «Il 2012 si sta rivelando un anno davvero nero – spiega Augusto Preta, direttore di It Media Consulting, che ha appena concluso il suo ultimo report sul Mercato Televisivo in Italia, con le previsioni fino al 2014 – Mediaset e Rai assieme hanno perso in un anno 450 milioni di ricavi. Ma anche Sky è arretrata, seppure di 25 milioni. E anche questo dato nasconde a sua volta l’azione di fattori contrastanti: la pay di Sky è infatti arretrata di oltre 40 milioni in termini di ricavi, più per effetto del calo dei prezzi (minore Arpu) che della perdita di utenti. Ma una metà di quella perdita è stata compensata dalla pubblicità».
Insomma, Mediaset e Rai perdono spot mentre il resto del mercato invece cresce. Sarà pure una crescita lenta, con numeri ancora relativamente piccoli, ma il lavoro ai fianchi del vecchio duopolio procede incessante e guadagna terreno. Continua a crescere La7, anche se più lentamente. E crescono soprattutto i nuovi canali digitali: è dunque una crisi selettiva. E’ in questa situazione di incertezza che i protagonisti del mercato stanno cercando nuove soluzioni. Anche in questo caso è Sky a manifestare le scelte più innovative. E proprio in tema di distribuzione via Web. In casa Murdoch si sta iniziando a mettere Internet in primo piano e non solo come complemento dell’offerta maggiore, via satellite. Per ora solo in Gran Bretagna, nel laboratorio BSkyB si possono adesso comprare i programmi di Sky via Internet, per vederli su tablet, smartphone e pc anche se non si ha un abbonamento tradizionale. Una formula a cui Sky Italia smentisce di pensare («Business model troppo diversi rispetto all’Inghilterra »), dato l’alto divario digitale tecnologico e culturale del paese.
Seguendo le cifre dell’analisi di It Media la novità emerge con chiarezza. «Al 2014 l’andamento del mercato della pay-tv in Italia mostra tendenze apparentemente contrastanti – spiega ancora Preta – I ricavi da pay su satellite, quindi Sky, saranno in calo di quasi 50 milioni; quelli della pay terrestre, ossia Mediaset Premium, saranno cresciuti di 100 milioni, che in questo caso valgono relativamente molto di più perché rappresentano un incremento del 20%. Ma i numeri vanno letti. E se i 50 milioni in meno di Sky sono poca cosa rispetto a una base di 2,4 miliardi (peraltro compensati da altri ricavi), i 100 in più di Mediaset rappresentano l’arrivo a regime di un Arpu più vicino all’attuale livello base dell’abbonamento di 24 euro al mese al netto di ogni tipo di promozioni e sconti. Incrociando i dati, questo vuol dire che le prospettive di qui a due anni prevedono che Sky dovrebbe riuscire a mantenere la sua redditività media mensile per abbonato attorno ai 40 euro, e quindi continuare a navigare in acque relativamente tranquille. Mediaset, una volta portato l’Arpu attorno ai 20 euro, potrebbe iniziare a coprire i costi. Ma il ritorno degli investimenti è ancora lontano». Di crescere dunque non se ne parla. Almeno sul livello alto del mercato. Ma possono esserci altre strade. C’è chi è fermamente convinto che ci sia spazio, anche in Italia, per un’offerta di contenuti video tra gli 8 e i 12 euro al mese: niente eventi, niente dirette, una programmazione ragionata tra un palinsesto on demand e la coda lunga di un catalogo da distribuire in pay-per-view, grazie alla banda larga, alle tv connesse e, in misura decrescente, ai decoder.
Secondo le stime di It Media è un mercato che si svilupperà a partire dalla fine del prossimo anno e che quasi triplicherà il suo volume in dodici mesi, arrivando a fine 2014 attorno ai 200 milioni. E’ su questo mercato che puntano già oggi la Cubovision di Telecom e la Chili Tv di Stefano Parisi. Ma è su questo stesso mercato che arriverà Amazon Tv e, quando deciderà di scendere dall’Inghilterra al sud Europa, la stessa Netflix. La sfida di Mediaset è capire in quale parte del mercato vuole collocarsi. E deve farlo in fretta per evitare la marginalizzazione. L’amico Tarak Ben Ammar ha smentito il presunto interessamento su Premium. E non ha contato (almeno sul titolo in Borsa) nemmeno la ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi.
Fonte: Affari&Finanza La Repubblica
Mediaset: contro la crisi arriva Internet e il mobile
Il Biscione è in crisi. L’assenza del tradizionale appoggio del governo, la crisi della pubblicità e un modello di sviluppo industriale poco chiaro stanno affossando quel gruppo televisivo tra i più potenti d’Europa.
I conti 2011 di Cologno Monzese hanno evidenziato infatti un fatturato sostanzialmente stabile a 4,25 miliardi di euro (-0,1%), ma con una evidente flessione dell’utile netto, sceso da 352,2 milioni a 225 milioni. Mentre è aumentato l’indebitamento finanziario del gruppo da 1,59 miliardi a 1,775 miliardi. Ma la preoccupazione maggiore viene dalla raccolta pubblicitaria: nel 2011 la flessione è stata del 3,3 per cento in Italia — il mercato, senza Mediaset, ha perso il 4,2 per cento —, un calo che non sembra attenuarsi. Anzi, da novembre 2011 ogni mese la raccolta diminuisce. Solo a gennaio 2012 mancano all’appello un centinaio di milioni e nei due mesi successivi i numeri non sembrano dare maggior conforto.
Per questi motivi Mediaset è costretta a cambiare faccia e strategie, dopo l’abbandono di Endemol (che costerà una minusvalenza di almeno 145 milioni di euro), la defenestrazione di Fede e il lancio delle All news. E’ chiaro che il modello della tv sta cambiando, anche se a Cologno l’hanno capito in ritardo. La tv generalista, che è ancora in grado di garantire utili per centinaia di milioni, perde terreno negli ascolti, e sulle nuove generazioni.
Il futuro ha una sola strada, già percorsa dai competitor europei: Internet e la tv convergente. Dalla catch- up tv alla tv on demand con un nuovo business model. Se tutti sono d’accordo sull’evidenziare come in Italia la televisione generalista — che in Mediaset vale circa l’80% del business — sia un prodotto da rivedere, vale la pena evidenziare come solo mercoledì scorso, 11 aprile, si siano raccolti davanti alla televisione 30,3 milioni di italiani. Certo, circa 7 milioni sono sui canali a pagamento (Sky + Mediaset Premium), ma il dato è significativo. Sarà la crisi, che spinge le famiglie a rimanere maggiormente in casa, ma simili cifre sembravano appartenere al passato.
Le sfide di oggi e del futuro, non solo per Mediaset, sono da percorrere con la tv convergente tra internet e la televisione mobile, sul pc, sul tablet, senza palinsesti e vincoli d’orario. Un passo ulteriore verso la segmentazione della fruizione. Mediaset all’inizio del prossimo maggio lancerà un’applicazione che permetterà di vedere i programmi già andati in onda sull’iPad, per ora ci si limita al pc o al canale Mediaset Extra. Sono reperibili molti programmi, non tutti, per non rischiare, sottolineano da Cologno, «di frantumare ulteriormente gli ascolti». Mentre l’offerta ad personam passa oggi anche attraverso i servizi a pagamento del canale Premium Play, con una proposta di circa 250 titoli di film, per contrastare lo strapotere di Sky, sia sul fronte della raccolta pubblicitaria che nel numero degli abbonati.
Anche per Mediaset Premium le cose vanno maluccio, i ricavi sono in aumento, ma anche costi. Soprattutto sono raddoppiati quelli legati ai diritti sul campionato italiano di calcio, tanto che il bilancio si è chiuso (anche per questo) con una perdita di 68 milioni di euro. La corsa contro il gruppo della tv satellitare di Murdoch si gioca ora con offerte al ribasso sul prezzo d’entrata. Per di più entrambi i gruppi sanno che lo spettatore a pagamento offre alla società una serie di dati fidelizzanti non immaginabili nel mondo della tv generalista e commerciale: si va da quelli banalmente anagrafici, fino ai gusti espressi davanti al piccolo schermo e alle abitudini di visione.
In attesa di capire come si vedrà e cosa si vedrà nella televisione di domani, a Cologno fanno i conti con il presente. Il vice presidente Pier Silvio Berlusconi ha recentemente garantito che non ci saranno tagli occupazionali, ma altri tagli sono già in corso. Anzitutto sui costi delle produzioni. Alcuni show sono stati mandati anticipatamente in vacanza, di taluni diritti si è rinviato l’acquisto, i contratti degli artisti in scadenza vengono rinnovati al ribasso. Nulla di paragonabile con quanto avviene al di fuori degli studios , sia chiaro, ma sono stati programmati tagli per 250 milioni di euro l’anno per i prossimi tre anni.
Fonte: CorrierEconomia
Il Biscione, gli ascolti in calo e il post berlusconismo (2)
Programmi flop, audience in calo, la grana Fede… Ora Mediaset deve fare i conti con il post berlusconismo. E soffre
Esperti, vip del settore e illustri ex concordano sul fatto che il punto debole di Mediaset è la programmazione. La linfa creativa sembra esaurita. Tolti i successi recenti di “Italia’s got talent” e di Giorgio Panariello, il prime time e il preserale dei canali berlusconiani sono un misto di flop (“Stasera che sera”, “Baila!”, “Muzik show”), attempati ma pur validi fuoriclasse (“Zelig”, “Scherzi a parte”, “Le iene”, “Striscia la notizia”) e pugili suonati come il “Grande fratello”. Domenica scorsa, la finale del Gf numero 12 (diconsi dodici) è stata strapazzata dalla fiction pre-pasquale “Maria di Nazaret” su RaiUno con il risultato di 7 milioni di spettatori a 4, pari a un mediocre 20% di share.
«Siamo consapevoli che il prodotto va rivisto», ha commentato Paolo Bassetti di Endemol. Proprio martedì 3 è stata rivista anche la logica dell’investimento fatto da Mediaset in Endemol con la decisione di uscire del tutto dalla società di produzione oggetto di una ristrutturazione da oltre 2 miliardi. Poi è anche vero che salvo lo scontro con Sky, vicina alla soglia della doppia cifra di audience con 9,51 di share ottenuto lo scorso marzo, in tv vige una concorrenza sui generis. “Maria di Nazaret” è prodotta da Rai Fiction, un’azienda ancora in mano al Pdl, dalla Luxvide controllata dalla famiglia Bernabei e da un amico di Silvio come Tarak Ben Ammar, e da Telecinco Cinema del gruppo Mediaset.
Ma non è sempre Pasqua. Il largo consumo, che è stato sempre la forza delle reti Fininvest, è in recessione. Come spiega un noto anchorman: «È la stessa crisi dei giornali free-press. Il loro pubblico spende così poco che non vale la pena fare inserzioni. Qui non si comprano più neppure i materassi e uno che vende cashmere non investe su un programma per scemi». Le difficoltà dell’economia e il bisogno di fare soldi in fretta per non finire in croce nei report degli analisti finanziari fa sì che si investa relativamente poco in creatività e nelle altre professioni della tv. Il grosso dei soldi, e Mediaset ne spende tanti, finisce in tasca alle star, sempre più sovraesposte, e ai format che hanno già avuto successo in altri paesi. Insomma, si preferisce ingaggiare il campione alla Zlatan Ibrahimovic invece di lavorare sul vivaio.
«Il bacino di creatività esiste», dice un produttore che lavora con Mediaset e con la Rai, «ma non viene attivato. Le reti generaliste hanno un’attitudine molto conservativa e la vivacità si esprime molto di più attraverso Internet, anche se lì ancora mancano i razionali economici che consentano di tradurre i contatti in denaro». Altre difficoltà arrivano dal settore all news di TgCom24, partito lo scorso 28 novembre con una struttura di costi molto pesante e ricavi bassi, e da Mediaset Premium. La piattaforma pay diffusa su digitale terrestre ha superato il mezzo miliardo di euro di fatturato ma ha un risultato operativo 2011 in rosso per quasi 70 milioni di euro dopo un 2010 in sostanziale pareggio. Anche qui i costi sono condizionati dal rialzo continuo dei diritti per le partite di calcio.
È un caso da manuale di come il conflitto di interessi possa avere un effetto Tafazzi, con Berlusconi proprietario del Milan che tira il collo a Berlusconi azionista di Mediaset. D’altra parte, Premium è nata per contrastare l’espansione di Sky Italia, come ha dichiarato Adreani al “Sole 24 ore”. Ma i 2 milioni di abbonati del network non bastano a fare quadrare i conti. Un arricchimento dei contenuti è in programma, ma comporterà un aggravio dei costi. Non c’è altra strada per conquistare quella che il marketing orrendamente definisce “fascia aspirazionale”, gli esigentissimi paganti che vogliono vedere la finale di Champions League in alta definizione sull’iPad alla fermata dei taxi o nella lounge di un aeroporto.
Il futuro di un mercato cresciuto fino a 8,7 miliardi di euro dipende da loro, dall’Hd, dalla banda larga, dal Web e sempre meno dalla tv gratis, che nel 2003 valeva oltre quattro quinti del mercato e oggi meno di due terzi (62,9%). Se i ricavi della televisione sono in crescita il merito è di clienti molto diversi dallo zoccolo duro della platea berlusconiana, invecchiato, impoverito e annoiato dalla miliardesima replica di “Walker Texas Ranger”. Chuck Norris e Silvio, due eroi di altri tempi.
Fonte: L’Espresso del 12 aprile 2012.
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Il Biscione, gli ascolti in calo e il post berlusconismo (1)
Da un articolo di Gianfrancesco Turano su L’Espresso del 12 aprile 2012:
Per Mediaset ci vorrebbe un governo tecnico. Il partito-azienda ha generato un’azienda-partito che per anni ha beneficiato di un azionista-premier, di leggi su misura e di un concorrente, la Rai, tenuto in ostaggio. Dopo lo sfratto del Cavaliere dagli studios di palazzo Chigi, l’elettore-spettatore-azionista ha tagliato la corda. Il 2011 è stato l’anno più triste per la triade dei canali generalisti targati Fininvest. Canale 5, Retequattro e Italia Uno hanno chiuso con uno share giornaliero del 32,1% contro il 35,2 del 2010 e il 44 percento del 2003, quando l’ammiraglia Canale 5 valeva da sola più del 30.
Il primo trimestre 2012 è in ulteriore ribasso, con un 30,62% complessivo per le tre reti principali del gruppo Fininvest. Certo, la tv generalista sconta l’arrivo del digitale. Ma anche includendo gli spettatori del Dtt, i conti non tornano. La crisi è di sistema e Mediaset non fa più eccezione. Nel 2012 l’insieme dei canali generalisti di Mediaset, Rai e La7 è sceso per la prima volta sotto la soglia del 70% (69,81%). Sembra un secolo quando la tv tradizionale corrispondeva al 91% dell’Auditel. Invece era nove anni fa. Ci sono voluti sei anni per scendere sotto il muro dell’80% e poco più di due per andare sotto il 70.
L’emorragia cresce in progressione geometrica. Nel triangolo d’oro tra Cologno Monzese, Segrate e Arcore striscia la depressione e la notizia è il processo sommario a Emilio Fede. Brutto segno quando si licenzia così una bandiera, il Paolo Maldini del Biscione con vent’anni al servizio della maglia. Ma Silvio Berlusconi – Maldini docet – sa essere spietato con chi fa di testa sua. E se persino il profeta del Tg4, sodale di bunga bunga, di cene da Giannino e di interviste beatificanti, è finito al muro, figurarsi quanto rischiano gli altri.
Il messaggio, insomma, è chiaro: credere, obbedire, combattere. Un Cavaliere sempre più lontano dalla politica vuole rifondare Mediaset, il cuore del suo impero minacciato dalle tribù pigmee del digitale, dallo tsunami del Web e da presenze barbariche come Rupert Murdoch, lo Squalo di Sky. [...] Impossibile rivivere l’età dell’oro. Ma un’inversione di rotta s’impone dopo anni in cui l’ambizione politica del proprietario ha intaccato le capacità creative di Mediaset e il blitz con decreto legge ha sostituito la logica industriale. Su questo concordano quelli che hanno lavorato e lavorano per il Biscione, due categorie che hanno scelto di parlare con “l’Espresso” sotto garanzia di anonimato, un po’ per eleganza e un po’ per non finire fuori rosa come l’ex direttore del Tg4 oppure ceduti a un altro club come Cristina Parodi, passata dal Tg5 a La7 sulle orme della sorella Benedetta.
Ogni prospettiva di rilancio passa dallo scrigno di Mediaset, ossia dagli spot di Publitalia, la macchina da guerra creata nel 1980 sotto la guida di Marcello Dell’Utri e oggi in mano a Giuliano Adreani, amministratore delegato anche di Mediaset. Dallo scorso novembre, quando Berlusconi si è dimesso dalla guida del governo, le tre reti generaliste hanno perso circa il 10% della raccolta. Nel 2011 Mediaset ha segnato a consuntivo 2,66 miliardi di ricavi pubblicitari lordi (quasi due terzi del mercato pubblicitario tv) e 2,4 miliardi al netto degli sconti di agenzia. Gli incassi sono scesi di 130 milioni di euro rispetto al 2010 con una flessione del 4,5% sui ricavi lordi e del 5,1% sui ricavi netti. Sono entrambe perdite superiori a quelle del mercato nazionale che, tolta Mediaset, è in calo del 4,2% nel 2011. La fatica di portare a casa questo risultato è ancora più evidente se si considera che Mediaset, secondo stime della Nielsen, ha aumentato del 26% l’offerta di spot sulle sue reti dal 2010 al 2011.
A Cologno Monzese sottolineano che, in termini di audience complessiva fra canali generalisti e digitale terrestre, c’è una buona tenuta soprattutto nel prime time, quello che consente gli incassi maggiori. Il grosso degli spot venduti al Biscione finisce infatti sui canali generalisti. L’insieme dei canali dtt e della pay-tv Mediaset Premium non raggiunge i 200 milioni di ricavi pubblicitari sui 2,66 miliardi complessivi. In altre parole, per ogni punto di audience che Mediaset perde sulle tre reti principali vanno in fumo circa 76 milioni di euro di spot. Nei primi tre mesi del 2012, con il calo dello share totale di Canale 5, Retequattro e Italia Uno dell’1,5%, i minori ricavi pubblicitari dovrebbero aggirarsi intorno ai 110 milioni. Non bene, soprattutto per gli analisti di Borsa che con i loro report mettono sotto pressione il management del Biscione. Di recente, ogni previsione al ribasso si è rivelata ottimistica. Per esempio, quella fatta da Mediobanca (partecipata da Fininvest) che a fine 2011 stimava utili netti Mediaset per 256 milioni di euro. Alla fine, sono stati 176, la metà dell’anno precedente.
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Mediaset, la crisi e il digital divide del mercato tv
Da un articolo di Alessandro Penati su La Repubblica del 31 aprile 2012:
I governi Berlusconi hanno favorito Mediaset in tutti i modi. Inutile argomentarlo tanto è ovvio. L’andamento del titolo rispetto a Piazza Affari ha così seguito le fortune politiche del suo padrone: in salita all’inizio di ogni mandato; in discesa alla fine. Il grafico però mostra anche una crescente disaffezione del mercato, da un decennio in qua, nei confronti di Mediaset, che ha perso il 60% rispetto all’indice.
Un trend al ribasso dovuto alle difficoltà dei media tradizionali nell’era di internet, ma soprattutto a una serie di errori gestionali. Con un +6,2% annuo di fatturato in media negli ultimi dieci, Mediaset ha mantenuto una crescita elevata in un paese stagnante, e in un settore in declino. Ha giovato il trattamento preferenziale dei Governi Berlusconi; ma la crescita è anche il risultato di notevoli investimenti, che nel decennio hanno assorbito complessivamente 12,5 miliardi dei 16 di cash flow operativo generati dal gruppo. Il resto è andato in dividendi: quasi 4,5 miliardi. Un po’ troppi, vista la cassa disponibile, per cui l’indebitamento è aumentato di 1,5 miliardi.
Mediaset ha investito tanto, ma male: nel decennio, la redditività sul capitale investito è dimezzata, fino all’attuale 6%, insufficiente a remunerare il rischio. Anche i margini operativi si sono dimezzati, dal 23% medio di 10 anni fa, al 12% del 2011: un livello peraltro ancora ragguardevole. Mediaset dunque, come una ricca signora di una nobile casata in declino, rimpiange i fasti del passato e guarda con preoccupazione alle prospettive dei figli.
Ma agli investitori interessano le prospettive: dieci anni fa il capitale di Mediaset valeva in Borsa più di 4 volte il valore contabile, segno che ci si aspettava in futuro una red- ditività superiore al passato; oggi il premio di valutazione si è azzerato. Aspettative razionali, quelle degli investitori. Mediaset rimane aggrappata alla pubblicità televisiva, in un paese dai consumi stagnanti e con lo spettatore medio ultra cinquantenne della tv generalista che invecchia inesorabilmente. E fa dumping delle tariffe pur di accaparrarsi an- che la pubblicità dei media locali.
Di fronte alla concorrenza di Sky, invece di trasformarsi in produttore, vendendole programmi e format dedicati, o farle concorrenza con un satellite proprio (esiste solo l’offerta di canali digitali free su Tivù Sat con la Rai -ndr), ha usato il digitale terrestre per fare la pay tv dei poveri, abbattendo i ricavi per utente. Così, non riesce a remunerare gli ingenti investimenti. E si è ripresa la rete dei ripetitori (acquistando DMT e inglobandola in Elettronica Industriale – ndr), invece di scorporarla completamente per impiegare meglio il capitale.
Non ha compreso l’importanza di Internet (che reputa un luogo alieno dove far causa a chiunque per tutelare invano i propri contenuti- ndr), e non sa ancora come utilizzarla per generare ricavi (il servizo web Premium Play recentemente lanciato sicuramente non li genera). All’estero ha investito solo in Spagna, acquistando più della metà del mercato tv iberico con Mediaset Espana, un paese dalle prospettive peggiori dell’Italia. Ha cercato di entrare con Endemol nella produzione dei contenuti, finendo con un pugno di mosche, dopo un bagno di sangue (Endemol è infatti indebitata di 2,6 miliardi e sarà acquistata dai creditori -ndr).
L’editoria, in Mondadori, va per i fatti propri. E nonostante sia appesantita dal declino dei periodici in Italia, ha investito nei periodici anche in Francia; è mancato pure lei il treno di Internet. Più che le sinergie, forse conta la necessità di dare a ogni figlio un’azienda da gestire. Perso l’ombrello della politica, per Berlusconi è forse arrivato il momento di pensare a fondere Mediaset, Mondadori, e Fininvest, e affidarle a manager capaci. La noia di un futuro da rentier sarebbe forse resa meno pesante dall’accoglienza entusiastica che gli investitori riserverebbero alla decisione.
Mediaset: cala l’utile netto e la pubblicità nel 2011
Il Cda di Mediaset ha approvato i conti dell’esercizio 2011 che si è chiuso con un utile netto in calo a 176,2 milioni di euro (350 mln in 2010) e un Ebit in contrazione a 374,2 milioni (596,1 mln). I ricavi netti consolidati, spiega una nota, sono inoltre scesi a 3,24 miliardi (3,44 mld), mentre a livello di gruppo, la posizione finanziaria netta è negativa e peggiora a 1,78 miliardi (-1,59 mld in 2010). A fine anno, la generazione di cassa caratteristica era pari a 256,7 milioni (570,6 mln).
La raccolta pubblicitaria di Publitalia sulle reti gratuite Mediaset ha raggiunto i 2,67 miliardi (2,79 mld). La raccolta pubblicitaria complessiva di Publitalia ’80 e Digitalia ’08, comprensiva anche dei canali digitali pay e dei contenuti video distribuiti sul portale web Mediaset.it, è poi calata a 2,77 miliardi (-3,3% a/a). Per quanto riguarda Mediaset Premium, i ricavi da attività caratteristica Premium – vendita carte, ricariche, abbonamenti Easy Pay e raccolta pubblicitaria – sono cresciuti a 615,6 milioni (+14,1%). Sul fronte degli ascolti televisivi, le reti Mediaset con il 38,9% hanno confermato la leadership nazionale nelle 24 ore tra i telespettatori tra 15 e 64 anni (target commerciale). Canale 5 è la rete italiana più seguita nel target commerciale, sia in prima serata (18,8%) sia nelle 24 ore (18,1%).
Il Cda proporrà all’assemblea dei soci la distribuzione di un dividendo di 0,10 euro/azione, con stacco cedola previsto per il 21/5. Per quanto riguarda la pensiola iberica, infine, i ricavi di Mediaset Espana sono saliti a 1,01 miliardi (0,86 mld in 2010), con ricavi pubblicitari lordi migliorati a 971,5 milioni (+22,7% a/a) e utile netto attestato a 110,5 milioni (70,5 mln). Telecinco si conferma inoltre rete spagnola privata più seguita sia in prime time (13,2%) sia nelle 24 ore (14,2%). (MF-DJ)
Mediaset España: utili in calo, dividendi per 55 mln di euro
Calano gli utili 2011 di Mediaset España, che però decide di distribuire solo il 50% dei profitti agli azionisti. La controllata spagnola del gruppo di Cologno Monzese nel 2011, secondo i risultati presentati dalla società CNMV, ha chiuso l’esercizio con un risultato netto di 110,5 milioni (+65,8% sul 2010), mentre i ricavi mentre il reddito complessivo è sceso del 14% a 1,009 miliardi di euro.
L’utile netto adjusted è calato invece dell’11% a 143,5 milioni a causa delle variazioni sui conti dopo l’acquisto del network tv rivale Cuatro e Digital+. Una differenza di circa 33 milioni sul reddito netto dovuta anche alla riclassificazione degli investimenti dettata dalla crisi di Endemol. Mediaset España ha inoltre chiuso l’anno con un utile netto di 947.46 milioni di euro per la pubblicità, 13,6% in meno rispetto al 2010. La società distribuirà ai soci 55,259 milioni pari a 0,138 centesimi per azione, mentre iscriverà a riserva volontaria 82 milioni circa.
I risultati della società controllata dal Biscione sono stati influenzati dalla situazione economica ha avuto un impatto sui consumi e sul mercato pubblicitario iberico. In un contesto macroeconomico debole, la spesa pubblicitaria tv nel 2011 è diminuita del -9,5% rispetto al 2010. Mediaset in Spagna rimane comunque il leader di mercato con una quota del 43,6% per l’anno, secondo i dati interni Publiespaña.
Fonti: corriere.it | ItaliaOggi | eleconomista.es
Mediaset vede nero nel 2012
Il 2011 non è stato certo un anno positivo per il gruppo televisivo di Mediaset. L’azienda tv commerciale leader in Italia e in Spagna, dopo i ripetuti tonfi in borsa, il grave calo degli utili, la grana Endemol e la crisi della raccolta pubblicitaria, ha forse vissuto il periodo più buio della sua storia recente, complice pure la débâcle del governo Berlusconi. E per il 2012 appena nato pare che le cose non andranno meglio.
In questi primi giorni dell’anno, nel momento in cui il titolo Mediaset tenta una timida risalita (+0,8% di ieri), giunge inflessibile il guidizio degli analisti finanziari scozzesi della RBS, che ora scommettono su un’urgente ricapitalizzazione del gruppo del Biscione. La Royal Bank of Scotland ha infatti tagliato ieri il target price delle società della famiglia Berlusconi da 2,6 a 2,2 euro, tra i timori su un precario bilancio patrimoniale, inficiato dalla generosa politica dei dividendi del management, e nell’ipotesi di un possibile aumento di capitale.
Mediaset sta portando avanti un piano di austerità per arginare i conti in rosso, tra il calo di abbonati della pay-tv Mediaset Premium e la perdita del 3% di introiti dalla pubblicità, che supporterà un taglio dei costi tra il 3 e il 5%, quantificato in circa 350 milioni di euro di risparmi in tre anni, 150 milioni sui costi e 200 sugli investimenti. Misure di austerità che peseranno, secondo gli analisti RBS proprio sulla raccolta pubblicitaria, vero core business del Biscione.
La stima media di Mediaset stilata dalla banca scozzese sul rapporto debito/ebdita per i broadcaster europei della tv gratuita è superiore di 0,1 volte. I covenant sui finanziamenti di Mediaset non sono a rischio, ma le previsioni di RBS non escludono l’aumento di capitale, dettato dalla revisione al ribasso della raccolta nella pubblicità in Italia da -2% a -5% nel 2012.
Le stime di RBS su Mediaset rientrano nello studio pubblicato ieri sui media europei: ITV, BSkyB, WPP e Reed Elsevier sono le 4 “idee toro”, cioè le aziende più sane; Vivendi, TF1, Aegis e Mediaset Espana sono le “idee orso”, cioè le tv meno in salute. Nel mercato spagnolo la controllata di Mediaset potrebbe risentire dell’arrivo di un concorrente alla pari, dopo l’acquisizione di La Sexta da parte di Antena 3 (gruppo De Agostini), che potrebbe controllare il 42% del mercato pubblicitario iberico.
Fonte: Finanza&Mercati























