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Tag: legge controllo di internet

apr
27
2012

Censura Internet: il Ministro che mette i sigilli ai Blog

27 apr 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Digital divide, Internet

Ecco. Per completare il consueto e incessante attacco alle libertà della Rete ci mancava solo il ministro della Giustizia, che di mestriere fa tecnicamente l’avvocato delle multinazionali, ma che ora vuole mettere i sigilli ai blog.

Paola Severino, in occasione del Festival dei Mass Media di Perugia, ha infatti sollevato ieri l’urgente problema (salva-Italia) delle libertà dei blogger e vorrebbe ardentemente “reprimerne l’abuso“.  Affermazioni che hanno scatenato di conseguenza un vero e proprio putiferio tra i citizen.

«Il giornale – ha detto la Severino – ha una sua consistenza cartacea. Il giornalista è individuabile e l’editore anche ed é dunque possibile intervenire. Il blog ha invece una diffusione assolutamente non controllata e non controllabile. E’ in grado di provocare dei danni estremamente più diffusi. Ecco perché bisogna vederne anche la parte oscura. E’ un fenomeno certamente positivo per certi aspetti ma nel quale si possono annidare anche cose negative (può essere un punto criminogeno). Questo mondo va regolamentato e pur nella spontaneità che ne rappresenta la caratteristica non può trasformarsi in arbitrio».

«Il cittadino – ha spiegato il ministro – ha il diritto di interloquire con un altro cittadino ma lo deve fare anche lui seguendo le regole. Credo questo sia un dovere di tutti, anche di chi scrive sui blog. Il fatto di scrivere su un blog non ti autorizza a scrivere qualunque cosa soprattutto se stai trattando di diritti di altri. Ricordiamoci che i diritti di ciascuno di noi sono limitati da quelli degli altri. Non posso intaccarlo solo perché sono lasciato libero di scrivere. Mi devo sentire libero di scrivere e i blog hanno questa grandissima capacità di diffondere il pensiero in tempo reale, un grandissimo pregio che riconosco. Ma questo non deve far trasformare la libertà in arbitrio. Questa è una regola che tutti dovrebbero seguire».

Il ministro immagina una sorta di obbligo di rettifica per la bloggosfera, che però, confessa, sarà molto difficile da configurare. «Proprio per questo – ha spiegato il ministro – credo che le mie parole vadano colte non come polemica o bavaglio, proprio perché un mondo privo di una regolamentazione ad hoc. Mi rivolgo ai blogger direttamente dicendo “sappiate che quello che fate agli altri potrebbe essere fatto a voi”. Quindi autoregolamentatevi e autodisciplinatevi perché allora quello dei blog – ha concluso la Severino – diventerà un mondo veramente utile per la crescita sociale del nostro e di altri Paesi».

La lezione di buona educazione dell’avv. Severino, che ha il sapore amaro della minaccia repressiva, nasconde qualcosa di volutamente più oscuro e censorio. Poco più di una settimana fa infatti il Ministro “Mettisigilli” ha presentato un emendamento al ddl anti-corruzione, definito il nuovo comma ammazza blog (quello respinto nel ddl interecettazioni del settembre 2011), con l’intento di mettere un controllo sulle voci libere del Web, atto forse a rallentare il tracollo del mercato della stampa cartacea, a difendere l’anacronistico modello di protezione dei contenuti del Copyright, e sempre pronto all’occorrenza alla censura.

Secondo Massimo Donadi, presidente del grupp Idv alla Camera, «il web è un patrimonio di tutti, è e deve restare libero». «Siamo contrari a qualsiasi forma di censura sui blog, che sono fondamentali per la circolazione delle notizie, del pensiero e della cultura. Non c’è bisogno di leggi restrittive – sottolinea Donadi – perchè le norme attuali già sono sufficienti contro la diffamazione e la circolazione di notizie false. I blog sono un esempio di libertà, un fenomeno culturale e informativo da coltivare e sostenere, non certo da controllare o imbavagliare. I blogger sono una risorsa, i problemi dell’informazione sono ben altri».



feb
19
2012

Censura Internet: cosa fare per fermare l’avanzata del Controllo 2.0

19 feb 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Internet

Da un articolo di Bernardo Parrella su Nòva24 del 19 febbraio 2012:

Come assicurare lo sviluppo di Internet compatibile con la democrazia? Quali i rischi che social media e piattaforme di condivise vengano usati per la censura e il controllo governativi, spesso in stretta collaborazione con le aziende hi-tech? Queste sono le tematiche centrali del nuovo libro di Rebecca MacKinnon, “Consent of the Networker: The WorldWide Struggle for Internet Freedom”, ricercatrice alla New America Foundation e co-fondatrice di Global Voice Online, network d’informazione basato sui citizen media.

Nonostante lo sviluppo di un digital commons fatto di attività innovative e di cyber-attivismo, permangono e si espandono pericolosamente i rischi delle pratiche di controllo e censura attuate da numerosi governi nel mondo. Il caso più eclatante e pubblicizzato è quello della Cina, ma il Controllo 2.0 è praticato anche in Iran, in Pakistan e Siria, mentre si affievoliscono le speranze di cambiamento veicolate dai social media nella Primavera Araba. Lo spettro della censura è dietro l’angolo anche nelle grandi democrazie occidentali, non ultimo l’ascesa di “Facebookistan” e “Googledom“, dove i colossi del Web continuano a stringere nell’ombra relazioni altrettanto opache e controverse con le agenzie e gli enti statali.

Dalle polemiche sulla neutralità della Rete alla vicenda di WikiLeaks, dal recente cambio di posizione di Twitter, che andrà a censurare i messaggi in base alle richieste degli specifici paesi, alle analoghe pratiche che imporrà la piattaforma Blogger di Google, fino alle controverse regole sulla privacy di Facebook, MacKinnon avverte i netizen: «gli utenti della Rete devono chiarire al meglio cosa è accettabile e cosa non lo è. Altrimenti dovremmo aspettarci che governi e aziende continueranno a massimizzare i loro potere e a imporre solo i loro interessi. Come avviene nello spazio fisico, anche online la società civile deve oranizzarsi e controbattere punto per punto».

Ma non tutti hanno gli strumenti, le capacità e/o l’interesse di divenire utenti attivi per difendere concretamente i diritti digitali assumendosi le responsabilità. E spesso è necessario fidarsi dei soggetti che si impegnano per tutelare gli stessi diritti della cittadinanza online. «Nessuno che ha posizione di potere in Rete merita la nostra fiducia incondizionata. – replica decisa la giornalista americana – Costoro vanno monitorati in modo costante e ne vanno accertate le responsabilità e quando abusano del loro potere violando i diritti dei cittadini online, dovrebbero soffrirne le conseguenze, al pari degli abusi dei politici nel mondo reale, e alle conseguenti proteste di piazza o al voto dato ad altri partiti o candidati».

L’Unione Europea vorrebbe creare un “cyberspazio comune“, in modo da bloccare in contenuti illeciti alle frontiere digitali, e vorrebbe riformare la Data Retention Directive che obbliga i provider Internet e telefonici a conservare i dati del traffico relativo alle comunicazioni via email, telefoniche e sms, per possibili indigini di polizia.  Anche se diversi studi rilvelano l’inutilità di queste pratiche per combattere la criminalità. Per la MacKinnon una revisione della direttiva europea sull’argomento è necessaria soprattutto per proteggere la privacy e la libertà di espressione online. E per evitare abusi del controllo governativo, la studiosa californiana spinge i netizen a darsi da fare in prima persona, come ad esempio fa l’EDRI (European Digital Right Iniziative).

Negli USA anche il presidente Obama è impantanato in simili problematiche, eppure «soprattutto sui temi legati al Copyright la sua campagna presidenziale rimarrà assai prudente, perchè Hollywood è una possibile fonte di finanziamenti. – afferma MacKinnon – E dubito che stavolta dirà nuovamente di voler riformare norme di controllo assai controverse, come il Patriot Act o il Foreing Intelligence Surveillance Act, poichè da tempo Obama ha rinnegato quelle promesse fatte 4 anni fa». Sul fornte reppubblicano invece «con la probabile nomina di Romney, siamo messi ancora peggio rispetto alla sorveglianza e alle libertà civili online, e non credo che le questioni relative a Internet troveranno spazio nella sua campagna».



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05
2012

Copyright: Hadopi non ha futuro e potrebbe essere abrogata

05 gen 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Discussione, Internet, News

L’Hadopi, l’Alta Autorità francese creata da Sarkozy e incaricata di contrastare il downloading illegale, non ha futuro. Lo ha dichiarato stamani in un’intervista a Libération il deputato socialista Didier Mathus, che presto siederà nel Consiglio dell’istituzione.

Secondo la stampa, il presidente socialista del Senato, Jean-Pierre Bel, designerà il deputato, noto per la propria battaglia contro l’Hadopi, per rimpiazzare il senatore UMP Michel Thiollière, il cui mandato è arrivato al termine. «Jean-Pierre Bel vuole una nomina simbolica», ha spiegato Mathus a Libération, aggiungendo che «Il Senato dovrà nominare qualcuno, anche se si trattasse di un detrattore. Non cambierà pertanto la mia posizione contro l’Hadopi, che per me non ha futuro».

«La repressione non ha mai funzionato e non funzionerà mai», ha detto ancora Mathus, secondo il quale questa posizione è quella che già circola per i corridoi dell’Assemblea nazionale e del ministero della Cultura, anche se si è costretti a sostenere la posizione del governo. Mathus risponde invece cautamente alla domanda se l’abrogazione dell’Hadopi figurerà nel programma di François Hollande, di cui è il consulente per quanto riguarda la cultura digitale. «L’abrogazione è una posizione condivisa oggi da tutti gli esperti che fanno parte del suo staff, ma si vedrà…». E’ ormai arrivato a scadenza il mandato di tre membri dell’Alta Autorità per la diffusione delle opere e la protezione dei diritti su internet. Oltre a Mathus, altri due consiglieri dovranno essere nominati, rispettivamente dal presidente della Corte dei Conti, Didier Migaud, e dal presidente del Consiglio superiore della proprietà letteraria e artistica, Sylvie Hubac.

E in effetti Mathus non ha tutti i torti. Soprattutto dopo la figuraccia patita dagli uomini della RIAA, delle major discografiche, e delle organizzazioni governative francesi (residenza di Sarkozy compresa), beccati in flagrante da TorrentFreak nella pratica, così tanto osteggiata, dello scaricare e condividere contenuti illegali sulle reti BitTorrent. In un anno di attività l’Autorità francese che vigila sul diritto d’autore, nonostante l’ipotesi di un potenziamento del controllo sulle piattaforme di condivisione e sui loro intermediari finanziari con l’Hadopi 3, ha emanato ben 650 mila primi avvisi (il primo inviato ad ottobre 2010), 44 mila secondi avvertimenti, ma sarebbero solo una sessantina gli utenti passibili di ricevere la terza e ultima lettera, quella che anticipa la temuta disconnessione. I responsabili di Hadopi giustificano i numeri con l’efficacia del potere dissuasivo dello strumento punitivo rispetto ai comportamenti di violazione di diritto d’autore online. Ma l’effetto censorio sul P2P ha fatto crescere parallelamente il download diretto e lo streaming video (cresciuti del 35%).

Fonti: key4biz.it | puntoinformatico.it

TorrentFreak

dic
15
2011

Copyright. Google batte Mediaset “Non responsabile per lo streaming illegale delle partite di Mediaset Premium”

15 dic 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Internet, La verità sul digitale, News

Mediaset perde nuovamente in tribunale sulla difesa copyright. Ieri il tribunale di Roma ha riaffermato l’estraneità delle piattaforme Web.

Il nostro paese e soprattutto chi è autorizzato a muoveri i fili nelle sale di comando, ormai è chiaro, non è particolarmente aperto alle nuove tecnologie, soprattutto quelle della grande Rete. Lo dimostra la guerra anacronistica che da tempo si combatte nei nostri tribunali  per la tutelare giustamente i diritti d’autore (o d’azienda) dei contenuti, punendo però le piattaforme di condivisione del Web e gli ISP, contenuti che in un modo o nell’altro riescono sempre ad arrivare su Internet per una condivisione “illegale”.

Mediaset da più di anno è impegnata nella propria personale battaglia per la difesa del copyright dei propri video e format tv diffusi sul Web e sulla Rete. Il Biscione è riuscito a sconfiggere nelle aule di tribunale italiane (ma non in quelle spagnole) YouTube (Google), Yahoo!, Libero.it (ha anche censurato il sito dell’Unione Consumatori) e avrebbe gioito per il varo della legge proposta dall’ex ministro allo sviluppo (il famigerato decreto Romani) e la sua revisione ripulita nella legge sulle intercettazioni telefoniche (col celebre comma 29 ammazza blog) che avrebbero dovuto censurare e stringere un controllo senza precedenti sul Web italiano.

Ora, dopo la prima sconfitta con il provider Choopa, le sentenze paiono girare finalmente a favore della libertà di espressione e del principio di neutralità della Rete. Il Tribunale di Roma ha infatti stabilito che le piattaforme web non sono responsabili per il contenuto caricato dai loro utenti e quindi non c’é violazione del diritto d’autore – da parte degli hosting provider – per lo streaming di partite di calcio: lo rende noto Google in un post pubblicato sul blog ufficiale, in riferimento ad «una citazione di Rti, controllata di Mediaset», contro Mountain View.

«Rti – spiega Google – ci ha citato per violazione del diritto d’autore perché un portale, ospitato su Blogger, avrebbe effettuato lo streaming di partite di calcio trasmesse dai canali televisivi di Rti. Il Tribunale di Roma ha respinto le richieste di Rti, perché, a seguito di notifica a Google, il contenuto che avrebbe violato il diritto d’autore era stato rimosso da Blogger. Il Tribunale ha affermato che una diversa decisione sarebbe stata in contrasto con la direttiva europea sull’e-commerce. Questa decisione è importante in quanto ribadisce le regole della responsabilità online».

Per Google, «il tribunale di Roma ha emesso un’importante decisione sulla limitazione della responsabilità degli Internet Provider al diritto d’autore e all’hosting di video. Ha affermato che le piattaforme web non hanno l’obbligo di monitorare i contenuti caricati dagli utenti alla ricerca di violazioni del diritto d’autore, né di prevenire future violazioni da parte degli utenti». Mountain View ricorda, infine, che «la violazione di diritto d’autore è una questione seria», che investe «ingenti somme nello sviluppo di tecnologie anti pirateria» e che è importante «che i detentori dei diritti e le piattaforme lavorino insieme. Senza questa collaborazione, è impossibile per una piattaforma come Blogger sapere se un elemento sia stato caricato con o senza l’autorizzazione del detentore dei diritti. E la decisione del Tribunale di Roma riafferma questo principio».

Fonte : Ansa


ott
05
2011

Censura Internet: intesa sul comma 29 “ammazza-blog”, via l’obbligo di rettifica (forse)

05 ott 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Digital divide, Internet, La verità sul digitale, News

Dopo una vera e propria bagarre tra ieri e oggi nei comitati della Camera, il famigerato comma 29 del DDL intercettazioni sembra essere stato cancellato e non farà (forse) più parte della legge (che comunque rimane assurda). La notizia dell’intesa sulla proposta di stralcio del comma ammazza-blog tra i nove della Commissione Giustizia di Montecitorio è arrivata pochi minuti fa, e notifica che è stato elaborato un emendamento (da votare), presentato da Zaccaria (Pd) e Cassinelli (Pdl), che elimina l’obbligo di rettifica entro 48 ore per tutti i siti informatici “non professionali” e lo lascia in vigore solo per le testate giornalistiche on-line.

Ancora una volta la Rete e il suo popolo fanno valere le proprie sacrosante ragioni di libertà (vedi la clamorosa protesta di Wikipedia Italia) sull’ignoranza e le pretese di censura da parte dei governanti. Ma la scure censoria della legge sulle intercettazioni, telefonate che tanto danno fastidio a Berlusconi, non è del tutto risolta, e appare, almeno per il momento, controversa. Nel mio primo emendamento, infatti, depositato già da diversi giorni alla Camera, si prevedevano termini allungati e sanzioni ridotte per i siti amatoriali (da 250 a 2.500 euro, e da 100 a 500 euro per chi forniva un indirizzo email per la rettifica). La nuova versione dell’emendamento, che ha avuto il sostegno dei parlamentari Contento e Costa (il nuovo relatore del DDL dopo le dimissioni dell’avv. Giulia Bongiorno), invece, esclude tout court i siti web (come i blog, i social network, i forum e anche Wikipedia) dall’obbligo di rettifica, mantenendolo solo per le testate giornalistiche online registrate, che comunque rimarrebbe un grave strumento di controllo e di censura.

«Registriamo una buona notizia, ma la partita non è ancora conclusa», dice Paolo Gentiloni (PD), tra i più attenti osservatori delle tematiche Internet. Gli emendamenti al DLL cominceranno a essere discussi dall’Aula nei prossimi giorni e per arrivare al comma 29 bisognerà aspettare probabilmente la settimana prossima. Il rischio è che non si faccia in tempo a discutere l’emendamento sulla comma censura-Internet e che il governo ponga prima la fiducia sull’intero testo. Un fatto che potrebbe realisticamente accadere per via dei contrasti crescenti che ci sono su altri aspetti del disegno di legge. Se i lavori della Camera non dovessero arrivare sino all’emendamento di Cassinelli, infatti, potrebbe essere posta la fiducia alla legge intercettazioni su un testo già modificato con gli emendamenti, compreso quello che elimina l’ammazza-blog. E a questo punto il testo passerebbe in Senato. Se invece la fiducia verrà posta subito, senza emendamenti, e quindi su un testo inalterato, il DDL passerà così come è stato formulato in origine al Senato. E una volta approvato a Legge costituirà in Italia un sistema di controllo e censura della Rete mai visto prima in un paese occidentale.


ott
04
2011

Censura Internet: clamorosa protesta di Wikipedia che si spegne contro il DDL intercettazioni

04 ott 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Digital divide, Internet, La verità sul digitale, News

Un segnale forte da tutta la comunità italiana della Rete. Contro l’ignoranza e l’arroganza della classe dirigente del nostro paese che va a rotoli, rappresentata da un governo che ha tremendamente paura del potere della libertà concessa ai cittadini da Internet.

Wikipedia Italia, la famosissima enciclopedia libera del Web creata dal basso, si spegne a tempo indeterminato in segno di protesta contro il famigerato decreto legge sulle intercettazioni telefoniche (attualmente in discussione in parlamento), che contiene anche un meccanismo per censurare la libertà di espressione di blog e siti web (l’oramai famoso comma 29 “ammazza-blog”).

Questo è il messaggio di Wikipedia Italia:

Cara lettrice, caro lettore,

in queste ore Wikipedia in lingua italiana rischia di non poter più continuare a fornire quel servizio che nel corso degli anni ti è stato utile e che adesso, come al solito, stavi cercando. La pagina che volevi leggere esiste ed è solo nascosta, ma c’è il rischio che fra poco si sia costretti a cancellarla davvero.

Il Disegno di legge – Norme in materia di intercettazioni telefoniche etc., p. 24, alla lettera a) recita: «Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.»

Negli ultimi 10 anni, Wikipedia è entrata a far parte delle abitudini di milioni di utenti della Rete in cerca di un sapere neutrale, gratuito e soprattutto libero. Una nuova e immensa enciclopedia multilingue, che può essere consultata in qualunque momento senza spendere nulla. Oggi, purtroppo, i pilastri di questo progetto — neutralità, libertà e verificabilità dei suoi contenuti — rischiano di essere fortemente compromessi dal comma 29 del cosiddetto DDL intercettazioni. Tale proposta di riforma legislativa, che il Parlamento italiano sta discutendo in questi giorni, prevede, tra le altre cose, anche l‘obbligo per tutti i siti web di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine. Purtroppo, la valutazione della “lesività” di detti contenuti non viene rimessa a un Giudice terzo e imparziale, ma unicamente all’opinione del soggetto che si presume danneggiato.

Quindi, in base al comma 29, chiunque si sentirà offeso da un contenuto presente su un blog, su una testata giornalistica on-line e, molto probabilmente, anche qui su Wikipedia, potrà arrogarsi il diritto — indipendentemente dalla veridicità delle informazioni ritenute offensive — di chiederne non solo la rimozione, ma anche la sostituzione con una sua “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti, anche a dispetto delle fonti presenti.

L’obbligo di pubblicare fra i nostri contenuti le smentite previste dal comma 29, senza poter addirittura entrare nel merito delle stesse e a prescindere da qualsiasi verifica, costituisce per Wikipedia una inaccettabile limitazione della propria libertà e indipendenza: tale limitazione snatura i principi alla base dell’Enciclopedia libera e ne paralizza la modalità orizzontale di accesso e contributo, ponendo di fatto fine alla sua esistenza come l’abbiamo conosciuta fino a oggi.

Sia ben chiaro: nessuno di noi vuole mettere in discussione le tutele poste a salvaguardia della reputazione, dell’onore e dell’immagine di ognuno. Si ricorda, tuttavia, che ogni cittadino italiano è già tutelato in tal senso dall’articolo 595 del codice penale, che punisce il reato di diffamazione.

Con questo comunicato, vogliamo mettere in guardia i lettori dai rischi che discendono dal lasciare all’arbitrio dei singoli la tutela della propria immagine e del proprio decoro invadendo la sfera di legittimi interessi altrui. In tali condizioni, gli utenti della Rete sarebbero indotti a smettere di occuparsi di determinati argomenti o personaggi, anche solo per “non avere problemi”.

Vogliamo poter continuare a mantenere un’enciclopedia libera e aperta a tutti. La nostra voce è anche la tua voce: Wikipedia è già neutrale, perché neutralizzarla?

Gli utenti di Wikipedia

Aggiornamento 05/10/2011: Censura Internet: intesa sul comma 29 “ammazza-blog”, via l’obbligo di rettifica (forse)


set
29
2011

Censura Internet: il Pdl frena sul comma 29 “ammazza blog”

29 set 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in News Tv Digital Divide

Potrebbe anche ammorbidirsi la contestata stretta sui blogger, contenuta nel DDL intercettazioni. Oggetto questo, a quanto si è appreso, di disamina anche nella riunione dei tecnici Pdl, che si è tenuta ieri mattina.

Il giro di vite in questione è infatti ammorbidito dai due emendamenti del pidiellino Roberto Cassinelli che lascia l’obbligo di rettifica, ma ne modula i tempi distinguendo fra blog privati e professionali, come quelli delle testate giornalistiche, e abbassa le sanzioni per i privati. «E’ giusto mantenere il dovere di rettifica – spiega lo stesso deputato – ma non si possono equiparare i blog professionali e quelli del privato cittadino ed è un’illusione quella di applicare alla Rete le stesse regole» che valgono per altri mezzi.

La proposta prevede l’obbligo di rettifica entro 48 dalla richiesta solo per le testate professionali e sposta a dieci giorni il termine per i blog amatoriali. E questo, a decorrere dal momento in cui il blogger ha la conoscibilità della richiesta. In ogni caso, non possono essere oggetto di richiesta di rettifica i contenuti destinati ad un gruppo chiuso i commenti ad altri contenuti principali, in modo da rendere impermeabili all’obbligo di rettifica i profili privati sui social network. La sanzione (da 7500 a 12500 euro) è ridotta per i siti amatoriali da 250 a 2.500 euro. Una ulteriore riduzione (da 100 a 500 euro) è applicata a chi indica un valido indirizzo di posta elettronica al quale fare pervenire le richieste di rettifica.

Il ministro Pdl della Gioventù Giorgia Meloni, ospite del programma di Radio2 “Un Giorno da Pecora” è contraria alla norma: «Non sono d’accordo con la norma antiblog – ha detto – stiamo lavorando per sistemarla. Il diritto di rettifica va assicurato, ma bisogna commisurare le eventuali sanzoni in base al media con il quale si parla».

Agorà Digitale ha iniziato ieri a raccogliere adesioni di cittadini, associazioni e altre organizzazioni, da apporre in calce alla lettera che verrà inviata a tutti i parlamentari affinchè sottoscrivano il pacchetto dei 7 emendamenti (presentati da 26 deputati) volti a disinnescare il comma “ammazza blog” contenuto nel DDL intercettazioni.

Fonte : rainews24.rai.it

Aggiornamento 05/10/2011: Censura Internet: intesa sul comma 29 “ammazza-blog”, via l’obbligo di rettifica (forse)


set
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2011

Censura Internet: il governo ci riprova col DDL intercettazioni

27 set 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Digital divide, Internet, La verità sul digitale

Per l’ennesima volta il circo triste di baldracche, burattini e affaristi che (ahimè) governa questo malandato paese riprova a censurare e strappare via la libertà di esprimersi attraverso questa cosa meravigliosa che è la Rete.

Non bastava la querelle sulla delibera Agcom che vorrebbe regolare con il solo controllo dall’alto il diritto d’autore online e sforbiciare la libertà di espressione dei netizen. Non era neanche sufficiente per questo esecutivo, rimasto all’età della pietra, l’anacronistica legge anti-Amazon (Legge Levi), entrata in vigore dal primo settembre, che nega gli sconti sopra il 15% sulla vendita online dei libri e distrugge, unico caso in Europa, il libero mercato del commercio librario in Rete.

Ritorna ora all’interno del Decreto Legge sulle intercettazioni telefoniche, tanto caro al premier, il famigerato comma 29 dell’articolo 1 che infliggerebbe multe fino 12 mila euro per tutti i siti web e blogger (che non sono testate giornalistiche) che non rispettano l’assurdo obbligo di rettifica (che attualmente esiste per una legge del 1948 solo per la stampa) entro 48 ore dalla richiesta via email di chi si è sentito leso. Nel DDL accantonato qualche mese fa e rispuntato all’improvvisivo, proprio nella stagione dei funghi (velenosi), non è stata minimamente rivista la norma cosidetta “ammazza blog”, tanto cara a una certa parte dannatamente ignorante della classe dirigente italiana.

Ma la Rete e il suo popolo, che tanto sta dando anche in questo paese così lontano dalle strade telematiche, anche questa volta non ci stanno e fanno sentire tutto il dissenso verso una legge censoria degna delle peggiori dittature tanto odiate, almeno così dicono, dai governanti.

L’ex-ministro delle comunicazioni Paolo Gentiloni, responsabile Forum Ict del Pd, dichiara che «il ddl oltre a colpire drasticamente gli strumenti per combattere delinquenza e criminalità contiene un incredibile attacco a Internet. Trasferire le norme sull’obbligo di rettifica tipiche della carta stampata, alla rete è ovviamente impossibile. L’unica conseguenza di una tale assurdità giuridica sarebbe il blocco di fatto di siti, blog e social network – sottolinea – 23 milioni di italiani usano i social network ma questo governo ‘televisivo’ non se ne è ancora accorto. In Parlamento il PD utilizzerà ogni mezzo disponibile contro questo attacco alla libertà delle rete».

«La legge sulle intercettazioni è un bavaglio ‘ad personam’ – rimarca il capogruppo Idv alla Camera, Massimo Donadi – Solo un governo allo sfascio e prossimo al tracollo può pensare di approvare una norma che serve solo ad impedire la pubblicazioni di intercettazioni che inchiodano il premier ed i suoi scherani”. ”L’Italia nonostante Berlusconi – aggiunge Donadi – è ancora una grande e forte democrazia e non approverà mai una legge che censura l’informazione, degna più di un regime autoritario che di un paese dell’Unione Europea».

Anche il mondo di giornalismo si mobilita. Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, annuncia per giovedì 29 settembre una manifestazione a Piazza del Pantheon a Roma, alle 15. «Il governo Berlusconi riporta in aula il decreto legge sulle intercettazioni che ci scipperà del diritto di sapere, che renderà ai magistrati difficile indagare e ai giornalisti impossibile raccontare i fatti. Un’altra legge ad personam – dice Natale -Non se ne può più. Ogni volta che uno scandalo colpisce il Presidente del Consiglio, il Governo torna a voler limitare la libertà d’informazione. Non ce la faremo togliere, questa libertà».

L’attacco alla Rete del governo non si ferma certo qui. In un’altra proposta di legge (n.4549) presentata a luglio dai deputati Pdl Elena Centemero e Santo Versace (!) in materia di “contrasto delle violazioni dei diritti di proprietà industriale operate mediante la rete Internet” si cerca disperatamente di rendere responsabili civilmente e penalmente i provider in caso di violazione del Copyright onilne anche se non ne hanno responsabilità diretta. «Mentre con la normativa odierna, a poter avvertire il provider che si deve attivare è solo l’autorità competente e l’autorità giudiziaria – spiega Fulvio Sarzana sul suo blog – se venisse approvato il ddl Centemero-Versace a richiedere la cancellazione e la disabilitazione potrebbe essere chiunque, anche un passante per strada che non ama quel contenuto caricato sulla rete». In sostanza i provider sono obbligati ad effettuare un controllo preventivo sul materiale caricato in rete bloccando l’accesso agli utenti sospettati di aver violato il diritto d’autore o il diritto dei marchi e brevetti. La norma non riguarderà solamente la scambio di materiale attraverso il sistema del peer to peer ma tutti i servizi che potrebbero violare il Copyright.

E’ proprio vero: l’Italia è ancora un paese Nemico della Rete.

Aggiornamento 28/09/2011: 26 parlamentari (qui i nomi) di PD (8), Radicali (6), UDC (5), PDL (3), IDV (2) e Gruppo Misto (2) hanno presentato alla Camera ben 7 diversi emedamenti (leggili qui) che in vario modo cercano di limitare ai soli contenuti professionali ed in particolare alle testate registrate la validità del comma 29 che vuole censurare il Web libero in Italia. Agorà Digitale sta raccogliendo le firme dei cittadini per chiedere a tutti gli altri inquilini del parlamento di prendere atto dell’assurda disposizione censoria contro Internet e il suo popolo con questa lettera:

Gentile Onorevole,

26 dei suoi colleghi di PD (8), Radicali (6), UDC (5), PDL (3), IDV (2) e Gruppo Misto (2) hanno presentato alla Camera ben 7 diversi emedamenti volti a limitare ai soli contenuti professionali ed in particolare alle testate registrate la validità del comma 29 del ddl intercettazioni volto ad estendere anche online la normativa sul diritto di rettifica. Riteniamo pericoloso estendere anche a contenitori amatoriali come blog o generici “siti internet” una normativa pensata per testate registrate e che appare sproporzionato applicare ad un contesto di scrittura amatoriale e rivolta a gruppi ristretti di persone.

Le chiediamo di apporre la sua firma sui sette emendamenti o quantomeno su alcuni di essi, per dare forza alla richiesta di abrogazione  in modo che sia chiaro che la difesa del web, non come luogo di assenza di regole, ma come risorsa anche per l’informazione è condivisa da tutti gli schieramenti politici.

Internet è e sarà una risorsa fondamentale per la nostra democrazia e deve essere tutelata.

Qui puoi mettere la tua firma per fermare la legge ammazza-blog.

Aggiornamento 05/10/2011: Censura Internet: intesa sul comma 29 “ammazza-blog”, via l’obbligo di rettifica (forse)


ago
08
2011

Creative Commons: la via moderna al diritto d’autore

08 ago 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Discussione, Internet

Da un articolo di Carlo Infante su L’Unità del 05/08/2011:

Creative Commons (comunemente siglato CC) è un nuovo protocollo giuridico relativo all’uso delle opere di creatività per la condivisione e all’utilizzo pubblici. Intorno a questo processo si è creato un vastissimo movimento d’opinione che ha visto protagonista Lawrence Lessig (ora consigliere del Presidente degli Stati Uniti Obama) per l’affermazione degli open content, i contenuti aperti alle pratiche creative del remix e del riuso, tese ad esprimere un valore aggiunto capace di creare rete del valore nel web.

Le leggi sul copyright inibiscono questi processi ed è per questo che la mission di Creative Commons, nato negli Stati Uniti a cui è, da qualche anno, affiliato Creative Commons Italia, stabilisce dei nuovi margini per l’uso creativo e condiviso delle opere di ingegno altrui nel pieno rispetto delle leggi. Si risponde alla rigidità del modello del copyright che afferma tassativamente “all rights reserved” (tutti i diritti sono riservati) con un nuovo concetto,“some rights reserved” (alcuni diritti sono riservati), proteggendo gli autori dagli abusi commerciali. Le licenze di tipo Creative Commons creano le condizioni per cui chi detiene diritti di copyright possa rilasciare parzialmente alcuni diritti e allo stesso tempo di conservarne altri, grazie a una varietà di licenze che includono la destinazione di un bene privato al pubblico dominio.

Queste riconfigurazioni del vecchio diritto d’autore dovrebbero essere la risposta alla questione sollevata dall’Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) che (attraverso la delibera 668/2010 – ndr) ha minacciato di censurare le informazioni online che violino il copyright. Le reazioni sono state fortissime: non si tratta di legittimare piraterie ed abusi del diritto d’autore bensì di aprire un dibattito parlamentare, politico a tutti gli effetti, sia sulla protezione dei contenuti sia sulla libertà di Internet.

Va ripensata una disciplina del diritto d’autore che non si aggiorna dal 1941, inscrivendola nel contesto del Web che sta creando straordinarie opportunità di nuova produzione culturale. Si deve quindi riconoscere un sostanziale diritto degli autori delle opere d’ingegno che troppo spesso la SIAE non sa contemplare, concentrata sul premiare pochi benemeriti e su logiche restrittive irragionevoli. Allo stesso tempo va incentivato il libero accesso ai contenuti in rete, per estendere una diffusione sempre più ampia dell’informazione culturale, favorendo sia gli autori sia gli utenti di quel metamedium che è Internet, piattaforma che ricombina le informazioni, arricchendole del valore d’uso di chi le interpreta con creatività, come accade nel cosiddetto remix.

Gli scenari in cui circola la cultura, nelle sue diverse forme, da quella musicale a quella letteraria, stanno cambiando radicalmente e in questa mutazione risiede sia la nascita di una nuova cultura sia la possibilità di rilanciare le prospettive per possibili nuovi mercati. Com’è accaduto dopo il crollo dell’industria discografica, dove si sono delineate inedite e intelligenti politiche per la distribuzione di file musicali, come ha saputo fare iTunes. Ma la SIAE fa orecchie da mercante e ha lanciato delle domande (10 quesiti per l’esattezza – ndr) che hanno trovato ampiamente risposta nel web:


lug
06
2011

Censura Internet: delibera Agcom approvata, o forse no?

06 lug 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Internet, News

La criticata delibera 668/2010 Agcom, che dovrebbe regolare Internet e il diritto d’autore online attraverso strumenti censori senza il vaglio di un tribunale, è stata varata questo pomeriggio dallo stesso consiglio dell’Autorità Garante per le Comunicazioni, con alcune sensibili modifiche.

Secondo le indiscrezioni trapelate dal blog dell’avvocato Fulvio Sarzana sarebbe stato approvato lo schema di regolamentazione sul diritto d’autore da sottoporre a consultazione pubblica (che l’Agcom su Twitter chiama bozza di provvedimento), con i voti di tutti i commissari ad eccezione di Nicola D’Angelo (rimosso dall’incarico) e di Michele Lauria (astenuto). A sorpresa ha partecipato alle votazioni anche il commissario Gianluigi Magri, che nei giorni scorsi pareva aver dato le dimissioni come D’Angelo.

All’interno del provvedimento provvisorio sono presenti i meccanismi di rimozione selettiva dei contenuti illegali, epurati però dall’inibizione coattiva da parte dell’Autorità e  concernenti (forse) solo alcune tipologie di siti.  In caso di presunto illecito in un primo momento il detentore di diritti d’autore chiederà al sito di rimuovere entro 4 giorni il contenuto incriminato. “Qualora l’esito non risulti soddisfacente per una delle parti, questa potrà rivolgersi all’Autorità, la quale, a seguito di un trasparente contraddittorio della durata di 10 giorni, potrà impartire nei successivi 20 giorni (prorogabili di altri 15) un ordine di rimozione selettiva dei contenuti illegali o, rispettivamente, di loro ripristino, a seconda di quale delle richieste rivoltegli risulti fondata”. Nel caso che l’Agcom ritenga che il contenuto violi davvero i diritti, potrà chiedere al sito di rimuoverlo. In caso di rifiuto, lo multerà con le tipiche sanzioni applicabili a chi disattende un ordine dell’Autorità: fino a 250 mila euro. Comunque il sito potrà rivolgersi al Tar del Lazio per opporsi alla multa. La procedura si blocca se una delle due parti si rivolge alla magistratura.

Per quanto riguarda l’inibizione all’accesso degli utenti italiani ai siti esteri denunciati in violazione del copyright, le disposizioni di censura cambiano: dopo le eventuali segnalazioni ai provider l’oscuramento  dall’Italia non sarà  più un ordine impartito ai sensi del codice delle comunicazioni elettroniche, ma si tratteterà di un avvertimento. Dopo alcuni warning agli stessi provider che saranno liberi di oscurare il sito, la stessa Autorità potrà rivolgersi alla magistratura per denunciare la violazione. Il rischio adesso è che l’Agcom carichi la responsabilità sulle spalle dei provider; i quali anche se  non sono obbligati a oscurare il sito potrebbero poi essere considerati corresponsabili della violazione del diritto d’autore dalla magistratura. Si dilatano anche i tempi della consultazione pubblica della controversa delibera, che passano dagli originari 15 giorni a due mesi. Questo per consentire, secondo il presidente dell’Agcom Corrado Calabrò, una più completa discussione pubblica sulla norma al fine di ottenere una “soluzione giusta ed equilibrata”.

Secondo lo schema di regolamento approvato oggi si allungano anche i tempi anche per il cosiddetto periodo del contraddittorio tra i proprietari dei diritti violati e i gestori dei siti web, che dovrebbe risultare esteso a 15 giorni (mentre nel testo iniziale erano appena 5). Stando a quanto rivelato dal quotidiano Milano-Finanza, la delibera 668/2010 dovrebbe comprendere anche la tutela del diritto d’autore degli editori di giornali cartacei. In pratica, la pubblicazione illecita di una foto contentente una pagina di carta (descritta egregiamente in questo esempio da Guido Scorza) potrebbe portare alla rimozione di un post (o all’inibizione del sito se pubblicato da un provider all’estero).

Il testo dell’Agcom prevede infine una serie di esclusioni dalle censure dei contenuti. “I siti non aventi finalità commerciale o scopo di lucro; l’esercizio del diritto di cronaca, commento, critica o discussione; l’uso didattico e scientifico; la riproduzione parziale, per quantità e qualità, del contenuto rispetto all’opera integrale che non nuoccia alla valorizzazione commerciale di questa” saranno esclusi da questa normativa.

«La delibera Agcom contiene alcune correzioni di rotta, ma non ancora il necessario punto di equilibrio tra tutela delle opere dell’ingegno e diritti di libertà della Rete», spiega Paolo Gentiloni, responsabile del Forum ICT del Pd, mentre dalle stesse file del Partito democratico Vincenzo Vita esprime “enormi perplessità”. Bocciatura totale da parte di Antonio Di Pietro che la giudica “un’operazione di maquillage”, mentre i Verdi valutano “un ricorso al Tar” e il Fli “presenta una mozione parlamentare con cui impegna il Governo a richiedere che l’Agcom sottoponga la delibera sul diritto d’autore all’attenzione delle Commissioni parlamentari competenti in materia”. Il ministro Giorgia Meloni auspica che non vengano lesi “i diritti di espressione del libero pensiero che oggi, almeno per i giovani, si esercitano soprattutto attraverso internet”. Per la Fieg “l’Agcom ha optato per una soluzione equilibrata e trasparente”, mentre il direttore generale della Siae Gaetano Blandini, auspica che lo schema di regolamento nella versione approvata “non sia stato depotenziato”.

Fonte: puntoinformatico.it | Corriere delle comunicazioni


lug
05
2011

La Notte della Rete (live streaming)

05 lug 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Internet

Martedì 5 luglio dalle 17.30 alle 21 alla Domus Talenti a Roma, a 24 ore dall’approvazione della delibera Agcom che censurerà il Web e Internet in nome del Copyright, i blogger italiani, artisti, esponenti della rete, leader politici, cittadini e utenti del web si troveranno per nella “La Notte della Rete”, una no-stop contro il provvedimento.


lug
05
2011

L’Agcom censura la Rete. Come difendere le libertà di Internet?

05 lug 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Copyright, Digital divide, Discussione, Internet

Come si tutela il diritto d’autore nell’era digitale senza che questo si scontri con i diritti e le libertà degli utenti di Internet? Semplice: cambiando le forme del diritto d’autore e rendendole più flessibili, e aprendo il mercato dei contenuti digitali.

La tanto discussa delibera 668/2010 dell’Agcom, sottoposta a consultazione pubblica, prova invece a dare una risposta con mezzi repressivi decisamente sbagliati, perchè sbilanciata verso un sistema di tutela del copyright nato per proteggere i vecchi contenuti analogici (risorse scarse difficilmente riproducibili e copiabili) pensati e creati dall’industria mainstream degli old media (come ad esempio la televisione).

L’avvento di questa regolamentazione censoria dell’Agcom, nata dal famigerato decreto Romani del 2010 (il cui obbiettivo dichiarato era la protezione dei contenuti televisivi), potrebbe imporre la cancellazione dei contenuti incriminati di violazione del diritto d’autore senza passare al vaglio di un tribunale e di un giudice. Il varo della delibera previsto per il 6 luglio ha fatto partire in Rete un acceso dibattito, che coinvolge gli esperti di diritto di Internet e del Web, ma anche gli stessi membri dell’Authority, divisi sulle modalità di repressione della pirateria online. La discussione tocca soprattutto il tema della tutela delle libertà di espressione sul Web dei consumatori-utenti, che i regolamenti dell’Agcom sembrano non rispettare. Mentre l’industria discografica, come dichiarato dalla FIMI, spinge perchè si attuino misure di controllo sempre più forti e repressive.

Quale soluzione alternativa potrebbe essere adottata? Prima di tutto c’è da mettere in conto che il mercato di prodotti digitali in Italia è ancora carente. E per fare in modo che si sviluppi come in altri paesi europei è necessario puntare sulla diffusione della banda larga così come su un aggiornamento delle licenze che tutelano i contenuti. In occasione della relazione annuale dell’Autorità garante per le comunicazioni, lo stesso presidente Calabrò ha affermato che nei paesi dove la banda larga è più sviluppata come Olanda, Germania e Regno Unito, è minore la diffusione della pirateria online e continua a crescere il mercato un’offerta legale competitiva. Secondo il Rapporto Analysys Mason presentato recentemente da Asstel, l’Italia su rete fissa registra una penetrazione di Internet del 54% delle famiglie a fronte del 78% in Francia, del 72% in UK, del 65% in Germania. Il ritardo non è ascrivibile alle infrastrutture la cui copertura è del 91,6% (anche se la penetrazione della banda larga è sotto la media europea), ma piuttosto a fattori di natura sociale e culturale: oltre il 40% degli italiani non ha mai usato un Pc, quando in Gran Bretagna solo il 10% ha una scarsa alfabetizzazione informatica. La scarsa diffusione delle applicazioni e dei servizi Internet nel nostro paese è causa di una flessione del mercato ICT, anche se continuano a crescere i contenuti digitali in seguito alle nuove modilità di fruizione smart e on demand attraverso nuovi apparecchi.

«Finchè si affrontano questi problemi con le misure repressive – ha spiegato l’ex ministro ed europarlamentare del PD Luigi Berlinguer - nella contrapposizione tra chi reclama legittimamente il rispetto del proprio lavoro e chi reclama un largo accesso alla rete, non si risolve nulla. Di fatto, ci sono due beni in conflitto. Ma dobbiamo trovare una soluzione: il punto d’accordo è rappresentato dal fatto che l’accesso alla rete il più ampio possibile è nell’interesse di entrambi, di chi vuole sapere e di chi vuole consumare. Il vecchio modello del diritto d’autore, fondato sulla produzione prevalentemente cartacea, è stato superato dal Web». In questo contesto, la sfida di fronte alla quale si trovano i giuristi e gli uomini d’ingegno per Berlinguer «è quella di abbassare i prezzi e introdurre in questo modo la legalità con una ragionevolezza che la rende praticabile. Bisogna superare le barriere nazionali che ostacolano la circolazione dei beni». Per l’europarlamentare del PD la soluzione è «allargare legalmente le eccezioni ad una visione stretta del diritto d’autore e trovare una forma di pagamento che sia sostenibile».

Fulvio Sarzanza, avvocato esperto di nuovi media, ha dichiarato in un dibattito indetto dal Corriere delle Comunicazioni: «I dati diffusi da agenzie governative, come quella olandese, dicono che chi scarica è spesso il miglior acquirente dei beni nei circuiti legali, con una tendenza al consumo più elevata della media; i numeri dicono pure che nel 2010 si è registrato il record assoluto di incasso nelle sale cinematografiche. L’economia digitale italiana non soffre solo per un difetto di natura infrastrutturale ma anche normativo. Da noi il quadro legislativo non è al passo con i tempi: manca ad esempio una regola sul fair use” che riconosca l’uso amatoriale di un contenuto come forma legale di utilizzo del contenuto stesso. Una modifica, questa, che potrebbe giustificare in parte anche modalità di enforcement più puntuali».

Anche Stefano Rodotà, giurista, politico e fautore di una proposta di legge per l’accesso universale a Internet, ribadisce che il metodo dell’Agcom non è fra i migliori: «è sbagliato pensare che si possa chiudere questa partita con una direttiva o peggio ancora con leggi o delibere repressive. L’esperienza di questi anni ci ha mostrato una dinamica che nessuno aveva previsto. Siamo in una fase molto aperta: almeno per il web -ha spiegato Rodotà- la conoscenza richiede la massima condivisione. Oramai non è più possibile ritenere che il vecchio diritto d’autore possa offrire delle norme valide ancora oggi».

Insomma le strategie censorie e repressive pensate dal governo italiano, che ha difficoltà solo a capire cosa sia Internet, e attuate dall’Autorità Garante, molto probabilmente non potranno essere efficaci nè come modello di sviluppo del mercato dei contenuti digitali, nè come strumento di tutela del diritto d’autore online. E’ nata l’esigenza di ripensare a una nuova disciplina del diritto d’autore che in Italia, ahimè,  è regolata da una legge del 1941 (22 aprile 1941 n. 633) . In un epoca digitale dove il paradigma di sviluppo è la condivisione, ma anche la collaborazione e la cooperazione, non si possono certo limitare la creatività e la produzione culturale (grassroot o mianstream) con le licenze e i diritti delle anacronistiche norme del XX secolo.

Il diritto d’autore dovrebbe riconoscere il giusto compenso agli autori delle opere d’ingegno, cosa che troppo spesso la SIAE non sa contemplare, troppo impegnata a distribuire i ricavi alle major e a tassare ogni cosa con logiche restrittive irragionevoli. Ma oltre all’innegabile riconoscimento dell’opera all’autore, i contenuti digitali devono essere tutelati nel libero accesso, nella libera condivisione,  motori della diffusione su scala globale dell’informazione culturale. Nuove forme di diritti e licenze, dai Creative Commons all’Open Content sino alle svariate forme di Copyleft, che possono favorire sia gli autori sia gli utenti in quel gioco infinito di produzione, riproduzione, remix e mash-up che avviene ogni giorno all’interno della grande Rete. Il mercato e le industrie produttrici dei contenuti, invece, si preoccupano quasi esclusivamente di proteggere con ogni mezzo i prodotti e di spargere una propaganda del terrore tra i consumatori. Potrebbero invece cercare di livellare i prezzi per aprire un mercato legale del downloading di artefatti digitali. Nuovi mercati, figli dello sharing creativo e illegale, in cui la libera circolazione delle informazioni e dei saperi condivisi può far nascere concretamente nuovi modelli economici ed opportunità di business.


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