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Telecom taglia tutto per evitare lo scorporo della rete
Tagli ai costi, a partire dai call center. Aumento di tariffe sui servizi premium. E anche ulteriori tagli ai dividendi. E’ questa, secondo la Repubblica, la strategia che il cda di Telecom Italia di giovedì prossimo dovrà approvare, per evitare lo scorporo della rete.
Il piano industriale che l’ex monopolista delle telecomunicazioni si appresta ad annunciare al mercato il prossimo 7 febbraio mira quindi a convincere gli investitori che con ulteriori tagli si può superare la recessione del gruppo. Telecom comincerà dalla tv di TI Media, in forte perdita, e proporrà alcuni nuove offerte a pagamento sui nuovi servizi mobili LTE.
La manovra di tagli si stima intorno ai 1,3 miliardi: attraverso i risparmi sulla corrente elettrica (400 miloni all’anno), con l’ottimizzazione e la vendita di parte del patrimonio immobiliare e delle torri, e con i dolorosi tagli dei suoi call center, un’attività dove lavorano 12 mila dipendenti Telecom e che costa al gruppo il 30% in più rispetto ai service esterni.
Telecom inoltre ha intenzione di puntare sulla banda larga veloce. 700 mila clienti hanno già pagato di più per avere una connessione più performante. E anche se nel Paese cresce la domanda di reti di nuova generazione, il gruppo guidato da Bernabè non ha ancora investito sulla fibra, destinando tutte le risorse per le reti mobili, per supportare la domanda crescente da chiavette, tablet e smartphone. Ora, grazie alle favorevoli norme europee , e potendo portare la fibra solo fino alla centralina (e non fino alle case), Telecom potrebbe spendere un quinto in meno per gli investimenti sulle NGN.
Secondo Sara Bennewitz e Stefano Carli di La Repubblica, in questi ultimi 13 anni gli investimenti sulla fibra sono stati pesantemente frenati dallo storico debito della scalata Olivetti: una zavorra da 28 miliardi che blocca il gruppo. Nonostante le iniezioni di 600 milioni di capitale da parte di Bernabè e soci e un prestito da 1,75 miliardi di euro. Secondo gli analisti, i risultati economici Telecom potranno essere raggiunti solo nel 2015, dopo altri sacrifici, a cominciare dai dividendi che subiranno un taglio della cedola del 30%. Citigroup conferma che questo basterebbe a pagare gli interessi sui 1,05 miliardi di debiti con il sistema bancario, e potrebbe far risparmiare al gruppo 1,25 miliardi in tre anni: quasi il doppio degli investimenti necessari per cablare con la fibra le maggiori città italiane.
In questo scenario si fa sempre più incerto il processo di scoporo della rete, e si assottigliano sempre più le possibilità che Telecom trovi un’intesa soddisfacente con la Cassa Depositi e prestiti per la vendita dell’infrastruttura.
Fonte: La Repubblica
Fibra ottica, a Milano un tesoro da mezzo miliardo
Sotto la “pelle” di Milano si nasconde un tesoro prezioso da almeno mezzo miliardo di euro. È la fibra ottica degli operatori telefonici, che scorre a qualche spanna dal manto stradale ma anche nelle profondità delle cantine e persino arrampicata sulle verticali dei palazzi.
In Italia Milano è un caso (quasi) unico perché il dominus della fibra non è l’ex monopolista telefonico, cioè Telecom Italia, che secondo l’Agcom detiene a livello Paese una quota di mercato relativa agli accessi in banda larga (in rame) di quasi il 53%: ma Metroweb, una ex società municipalizzata che oggi si trova a giocare il complicato risiko delle reti ultraveloci in una posizione che sta diventando di minoranza. Metroweb, infatti, vorrebbe continuare a portare la fibra ottica nelle case dei milanesi, come ha iniziato a fare già alla fine degli anni novanta quando costruì la rete di Fastweb, che ancora oggi è il suo cliente più importante (nonché azionista con l’11,2% delle quote). Ma i concorrenti, a partire da Telecom, sostengono che oggi esiste un modo più economico per costruire questi nuovi network in banda ultralarga.
Quale? L’architettura di rete utilizzata da Metroweb è l’Ftth, il famoso “Fiber to the home” che garantisce le massime prestazioni dei network ma che costa fino a quattro-cinque volte in più del rame, anche se dipende dalla densità di popolazione: quindi da 400-800 euro contro meno di 200 euro a cliente rispetto ai collegamenti nei quali la fibra arriva fino ai cabinet, cioè agli armadi che distano dagli appartamenti in media 400 metri, per poi proseguire con il rame. Il modello scelto da Telecom.
Piccolo flashback: dopo un trascorso “pubblico”, la seconda vita di Metroweb inizia nell’autunno del 2006 quando Aem la cede al fondo inglese Stirling Square, che offre per il campioncino della fibra 232 milioni di euro, di cui circa duecento sono rappresentati dal debito della società. Oggi l’azionista di maggioranza di Metroweb è il fondo F2i di Vito Gamberale, che s’accompagna a un altro big della finanza pubblica: il Fondo strategico italiano, controllato dalla Cassa depositi e prestiti.
Nella battaglia sui Next generation networks (Ngn) proprio a Milano Telecom e Metroweb hanno tentato un accordo sui “verticali”, cioè sul cablaggio dei palazzi, per delle nozze che ipotizzavano la creazione di una newco ad hoc. Una prova di dialogo naufragata. Fallite le nozze sui verticali è stato poi il momento delle alleanze (im)possibili e del coup de théatre che ha riscritto la geografia delle amicizie sull‘internet super veloce: ventiquattrore dopo l’annuncio di un nuovo investimento da 400 milioni, Fastweb rende pubblico un accordo di cooperazione con Telecom sulla così detta rete “primaria”, quella che collega le centrali telefoniche ai cabinet.
Ma quanto vale la fibra di Milano? Secondo alcuni analisti si parla nel complesso di almeno mezzo miliardo di euro, tenendo conto che in città Metroweb è l’operatore che ha investito di più arrivando a possedere un’infrastruttura con 375mila chilometri di fibra. Qualche numero: essendo gli edifici “passati” circa 40mila e il costo di cablaggio completo per ciascun edificio di circa 8-9mila euro, si arriva a una cifra non lontana da 400 milioni di euro. La fibra di Telecom è invece di circa 1.500 chilometri e varrebbe, secondo dati non confermati dall’azienda, altri 100 milioni. E intanto la stessa Telecom, dopo il divorzio da Metroweb, è andata avanti per la propria strada cablando la verticale di 7.800 edifici, che diventeranno 15mila a fine anno.
A questo punto Metroweb dovrà continuare a giocare la sua carta più forte: la stessa fibra, magari coinvestendo insieme con Telecom e Fastweb sulla rete primaria ma allo stesso tempo facendo valere la sua posizione strategica di unico operatore in grado di connettere le case direttamente. C’è da chiedersi infine se l’Ftth non sia tramontato, visto che persino Fastweb pare tornata sui propri passi abbracciando il modello più prudente di sviluppo della fibra di Telecom: «Il futuro rimane la fibra direttamente a casa – sostiene Guido Garrone, senior advisor in Accenture, uno degli artefici dello sviluppo della rete in fibra ottica di Fastweb e poi in Swisscom, dove è stato per tre anni Chief technology officer – come sta già succedendo negli Stati Uniti, Giappone, Corea e in molte città dell’Europa settentrionale, per esempio Parigi, Amsterdam e Stoccolma. Forse, però, la pigrizia digitale degli italiani può giustificare questo passaggio intermedio al cabinet ma solo l’Ftth assicurerà una banda veramente affidabile».
Fonte. Il Sole 24 Ore
Telecom Italia, arriva la stima Cdp sulla rete d’accesso
La Cdp attende entro fine mese da Deutsche Bank una prima valutazione della rete d’accesso Telecom che potrebbe essere trasferita in una newco dedicata allo sviluppo della banda ultralarga. Allo scopo, nelle settimane scorse sono stati infatti avviati i contatti tra l’advisor finanziario della Cassa, candidata a rilevare una quota dell’ancora ipotetica società infrastrutturale, e lo staff tecnico del gruppo di tlc, coadiuvato dai suoi consulenti.
Un primo passo concreto, dunque, di un processo che si preannuncia comunque «lungo e complesso», come ha detto l’ad di Telecom Marco Patuano, e che difficilmente arriverà alla meta prima della scadenza del Governo tecnico, come è sembrato auspicare il ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, che venerdì, al convegno di Between, ha invitato i player in campo a «unire gli sforzi».
Nel round preliminare della valutazione dell‘asset da scorporare, per Telecom la base di partenza restano i circa 600 euro a linea, relativi alla parte in rame che va dagli armadietti sui marciapiedi fino all’utente finale, messi sul piatto nella trattativa con il fondo F2i di Vito Gamberale. Una valutazione che proietterebbe il valore complessivo della rete d’accesso in rame intorno ai 17 miliardi. Rispetto alla primavera scorsa, quando anche per questo è fallito il negoziato con l’azionista di Metroweb, il cambiamento di orientamento della Ue sull‘Agenda Digitale è andato nella direzione di sostenere il valore del rame che sembrava essere destinato a una rapida obsolescenza.
Tanto che, sempre venerdì, Maurizio Decina, neo-commissario dell’Agcom e tra i massimi esperti italiani in materia, ha parlato della rete in rame come di una «miniera d’oro» che, grazie all’evoluzione tecnologica, in prospettiva consentirà comunque di raggiungere velocità di navigazione dai 50 ai 500 mega. Nella valutazione dell’asset non si potrà prescindere dal business plan della società della rete. Il che presupporrebbe una visione comune, tutt’altro che scontata, tra i due potenziali partner sul piano di investimenti e sulla tempistica per il passaggio dalla formula intermedia dell’Fttc (fibra ottica fino all’armadietto, e prosecuzione in rame) che in questo momento va per la maggiore tra gli incumbent europei permettendo di arrivare almeno a 30 mega, a quella dell’Ftth (la fibra ottica fino all’utente, con velocità da 100 mega) che ha senso economico adottare solo quando la domanda in una determinata area è davvero consistente, dato che, per implementarla, costa fino a quattro volte di più e richiede fino al quadruplo del tempo per essere realizzata. Non solo, per poter proiettare il cash-flow della newco negli anni, occorrerebbe anche avere maggior visibilità sul quadro regolamentare (oggi si immaginano meccanismi di remunerazione legati all’efficienza dell’infrastruttura e al livello di investimenti), ma la traduzione in un testo delle linee guida della Ue non arriverà prima dell’anno prossimo.
Il board di Telecom comunque – così ha annunciato il presidente esecutivo Franco Bernabè – deciderà entro fine anno se proseguire o meno sulla strada dello scorporo della rete. Questo indipendentemente dall’ingresso nel capitale della newco della Cassa presieduta da Franco Bassanini, perchè l’operazione sarebbe comunque funzionale ad assicurare “l’equivalenza di input” – parità di condizioni nell’utilizzo della banda ultralarga per tutti, con incumbent e Olo sullo stesso piano – che la Ue richiede.
L’eventuale ingresso della Cdp nella newco sarebbe un passo successivo. Telecom conferirebbe la parte finale della rete (da verificare se solo la parte in rame, fermandosi agli armadietti, o se anche un pezzo in fibra, risalendo fino alle centraline), per mantenere comunque, anche a garanzia del proprio debito, la maggioranza assoluta. Cdp entrerebbe apportando i capitali, che resterebbero nella società per finanziare gli investimenti di ammodernamento della rete, e portandosi appresso Metroweb, la rete milanese in fibra ottica alla quale partecipa indirettamente tramite le quote detenute dal Fondo strategico italiano in F2i e nella subholding F2i reti tlc.
Passaggio logico (avrebbe ben poco senso duplicare il network di nuova generazione) che nasconde però un’insidia: un anno fa Telecom aveva valutato Metroweb un centinaio di milioni in meno di quanto F2i ha poi pagato, lasciando perciò da solo il fondo di Gamberale che avrebbe dovuto affiancare nell’acquisizione. In disaccordo su tutto, qualche mese fa è saltata persino l’intesa già siglata per la cablatura verticale degli edifici milanesi. Tra Metroweb e Telecom non si parla più direttamente di partnership, ma i contatti sono ripresi per un accordo – certamente di altra portata – sull’utilizzo reciproco dei rispettivi collegamenti verticali nel capoluogo lombardo.
Fonte: ilsole24ore.com
Fibra Ottica: piano Cdp per integrazione Telecom-Metroweb
Cdp pensa all’integrazione fra Metroweb e Telecom Italia per accelerare sulla fibra ottica. Mentre Giovanni Gorno Tempini avvia il negoziato con Franco Bernabè per la creazione di un veicolo societario, Cdp pubblica un documento, che si presenta come studio autonomo dalle strategie del management, in cui formulano uno scenario per lo sviluppo della nuova rete di telecomunicazioni in Italia.
Il Sole 24 Ore scrive oggi che il punto di partenza di questo studio è che a un incremento di 10 punti percentuali nella diffusione della Ngn corrisponde un aumento dell’1,2% del Pil procapite. In una situazione in cui non si può contare sull’investimento pubblico, lo studio di Cdp individua nel partenariato pubblico-privato la soluzione più efficace: lo Stato interviene con la semplificazione normativa e il supporto alla domanda, il partenariato consente di poter sfruttare le risorse dei fondi Ue 2007-2013 ma anche quelle del piano Connecting Europe facility che per il 2014-2020 mette sul piatto 9,2 miliardi per gli obiettivi dell’Agenda digitale europea.
Sul fronte tecnologico, poi, fra Telecom che punta sul Fttc e Metroweb che spinge per l’Ftth, il documento della Cdp individua una soluzione di compromesso, di coabitazione: uno schema misto, secondo cui si potrà realizzare un’infrastruttura Ftth nelle aree a maggiore densità di popolazione e di attività economica e un’infrastruttura Fttc più vectoring nel resto del Paese, attraverso l’integrazione con il sistema mobile LTE.
Fonti: Il Sole24ore (red/ren) milanofinanza.it
Fibra ottica: nuovo warning dall’Ue, migrazione dalle reti in rame troppo lenta
La Commissione Europea ha rilanciato verso i Paesi dell’Unione e i suoi operatori delle telecomunicazioni un nuovo avvertimento contro i ritmi troppo lenti della migrazione dalle reti in rame a quelle in fibra. Il cartellino giallo della Commissione arriva nel momento in cui i mercati sono in attesa delle linee guida dell’Ue per incoraggiare gli investimenti nelle cosiddette reti ultrabroadband Nga (Next generation access). «In generale, la migrazione all’Nga sta prendendo piede a ritmo lento», si legge in un documento di lavoro della Commissione circolato la settimana scorsa fra gli esperti del settore.
Bruxelles sottolinea che i maggiori operatori, se investono per aumentare la velocità di connessione in Europa, lo fanno soltanto per procedere all’upgrading delle loro reti in rame. «Soltanto una minoranza finora ha predisposto investimenti di una certa entità o ha in programma di completare lo switch-off del rame», precisa il documento. Un atteggiamento in forte contrasto con gli obiettivo dell’Ue 2020 che prevedono la copertura ultraveloce a 30 mbps per il 100% del territorio e un minimo del 50% di penetrazione di internet superveloce a 100 mbps.
Ad oggi, soltanto il 6,5% delle connessioni a banda larga raggiunge la velocità di 30 mbps e appena lo 0,9% raggiunge 100 Mbps. La fibra è la soluzione tecnologica in grado di ridurre il gap e di fornire l’infrastruttura migliore per diffondere l’ultra broadband in Europa nei prossimi decenni, anche se molti operatori e diverse authority non sembrano orientati verso questa in questa direzione. Appena il 2% delle connessioni in Europa oggi sono basate sulla fibra ottica.
In Italia, nonostante l’avvento dell’Agenda Digitale del governo tecnico, e gli sforzi (limitati nei mezzi e nella copertura) di operatori e telco come Metroweb e Fastweb per cablare con le reti NGN il territorio nostrano, il mercato rimane bloccato dalle posizioni di evidente monopolio di Telecom Italia, che gestisce ancora la quasi totalità della rete in rame, e che continua a frenare e ostacolare in tutti i modi la migrazione alla fibra. Nonostante gli altisonanti annunci da parte di Bernabè & Co. di presunti investimenti miliardari e per lo sviluppo delle reti di nuova generazione.
Fondi pubblici vs finanza creativa
Secondo stime di Bruxelles, affidarsi all’upgrading delle reti in rame per raggiungere la copertura a 30 mbps entro il 2020 costerebbe fra i 38 e i 58 miliardi di euro. Il progetto più ambizioso e duraturo, che implica la realizzazione di una rete in fibra ad almeno il 50% della popolazione dell’Ue, ha invece un prezzo compreso fra 181 e 268 miliardi di euro, fa sapere la Commissione.
E’ improbabile che questi fondi possano arrivare dal settore pubblico in tempi di austerity come quelli attuali. Per questo la Commissione suggerisce il ricorso ad altri metodi di finanziamento, dal ricorso ai project bonds al potenziamento di altri strumenti finanziari innovativi per coinvolgere gli investitori privati. Un’altra fonte alternativa di investimenti potrebbe coinvolgere l’utente finale in quelle aree dove la costruzione dei network è ingiustificata per motivi commerciali. Una soluzione adottata ad esempio in Finlandia, in aree ricche ma scarsamente popolate, dove gli utenti finali pagano per realizzare l’ultimo miglio per collegare la dorsale Nga alle abitazioni. In cambio ottengono deduzioni fiscali di un certo rilievo. Ma è improbabile che questo modello si estenda in altri paesi europei.
I grandi operatori come Deutsche Telekom e Telefonica sono quelli che dovrebbero sopprotare il maggior carico finanziario per la migrazione dal rame alla fibra. I più radicali sostengono che sia un obbligo per gli incumbent quello di sobbarcarsi gli investimenti, come risarcimento per l’utilizzo pluriennale di network finanziati con fondi pubblici. I più moderati sostengono invece che gli incumbent dovrebbero investire soltanto per ragioni puramente commerciali. La fibra è in ogni caso un nuovo mercato, dal potenziale enorme, soprattutto per i nuovi entranti.
Gli operatori dal canto loro stanno ritardando gli investimenti in fibra, per timore di perdere clienti nel processo di migrazione dal rame, e chiamano in causa il regolatore per aumentare il prezzo di accesso dei competitor alle loro reti, argomentando che i maggiori ricavi sono necessari per finanziare la fibra. La Commissione assumerà con ogni probabilità una posizione opposta. Neelie Kroes, commissario Ue responsabile delle telecom, sta valutando un approccio che prevede incentivi per le aziende che investono in Nga e penalizzazioni per coloro che non intendono spendere. Una raccomandazione Ue sul prezzo di accesso è attesa a settimane. C’è una forte azione di lobby in questi giorni, in attesa della decisione finale della Commissione. Neelie Kroes è conosciuta per cambiare spesso e volentieri idea.
Fonte: corrierecomunicazioni.it
NGN: da Telecom pronti 9 mld per sviluppo reti in fibra
Nel prossimo triennio 2012-2014 «Telecom Italia prevede di investire complessivamente oltre 9 mld di euro sulla rete del mercato domestico» dando un «rilevante contributo al conseguimento degli obiettivi infrastrutturali posti dall’Agenda Digitale Europea». Ad annunciarlo è il presidente di Telecom, Franco Bernabè, intervenendo al convegno dell’Organo di vigilanza di Open Access.
Il manager ha ricordato che «nonostante i trend di mercato e la congiuntura negativa, nell’ultimo triennio Telecom Italia ha investito circa 7 mld nella rete fissa italiana», ponendosi al top rispetto agli altri principali operatori europei in termini di incidenza degli investimenti sui ricavi nel 2011 (14,3%).
Al di là dei timidi investimenti della società ex-monopolista delle tlc, che porterà la fibra ottica solamente fino ai cabinet e non sino alle case delle più grandi città italiane, rimane sempre ampio il divario digitale che affligge un Paese che può vantare inoltre da alcuni anni il triste primato in Europa del numero di connessioni più lente.
Fonte: MF-DJ
Agcom: sviluppo della fibra a rilento. Italia lontana dagli obiettivi dell’Agenda Digitale UE
L’Italia non è ancora un Paese digitale. Tv Digital Divide lo ha sottolineato più volte con dati e statistiche impietose. Ora, con l’avvento del nuovo governo e forse libera delle pressioni politiche, l’Autorità di garanzia per le comunicazioni sottolinea con più vigore lo stato di arretratezza digitale dell’Italia, e insiste sull’urgenza dell’adozione di un’Agenda Digitale.
«Siamo lontani dai traguardi del 2020. Ci sono ombre e qualche luce in un contesto complessivamente ancora troppo tiepido verso il digitale», ha dichiarato il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, in occasione di un’audizione alla Commissione Trasporti della Camera, sulle prospettive delle reti di telecomunicazione di nuova generazione in relazione agli obiettivi fissati dall’Agenda Digitale europea. Secondo Calabrò, in Italia spicca in particolar modo «la contrapposizione tra lo sviluppo del mobile e lo stallo del fisso: un quadro asimmetrico in cui si assiste ad una forte contrazione delle linee fisse e ad una crescita esponenziale di quelle mobili».
«I progetti per la realizzazione della rete di accesso in fibra ottica languono, mentre la recente esperienza di successo dell’asta per le frequenze di quarta generazione (che ha generato quasi 4 miliardi di euro per lo Stato) è la cartina di tornasole del valore atteso dall’investimento nel radiospettro», ha affermato Calabrò. «Sarà proprio la rete in fibra l’infrastruttura che permetterà di realizzare davvero la velocità di connessione promessa dall’LTE», in quanto anche la rete mobile ha bisogno di collegamenti di rilegamento in fibra fra stazioni radio-base e centrali. «In Italia la copertura territoriale della fibra ottica è al 10%, con poco più di 2,5 milioni di edifici passati in fibra e solo 300.000 accessi attivi, pari allo 0,6% della popolazione. Sorprende che gli attuali 300.000 utenti in fibra rappresentino un dato che grosso modo da 4 anni non varia».
Il presidente dell’Agcom lamenta inoltre che nella diffusione della banda ultralarga (dove il Paese è agli ultimi posti in Europa) «i principali operatori tlc avanzano ancora con il freno a mano tirato». Sul fronte privato «le esperienze più interessanti a livello territoriale riguardano l’utilizzo di infrastrutture esistenti, anche non di compagnie di telecomunicazione (come ad esempio Metroweb) e le iniziative di alcuni amministrazioni locali». «In un momento di transizione come questo – ha precisato – connotato da una marcata sensibilità per i temi dello sviluppo, i ruoli dell’Esecutivo che ha la responsabilità per la politica industriale e del regolatore sono complementari, e una stretta collaborazione è necessaria. Vanno dunque salutati positivamente i passi avanti dall’attuale Governo per la diffusione della banda ultralarga», ha concluso Calabro.
Oggi l’Autorità ha pubblicato sul proprio sito il testo della delibera sugli obblighi regolamentari relativi ai servizi di accesso alle reti NGN soprattutto a capo dell’ex-monopolista Telecom Italia. «Ma non è un compito facile regolare qualcosa che ancora non c’è, incidendo, attraverso la regolamentazione, sui profitti attesi e quindi sull’incentivo ad investire. Troppe regole ingessano un mercato che deve ancora svilupparsi, poche regole potrebbero favorire alcuni soggetti a scapito di altri». ha spiegato Calabrò. «Di una cosa però sono sicuro – ha sottolineato – replicare l’impianto delle regole del rame anche per la fibra significherebbe pregiudicarne il futuro perchè in tal modo le nuove reti non si realizzerebbero mai». Logicamente c’è anche chi non è d’accordo con le nuove disposizioni per il mercato delle reti in fibra: l’AIIP, l’associazione italiana degli Internet Provider ha annunciato che farà ricorso al Tar contro la delibera in questione.
Banda larga: ora liberate la rete fissa
I dati sulle connessioni Internet a banda larga pubblicati dall’Autorità garante per le Comunicazioni confermano la crescita della linee mobili a scapito di quelle fisse. Il calo è dovuto anche alla scarsa concorrenza, e secondo l’ex-monopolista Telecom alla mancanza di domanda, soprattutto per la banda ultralarga. Ma gli operatori confidano nel governo per accelerare lo sviluppo della fibra.
Una chiave per comprendere questo trend, spiega Milano Finanza, che ha portato negli ultimi quattro anni il distacco nella penetrazione degli accessi a banda larga da rete fissa tra Francia e Italia da 14 a 24 punti percentuali, riguarda le condizioni del mercato della rete fissa e le sue prospettive. In Italia il costo delle connessioni su linea fissa non ha imboccato una strada in discesa, come accaduto negli altri Paesi europei e nelle stesse connessioni mobili, mentre le prestazioni non hanno avuto significati miglioramenti a causa dello stato della rete stessa, ancora basata in buona parte sul cavo in rame nell’ultimo tratto prima delle abitazioni o degli uffici. Un quadro legato al ruolo ancora dominante di Telecom Italia e alle dinamiche dei prezzi all’ingrosso fissati dall’Agcom, che hanno compresso il margine per gli operatori alternativi a livelli tali da mettere a rischio di continuità le connessioni offerte tramite la tecnologia bitstream, che copre circa la metà dei clienti.
Anche nel settore delle telecomunicazioni, e in particolar modo in quello delle reti fisse, un aumento della concorrenza a seguito di nuove liberalizzazioni, uno dei punti su cui il governo Monti si sta rivelando più attivo, potrebbe quindi avere effetti estremamente positivi per gli investimenti degli operatori, che sarebbero stimolati da una competizione simile a quella in atto nella telefonia mobile, e generare inoltre un effetto moltiplicatore per l’intera economia, come sottolineato da molti studi relativi ai Paesi che si sono dotati di una rete capillare in fibra ottica.
Certo non saranno di grande aiuto per lo sviluppo dell’economia digitale, e per la costruzione di una nuova Rete veloce italiana, le recenti norme varate dalla stessa Agcom sull’obbligo di unbundling fisico imposto a Telecom Italia per lo sviluppo delle reti in fibra ottica. L’Autorità ha infatti tradito le attese degli operatori tlc alternativi, proponendo dei deboli vincoli della messa a disposizione dell’affitto dell’ultimo miglio di rete, che sarà valida solamente dove “tecnicamente possibile” e solo nei luoghi in cui Telecom riterrà l’investimento remunerativo. In questo modo le aree rurali, montane e basso tasso di domanda del paese verranno tagliate fuori ancora una volta dal mercato dello sviluppo delle reti di nuova generazione.
Fonte: MF























