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Analisi Starcom: ad aprile 2013 la tv non generalista in Italia supera il 35% di share
Ad aprile 2013 la tv non generalista supera il 35% di share nel totale giorno, evidenziando una crescita negli ascolti pari al +11% sull’omologo 2012. Mattina, pomeriggio e seconda serata sono le fasce orarie più seguite.
Del 35.2% di share complessivo registrato dalle tv non generaliste, circa il 29% appartiene ai canali del gruppo Tv digitali (terrestri e satellitari, esclusi i canali Sky+Fox) che crescono complessivamente del +15% rispetto all’aprile 2012. Rientra in questo gruppo anche il canale Dtt del gruppo Sky Cielo (0.7% di share nel totale giorno).
Il restante 6.3% di share appartiene al gruppo sat pay Sky+Fox che nel mese di aprile perde il 5% di ascolti nel totale giorno in confronto all’anno precedente, ma recupera il +8% di ascolti rispetto a marzo 2013. Ottimi risultati di audience sono registrati dai contenuti di informazione (Sky Tg 24), sport (Sport 1, Calcio 1, Sport 24, Super Calcio e canali dedicati alla Formula 1 di cui Sky ha di recente acquisto i diritti integrali), telefilm (in particolare Fox Crime).
Affinando l’analisi alle singole emittenti del gruppo tv digitali, il canale dedicato all’intrattenimento al femminile Real Time si conferma in cima alla top ten dei più visti, con circa 164 mila spettatori nel minuto medio. La fascia/giorno più vista è la 23-24 di mercoledì 24 aprile all’interno della quale è stato trasmesso il nuovo format Malati di risparmio (543 mila spettatori). Sempre presente nelle prime posizioni della top ten anche l’altro canale del gruppo Discovery, DMax (118 mila spettatori nel minuto medio), rivolto a un pubblico maschile appassionato di reportage e docu-reality. Su DMax la fascia/giorno più vista è la 21-22 di venerdì 26 aprile che ha proposto una puntata della seconda serie del programma Dynamo: magie impossibili (412 mila spettatori).
In evidenza la performance del canale del gruppo Mediaset Iris, che concentra 137 mila spettatori nel minuto medio grazie a un palinsesto dedicato quasi totalmente al cinema. Su Iris la fascia oraria più vista è la 22-23 di mercoledì 3 aprile quando è andato in onda il film Black Book (892 mila spettatori), ambientato durante la seconda guerra mondiale.
Premiato anche Rai Yo Yo (132 mila spettatori nel minuto medio) che conferma la propria leadership tra i canali Kids ma ottiene anche ottimi consensi sul target Individui dove risulta terzo canale preferito. Gli ascolti di Rai Yo Yo toccano il picco positivo in fascia oraria 20-21, quando va in onda il cartone animato dedicato ai più piccoli Peppa Pig, anticipato da I cartoni dello Zecchino,e seguito dall’altra serie di successo Barbapapà: 543 mila spettatori sintonizzati il 18 aprile.
Documento Analisi Starcom Altre Tv (pdf)
Asta Frequenze, la patata bollente del governissimo
Manca davvero poco tempo per concludere in modo positivo la tribolata asta per le frequenze televisive.
L’ex governo Monti attraverso l’operato “tecnico” dell’ex ministro allo sviluppo Passera è riuscito a trasformare il famigerato Beauty Contest (che regalava i canali a Rai e Mediaset) in una gara vera e onerosa per i soli (o quasi) nuovi entranti del mercato tv, riservando una parte delle risorse frequenziali (3 lotti) per una futura asta per la banda larga mobile delle compagnie telefoniche.
Ma il tempo stringe, soprattutto per evitare le pesanti sanzioni derivanti dalla procedura di infrazione alla concorrenza aperta dalla Commissione europea nel 2006 a seguito della legge Gasparri sul sistema televisivo.
Dopo il varo del regolamento da parte della nuova Agcom, a breve il Ministero dello sviluppo dovrebbe approvare il bando e il disciplinare. Ma rimangono molti dubbi sull’effettiva rendita per lo Stato di un’asta che offre gli scarti dello spettro elettromagnetico nazionale e che rischia di essere snobbata dai famosi nuovi operatori tv. E permangono inoltre le critiche della Commissione europea sull’effettiva qualità delle frequenze messe in palio dal governo e sulla conseguente apertura del mercato chiuso ancora dal duopolio Rai-Mediaset. Secondo Marco Mele de Il Sole 24 Ore, l’attuale crisi della pubblicità e dei consumi interni, e il calo degli abbonamento alle pay-tv (circa un milione persi nel 2012) non incentiveranno alla partecipazione gli operatori nazionali ed esteri.
Ma c’è chi già pensa alla vera e futura gara per le risorse per la banda larga mobile, verosimilmente fattibile dopo il 2016. Un’asta che, come quella che nel 2011 assegnò le frequenze per la tecnolgia di trasporto dati mobili LTE, potrebbe portare alla casse dello Stato miliardi di euro. La Commissione europea si appresta a pubblicare a giugno un documento che inviterà tutti i Paesi membri ad armonizzare lo spettro (evitando le grosse differenze di assegnazione ora presenti e il generale disordine delle frequenze). L’obiettivo è accelerare il passaggio di frequenze 700 MHz dalle tv a Internet mobile, già dal 2015, come già avvenuto con gli 800 MHz ora utilizzati per il 4G.
Ma, secondo l’analisi di Alessandro Longo dalle pagine di chefuturo.it, la nascita del governissimo di Letta, dove il ruolo del Pdl è eufemisticamente più importante rispetto a quello precedente, rischia di pregiudicare la gara per le frequenze televisive e di conseguenza anche l’asta per la banda larga mobile. Non è un caso che il Popolo delle Libertà (di Berlusconi) abbia lottato per mettere le mani sulle deleghe per le comunicazioni.
Ma da qui al 2015 potrebbe succedere di tutto: è già stabilito che agli operatori mobili andranno i canali 57-60 UHF, cioè 30 MHz, delle frequenze 700 MHz; in più bisognerà trovare spazio per la sfortunata radio digitale, avviare un primo serio coordinamento internazionale sulle frequenze, e partecipare ai tavoli che decidono, in Europa, l’evoluzione tecnologica dell’LTE.
«Siamo in ritardo su tutti i fronti», afferma Antonio Sassano, massimo esperto di spettro radio in Italia, professore di Ricerca Operativa all’Università La Sapienza di Roma. «Siamo assenti al tavolo ITU di Ginevra, dove tra l’altro viene decisa la futura canalizzazione europea per la banda larga mobile e dove l’Italia deve allearsi con i Paesi vicini per liberare i canali 57-60 UHF». «Abbiamo un quadro televisivo sui generis in Europa, per il grande numero di emittenti. Per questo motivo, l’Italia deve mirare a ottenere 14 frequenze da questi tavoli internazionali. Ma se continua a disertarli, rischia di subire dall’ITU l’imposizione a ridurre di molto le frequenze utilizzabili da noi», afferma il prof Sassano.
Le frequenze sono un bene pubblico, afferma Longo, che deve rispettare un ecosistema internazionale: i segnali radio infatti viaggiano da un Paese all’altro, sono bloccati solo dalle montagne. E i tavoli servono a evitare interferenze che purtroppo il precedente governo Berlusconi ha causato con i Paesi vicini per aver trascurato il coordinamento internazionale. Le nostre emittenti radio televisive ostacolano le trasmissioni in Francia, Malta, Croazia e Slovenia, che quindi hanno avviato un contezioso con l’Italia.
Adesso l’Italia deve lavorare al massimo per recuperare la credibilità perduta, ma non ha ancora cominciato a farlo. Le conviene perché in ballo c’è soprattutto la possibilità di sviluppo di internet mobile, verso l’LTE Advanced da 1 GHz.
Il Paese dei Cachi ha da perdere più degli altri, su questo fronte, se non otterrà le frequenze necessarie. Perchè inItalia il mercato Adsl (banda larga fisso) è fermo, ormai, pur avendo conquistato solo una minor parte delle case italiane. E le speranze di abbattere il digital divide e di incrementare la crescita digitale sono riposte solo nell’Internet mobile, che ora riguarda oltre 31-32 milioni di sim, contro i 27 milioni del 2011. I prezzi dell’Internet mobile sono calati in modo straordinario, in Italia, nell’ultimo anno. Aumentano gli utenti e le velocità raggiungibili.
Un circolo virtuoso rischia di spezzarsi se l’Italia continua a gestire malamente la questione frequenze. E andrà anche peggio se di nuovo la politica anteporrà gli interessi televisivi a quelli dello sviluppo e dell’innovazione.
Fonte: ilsole24ore.com | chefuturo.it
Astra contro Eutelsat per sedurre Rai e Mediaset
Tra Eutelsat e Ses, i due colossi della distribuzione della tv satellitare, è scoppiata la guerra sull’alta definizione. Lo scontro, che mette in campo le rispettive flotte di satelliti geostazionari posizionati a 36 mila km in orbita, ha come obiettivo il mercato italiano, nello specifico quello del noto duopolio Rai-Mediaset.
In questo particolare periodo contraddistinto dalla scarsità delle risorse frequenziali terrestri, sempre più spesso riservate alla banda larga mobile, c’è chi prevede infatti lo sviluppo del futuro della televisione proprio sul satellite. In Germania ad esempio il network RTL (gruppo Bertelsmann) ha restituito allo stato tedesco alcune frequenze del digitale terrestre per appoggiarsi esclusivamente alla tv via cavo e a quella sat.
Secondo le previsioni degli analisti la tv satellitare acquisterà un ruolo determinante, anche a causa dell’inevitabile crescita dei canali HD, per i quali le frequenze del digitale terrestre sono insufficienti, soprattutto in Italia dove vengono trasmessi ben 250 canali tv nazionali e locali.
In questo scenario Eutelsat-Hotbird e Ses-Astra si confrontano per stringere accordi con le televisioni italiane. L’operatore francese è da anni dominatore nel mercato dello stivale, grazie soprattutto ai satelliti Hot Bird 13° est. Un dominio che Ses non è mai riuscita a scalfire, nonostante anni di agguerrita concorrenza.
Ora l’operatore sat lussemburghese torna all’attacco: «Abbiamo attivato contatti con Rai e Mediaset per sondare le loro disponibilità a portare i canali della tv in chiaro sui nostri satelliti, a partire dai nuovi canali in alta definizione» ha rivelato a Repubblica Affari&Finanza Ferninand Kayser, chief commercial officier di Ses.
Secondo il Corriere Comunicazioni, per convincere Rai e Mediaset a lasciare i satelliti di Hot Bird e passare a quelli sui 19.2° est di Astra, Ses avrebbe messo sul piatto un’offerta economicamente molto vantaggiosa. Ma per Rai e Mediaset, che coabitano attualmente su Hot Bird sulla piattaforma di Tivù Sat, non sarà così semplice: la stragrande maggioranza degli utenti italiani riceve la tv satellitare da Hot Bird e il passaggio ad Astra significherebbe l’acquisto di un nuovo decoder (l’ennesimo) e la probabile modifica dell’impianto sat (dal nuovo orientamento della parabola all’installazione di un doppio feed).
Fonte: Corriere delle Comunicazioni | Repubblica Affari&Finanza
Aeranti-Corallo: “Più rispetto per le tv locali”
Non dimenticate le tv locali. E’ l’appello lanciato da Aeranti-Corallo, l’associazione che raccoglie oltre mille imprese radiotelevisive locali. Ancora alle prese con il terremoto del passaggio al digitale terrestre e colpite duramente dalla crisi, le emittenti chiamano in causa la politica e la magistratura.
L’associazione chiede in primo luogo spazi sufficienti nell’etere. Entro il 2020 le frequenze tv passeranno dalle 54 dell’era analogica a 34 future. E a farne le spese potrebbero essere proprio le solite tv locali (come è già accaduto con l’esproprio dei canali per l’asta LTE per la telefonia mobile). Da qui la richiesta di garanzie per mantenere (come stabilisce la legge) un terzo delle frequenze alle emittenti locali, e la proposta di destinare alle stesse tv regionali i 3 lotti esclusi dall’asta delle frequenze (ex beauty contest) definita dall’Agcom. «Una parte delle frequenze siano rese disponibili per risolvere le criticità dsel settore locale» afferma Aeranti-Corallo.
Sul versante giudiziario, nell’ambito della famosa guerra del telecomando, l’associazione conferma che «moltissime imprese televisive locali hanno preannunciato che impugneranno il provvedimento» dell’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni sul nuovo Piano di numerazione automatica dei canali davanti al Tar del Lazio,« per chiederne l’annullamento». L’ultima decisione dell’Agcom prevede infatti che nei primi 200 canali le locali abbiano appena 26 numeri contro i 78 precedenti.
A dirlo è Marco Rossignoli, coordinatore di Aeranti-Corallo, che ha organizzato nei giorni scorsi due incontri con le imprese televisive locali associate, rispettivamente a Roma e a Bologna. «Aeranti-Corallo – sottolinea Rossignoli in una nota – giudica molto negativamente il provvedimento dell’Agcom, fortemente penalizzante per le imprese televisive locali in quanto lo riduce drasticamente la quantità delle numerazioni posizionate nel primo e nel secondo arco e offre, quindi, una minore visibilità sulla televisione alle emittenti locali».
«Inoltre l’attribuzione delle numerazioni 10, 97, 98 e 99 subordinata alla partecipazione ad accordi di syndication per la trasmissione di programmi in contemporanea penalizza, in particolare, proprio le emittenti facenti parte delle syndication, che, a differenza delle altre tv locali, non otterranno una numerazione utilizzabile incondizionatamente. Tali emittenti – ha continuato Rossignoli – in caso di cessazione del rapporto di syndication, perderebbero il diritto alla numerazione». La questione verrà approfondita nell’ambito del RadioTv Forum 2013 di Aeranti-Corallo, in programma a Roma il 28 e 29 maggio.
Fonte: Ansa | Avvenire
Asta Frequenze, Aeranti-Corallo: “un terzo dei canali spetta alle tv locali”
Dalla Newsletter Teleradiofax del 20 aprile 2013 dell’associazione delle tv e radio locali Aeranti-Corallo:
Lo scorso 11 aprile il Consiglio dell’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni ha approvato la delibera n. 277/13/Cons che fissa le regole per l’asta delle frequenze televisive per la tv digitale terrestre. Il provvedimento approvato dall’Agcom modifica in maniera rilevante lo schema del 14 novembre 2012, oggetto di consultazione pubblica e di interlocuzione con la Commissione europea.
In particolare: I lotti in gara non sono più sei, come originariamente previsto, ma diventano tre, tutti relativi a frequenze inferiori ai 700 MHz. La precedente delibera prevedeva tre lotti “L” (sotto ai 700 MHz), e precisamente: L1 (canali 6 e 7 VHF); L2 (canale 25 UHF); L3 (canali 23, 24 e 28 UHF), con diritti di uso ventennali e tre lotti “U” (banda 700 MHz), e precisamente: U1 (canali 54 UHF); U2 (ch 55 UHF) e U3 (canali 58 UHF), con diritti di uso quinquennali. La nuova delibera 277/13/CONS espunge le frequenze dei lotti “U”, riconfigurando il piano delle frequenze televisive non più su 25, ma su 22 reti televisive nazionali. Inoltre, vengono ridefinite le frequenze relative ai tre lotti messi a gara, che risultano, pertanto così formati: L1 (canali 6 VHF e 23 UHF); L2 (canali 7 e 11 VHF); L3 (canali 25 e 59 UHF). L’assegnatario avrà diritto ad un canale sostitutivo del 59 nel 2016).
Le frequenze non più a gara, si legge nelle considerazioni iniziali della delibera, serviranno, tra l’altro, alla “risoluzione delle specifiche problematiche interferenziali lamentate da vari operatori” e saranno destinate al miglioramento del sistema televisivo, all’efficientamento della rete di servizio pubblico della Rai (attraverso l’utilizzo delle frequenze dell’ex lotto L3 e cioè dei ch 23, 24 e 28 Uhf), alla liberazione graduale dei canali 57 – 60 entro il 2016 e secondo le priorità di pianificazione stabilite dall’Autorità e alla pianificazione e riassegnazione dei rimanenti canali della banda 700 MHz entro il 2020; inoltre, l’esclusione delle suddette frequenze dalla gara “permetterà l’individuazione di una road map del re-farming della banda 700 con il duplice obiettivo di consentire in tempi più ravvicinati di bandire la gara dei servizi LTE sulla porzione di banda superiore (canali da 57 a 60) e di dare certezze di utilizzo ai canali inferiori (canali da 49 a 56) che potranno essere utilizzati per la televisione per un periodo più lungo”.
Con riferimento al valore dei lotti messi a gara, dall’ipotesi inizialmente emersa di 240 milioni di euro (per i tre lotti), l’Agcom ritiene praticabile la parametrazione del minimo d’asta ai modelli di business del mercato televisivo; a tal fine, secondo l’Agcom, un riferimento è rappresentato dal DM 23 gennaio 2012 che ha fissato le misure compensative per il rilascio volontario delle frequenze nella banda 800 MHz (canali 61 – 69). Tale valore deve essere corretto, rileva l’Agcom, per tener conto del differente grado di copertura dei canali, che raggiungono complessi- vamente il 62% della popolazione nazionale.
L’associazione Aeranti-Corallo esprime preoccupazione circa le nuove scelte adottate. In particolare, occorrono garanzie per il mantenimento del terzo delle frequenze da parte delle tv locali e per la continuità di esercizio da parte delle imprese televisive locali attualmente operanti sul canale 59 UHF. L’associazione delle emittenti locali chiede altresì che una parte delle frequenze resesi disponibili venga utilizzata per risolvere le numerose criticità del settore locale.
Asta Frequenze, al via la gara al ribasso (si parte da 100 mln)
La base d’asta per le frequenze tv del digitale terrestre sarà poco meno di 100 milioni di euro. Meno della metà della cifra (240 milioni) ipotizzata subito dopo l’approvazione del provvedimento dell’Agcom.
Il testo del regolamento, analizzato da Andrea Sechi per il quotidiano ItaliaOggi, contiene una sorpresa che conferma la scarsa appetibilità dell’asta pubblica nei confronti dei nuovi entranti del mercato tv digiale: il prezzo di partenza dei tre lotti di canali (L1, L2 e L3 già criticati dalla Commissione europea) oscilla tra i 30 e i 36 milioni ciascuno, contro gli 80 milioni ipotizzati in precedenza.
Il presidente dell’Agcom, Angelo Cardiani, invece, aveva dichiarato a La Repubblica un’ipotesi di base d’asta di 4 milioni annui per rete in vendita, per i 20 anni di durata della concessione. Cioè 240 milioni in totale. In previsione della vendita di un pacchetto di frequenze di dubbia qualità, un prezzo di partenza più basso forse potrà attirare l’attenzione di più operatori tv che rientrano nelle regole della gara. E i lotti in banda VHF, quelli meno ambiti, che partono da una base d’asta di circa 31,5 milioni, potrebbero essere addirittura ceduti semplicemente per la cifra base.
E’ ovvio che lo Stato incasserà molti meno denari rispetto alle stime miliardarie calcolate mesi fa da Mediobanca. Il motivo delle differenza sta nella valorizzazione dei multiplex. Nel testo approvato si stabilisce che si faccia riferimento a quanto risarcito alle emittenti locali l’anno scorso per il rilascio delle frequenze assegnate alla banda larga mobile. I calcoli determinano che le frequenze UHF varranno di base 35,96 milioni, mentre quelle VHF appunto 31,5 milioni. 98,96 milioni di euro in totale.
Nella bozza di regolamento Agcom precedente si stabiliva invece che i mux dovevano essere valutati in base ai ricavi della famosa asta LTE (che riuscì a incassare 3,9 miliardi di euro), che, con una serie di sconti stimava, le frequenze intorno ai 240 milioni. L’Agcom quindi attende la seconda asta, quella che offrirà la seconda tranche di frequenze alle compagnie telefoniche per la banda larga mobile, per far incassare allo Stato un cifra intorno al miliardo di euro.
Fonte: ItaliaOggi
Asta Frequenze. Commissione europea: “dubbi su qualità dei mux in gara”
Nel giorno in cui il ministro dello Sviluppo economico Passera ha annunciato che sarà attivata «immediatamente la messa a punto del bando e del disciplinare» della contestata asta per le frequenze tv, arriva come un fulmine a ciel sereno il parere negativo della Commissione europea.
«Questa operazione - ha detto ieri il commissario dell’Agcom Maurizio Dècina al Corriere delle Comunicazioni – consentirà l’ingresso a tre nuovi operatori nel mercato televisivo nazionale, che passerà da 19 a 22 emittenti». «Consente di accelerare il refarming della banda 700 MHz, riservando altri 30 MHz alla banda larga mobile, in special modo per il supplemental downlink dell’LTE. E infine, consentirà di bonificare le interferenze tra televisioni locali e nazionali nonché quelle tra reti nazionali e reti straniere».
L’Europa però esprime alcune (giustificate) perplessità sulla qualità dei lotti di frequenze per il digitale terrestre che il governo italiano si appresta a mettere in gara, dopo che giovedì sera l’Agcom ha dato il via libera definitivo al regolamento per la vendita (Allegato 1 e Allegato A alla delibera 277/13/Cons). Lo si legge in un comunicato del portavoce Antoine Colombani del commissario alla Concorrenza Joaquin Almunia.
Nella nota si dice che l’«Agcom ha consultato la Commissione sulla bozza di regolamento e che la Commissione ha fatto numerosi commenti e espresso preoccupazioni, fra le altre cose, per la qualità dei lotti messi in asta». Dopo aver ricordato che Bruxelles non ha ancora visto il testo approvato due giorni fa, la Commissione scrive che «è una propria costante posizione quella secondo cui le regole debbano offrire una genuina opportunità a nuovi entranti e alle piccole emittenti affinché possano efficacemente entrare e/o espandere la piattaforma digitale terrestre in Italia, assicurando anche un efficiente uso dello spettro».
Infatti i lotti L1, L2 e L3 di canali definiti dall’Agcom, avranno si una copertura nazionale “nominale” del 89%, 91% e 96%, ma fin dal principio sono apparsi come gli scarti derivati dell’ex beauty contest, perchè contenenti le frequenze meno perfomanti dell’intero pacchetto di canali in vendita (il canale 6 VHF per il lotto L1, i canali 7 e 11 VHF per il lotto L2, e il canale 25 UHF – con il 59 per Sardegna, Liguria, Toscana e Umbria e la Provincia di Viterbo – per il lotto L3).
I canali in banda VHF messi in gara trasmettono infatti su frequenze che non sono ricevibili in grandi città come Torino e Bari e in milioni di abitazioni in tutta Italia. Anche Europa 7, che dopo anni di battaglie legali ha potuto trasmettere con un canale VHF, ha dovuto richiedere allo Stato alcune frequenze in banda UHF per ottenere un’adeguata copertura. Per questo motivo, secondo Marco Mele de Il Sole 24 Ore, è estremamente improbabile che, al termine di una gara poco appetibile per i nuovi entranti nel mercato tv, potranno riternersi aumentate e la concorrenza e il pluralismo.
Il regolamento Agcom inoltre non assicura quella separazione verticale tra i fornitori di programmi e gli operatori di rete e l’obbligo degli operatori di rete di consentire l’accesso a fornitori di programmi a condizioni eque e non discriminatorie, che il governo Monti ha definito con una legge apposita. La Commmissione europea però non ha inoltre criticato i vincoli di accesso alla gara. Rai, Mediaset e TI Media non potranno partecipare, perchè detentori rispettivamente di tre o più multiplex, ma il gruppo Espresso (che occupa e affitta due frequenze) potrà ambire a due lotti. Mentre altri operatori che monopolizzano altre piattaforme tv (vedi Sky) potranno concorrere per un solo mux (in VHF).
Il bando di gara per l’asta delle frequenze televisive del digitale terrestre sarà definito entro 30-40 giorni, ha affermato Passera. Sottolineando che non intende lasciare la pratica al prossimo Governo. Ma i dubbi sollevati dalla Commissione Ue, mettono a rischio ancora una volta lo svolgimento della gara, e pongono di nuovo l’Italia sotto la scure delle pesanti multe per la procedura di infrazione alla concorrenza aperta nel lontano 2006.
Fonti: Reuters | corrierecomunicazioni.it | ilsole24ore.com
Mediaset: scoppia la pace tra Berlusconi e Murdoch
Tra Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch non è mai corso buon sangue. Ora, dopo più di 5 anni di battaglie (spesso poco onorevoli) e tensioni nel mercato tv italiano, il Biscione in crisi prova a riallacciare i contatti con il colosso mondiale dei media.
Il 4 marzo scorso Silvio Berlusconi ha invitato ad Arcore Rupert Murdoch. Un pranzo faccia a faccia per riprendere appunto i contatti dopo un lungo periodo di tensioni, e per porre le basi di un disarmo tra Mediaset e Sky in una fase molto difficile del mercato televisivo. Che si abbina a una crisi politica dagli sbocchi ancora imprevedibili. Secondo quanto riporta l’Espresso di oggi, all’incontro di Arcore, organizzato e gestito con la massima riservatezza, è seguita il 18 marzo una riunione più operativa cui hanno preso parte Pier Silvio Berlusconi, vicepresidente di Mediaset, James Murdoch, figlio di Rupert e presidente di Sky, e Andrea Zappia, amministratore delegato di Sky.
All’origine del riavvicinamento c’e’ la comune preoccupazione per l’andamento del settore: il calo della raccolta pubblicitaria, la concorrenza di nuovi strumenti e in particolare di Internet. Mediaset, poi, deve fare i conti con la performance poco lusinghiera di Mediaset Premium, la pay-tv sul digitale terrestre nata per togliere spazio a Sky e trasformatasi in un pozzo di perdite. Silvio Berlusconi avrebbe addirittura sondato la disponibilià di Murdoch a rilevare Premium, sentendosi obiettare che bisognerebbe superare l’ostacolo Antitrust. E non sarebbe facile. Ma i due gruppi hanno tanti modi per collaborare.
Da pochi mesi, per esempio, Mediaset ha di nuovo concesso a Sky la possibilità di fare pubblicità sulle sue reti. In cambio ha ottenuto i diritti per trasmettere in chiaro alcune partite di calcio della Champions League. Più recentemente Sky non ha mosso obiezioni alla decisione dell’Agcom di non modificare l’assegnazione dei numeri sul telecomando del digitale terrestre che la penalizza.
Il business tra Berlusconi e Murdoch è di lunga data. La Newscorp (società proprietaria di Dowjones & Co. che insieme a Class E.) dell’imprenditore australiano è stata a un passo dall’acquisizione di una quota di Mediaset nel 1998 quando l’allora premier inglese Tony Blair intervenne su Romano Prodi per favorire l’operazione. La rottura risale al novembre 2008 quando, già in piena recessione, il governo guidato da Silvio Berlusconi decise di raddoppiare l’Iva sulle pay-tv portandola al 20%. Lo scontro fu durissimo e si trasferì sul piano politico. Murdoch accusò Berlusconi di fare i propri interessi e il leader del Pdl replicò sostenendo che i giornali e le tv del gruppo Newscorp venivano utilizzati per una campagna contro l’Italia. Poi ci fu lo “scippo” di Fiorello da parte di Sky che a sua volta portò Publitalia in tribunale per il rifiuto di ospitare la sua pubblicità sui canali Mediaset. Ma il tempo guarisce le ferite. E grazie al lavoro delle diplomazie interne i contatti sono stati ristabiliti. Così, pochi giorni dopo le elezioni del 27 febbraio, Berlusconi è tornato a stringere la mano a Murdoch.
Mediaset, dopo le anticipazioni dell’articolo dell’Espresso, precisa che non ha «alcuna intenzione di cedere un asset strategico come Mediaset Premium che oltretutto sta registrando risultati positivi, in controtendenza rispetto all’andamento generale dei consumi». Nel primo trimestre 2013, i ricavi di Mediaset Premium sono cresciuti infatti di oltre il 10% rispetto all’analogo periodo 2012.
Fonte: MF-DJ


























