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Tag: divario digitale nord sud

feb
16
2013

Agenda Digitale: 900 mln dal Mise contro il digital divide

16 feb 2013 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Banda larga, Digital divide, Internet, La verità sul digitale
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E’ partito il conto alla rovescia per i bandi di gara che elimineranno il digital divide in Italia e per quelli che porteranno banda ultra larga nel Sud.

Il Ministero allo sviluppo economico, dopo mesi di attesa, ha annunciato ieri: «a fine febbraio faremo i bandi per eliminare il digital divide italiano, che riguarda ancora 2,8 milioni di persone in 3600 località. Entro marzo sarà la volta del bando per le reti di nuova generazione, per coprire 4 milioni di cittadini in 180 comuni del Sud“, spiega al nostro sito Roberto Sambuco, capo dipartimento Comunicazioni al ministero.

«Contiamo di chiudere i bandi entro dodici, massimo 18 mesi», aggiunge. La notizia che si apprende, tra le righe, è quindi che l’Italia mancherà l’obiettivo, scritto nell’Agenda digitale (decreto Crescita 2.0) di eliminare il digital divide entro il 2013. Se ne parlerà nel 2014, se tutto va bene.

I bandi per oltre 900 milioni di euro (di cui 237 mln privati) dovrebbero contribuire ad azzerare il digital divide (almeno 2 mbps a tutti i cittadini) e accelerare lo sviluppo della banda ultralarga (da 30 mbps a 100 mbps) per circa il 40% dei cittadini della Basilicata, Calabria, Campania, Molise e Sicilia.

A questo risultato, si legge in una nota del Ministero dello Sviluppo Economico, ha concorso in modo rilevante la rimodulazione dei programmi cofinanziati che, attraverso il Piano d’Azione per la Coesione d’intesa con le Regioni interessate, ha fatto confluire nel progetto più di 347 milioni di euro. Il Governo ritiene che tale iniziativa possa rappresentare una forte spinta per l’intera filiera delle telecomunicazioni, per il settore dell’impiantistica civile e dell’elettronica, generando circa 5000 nuovi posti di lavoro. L’investimento di 900 milioni di euro potrà generare infatti, secondo le stime, un incremento del Pil pari a circa 1,3 miliardi di euro.

Purtroppo il 4,4% degli italiani ancora non è raggiunto e non può accedere a una rete Internet che viaggi a una velocità pari o superiore a 2 mega, considerata il minimo indispensabile per non rimanere inchiodati davanti al pc solo per leggere una pagina web. E’ quanto emerge dagli ultimi dati disponibili, relativi al 31 dicembre 2012, disponibili sul sito del Ministero dello Sviluppo economico. Il 4,4% di popolazione in divario digitale non dispone di rete veloce né fissa né mobile: i primi sono il 9,4%, a cui però va sottratto il 5% che ‘rimedia’ con una copertura mobile.

Guardando alle varie regioni, si scopre che quella più in difficoltà è il Molise, dove oltre il 20% non è coperto né dal mobile né dal fisso. Al polo opposto figura la Puglia, dove solo l’1,2% è da considerarsi in digital divide. La presenza di un collegamento veloce, infatti, non dipende solo dalla redditività di un particolare tessuto sociale ed economico, ma anche dalla configurazione geografica. Basti pensare che la ricca Valle d’Aosta conta ancora un 10% di cittadini senza Internet veloce.

Ecco una scheda che mostra il digital divide nelle varie regioni d’Italia:

Fonti: corrierecomunicazioni.it | MF-DJ | Ansa



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21
2013

Agenda digitale fuori dalla campagna elettorale dei partiti

21 gen 2013 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Banda larga, Digital divide, Internet, La verità sul digitale
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Nel dibattito politico pre-elettorale è stata posta a tutt’oggi scarsissima attenzione sui temi dell’agenda digitale, intesa come l’innovazione indotta dalle tecnologie digitali. Dopo una fine legislatura caratterizzata da una forte enfasi posta su questi aspetti, che ha trovato sintesi nel decreto Sviluppo bis approvato in extremis, è calato il silenzio.

È pur vero che finora tutti gli schieramenti politici sono stati alle prese con la corsa alla definizione delle liste e delle alleanze. Speriamo, quindi, che – terminato questo periodo negoziale, quando l’attenzione si sposterà sui programmi politici e sulle proposte progettualiil tema dell’agenda digitale ritorni al centro dell’attenzione di tutte le parti politiche. Lo speriamo, perché riteniamo che l’agenda digitale sia uno dei fattori chiave da cui dipenderà il futuro del nostro Paese.

Spingere l’innovazione digitale non può essere vista come un’azione che favorisca un settore in una logica corporativa, ma come una potente leva – trasversale a qualsiasi comparto dell’economia e della pubblica amministrazione – per portare benefici consistenti al nostro Paese: a livello di risparmi, produttività, lotta all’evasione e competitività e, quindi, per sanare il bilancio pubblico, ridurre le tasse e favorire la crescita economica. Non per niente l’innovazione digitale è da anni al centro della strategia politica degli Stati Uniti (Paese che più di tutti ha sfruttato questo ambito per spingere Pil, occupazione e leadership mondiale) e della Ue, che si è esplicitamente dotata di un’agenda digitale a partire dal 2010.

Il ruolo chiave dell’innovazione digitale è dimostrato anche dai numeri che l’Osservatorio sull’agenda digitale del Politecnico di Milano ha stimato nelle sue recenti ricerche e pubblicato a più riprese sulle pagine de Il Soel 24 Ore. Solo per citare alcuni esempi concreti: una decisa spinta verso la fatturazione elettronica intesa come invio e conservazione delle fatture in formato digitale invece che cartaceo potrebbe portare a oltre 10 miliardi di risparmi per le imprese, con un impatto notevole sulla loro produttività e, quindi, sulla loro competitività nei mercati internazionali; un’adozione più massiccia degli strumenti di e-procurement (tecnologie digitali a supporto degli acquisti) nella pubblica amministrazione porterebbe a un risparmio di 7 miliardi di euro l’anno per le casse dello Stato tra minori prezzi d’acquisto e maggiore produttività del personale pubblico; un utilizzo sapiente delle tecnologie digitali (a livello di conservazione sostitutiva e di pagamenti elettronici) potrebbe portare a maggiori entrate fiscali per 15 miliardi di euro all’anno; maggiori investimenti per 300 milioni di euro a favore delle start up innovative, potrebbero portare a un aumento del Pil dello 0,2% nel corso dei prossimi dieci anni.

Per queste ragioni sarebbe bello poter confrontare le diverse proposte progettuali sulla base di tutte le diverse dimensioni incluse nell’agenda digitale. Proprio per questo desiderio – e per contribuire a fare un po’ di chiarezza su un concetto, quello di agenda digitale tutt’altro che chiaro e univoco – vogliamo evidenziare i principali capitoli in cui si può articolare l’agenda digitale, che sono a nostro parere sei.

1) Misure per la pubblica amministrazione digitale, che riguardano, per esempio, il ruolo per l’agenzia digitale appena nominata dal Governo Monti, l’obbligo dell’e-procurement e della fatturazione elettronica nelle amministrazioni, l’innovazione digitale nella sanità, nella giustizia, nella scuola.

2) Misure a supporto dell’innovazione digitale da parte delle imprese, quali detrazioni fiscali a fronte di investimenti in tecnologie digitali, fondi di cofinanziamento di progetti innovativi.

3) Misure a supporto delle start up, in particolare relative, oltre a quelle già previste nel decreto Sviluppo bis, all’allocazione di specifici investimenti a favore delle start up innovative.

4) Misure a supporto delle reti di nuova generazione, quali per esempio, il ruolo del Governo nella spinosa questione dello scorporo della rete Telecom e della condivisione delle reti mobili, nell’incentivazione degli investimenti privati nelle reti di nuova generazione.

5) Misure a supporto dell’alfabetizzazione digitale, che riguardano, per esempio, gli incentivi per i programmi di formazione volti ad aumentare le competenze sul digitale di manager, imprenditori e funzionari pubblici italiani, azioni per spingere la penetrazione di internet nelle famiglie.

6) Misure a supporto dei mercati digitali, come l’allineamento dell’Iva per i libri digitali o l’equiparazione delle fatture elettroniche alle fatture cartacee.

Sarebbe bello avere informazioni sulle progettualità concrete che le diverse parti politiche intendono portare avanti su ciascuno di questi capitoli dell’agenda digitale, a partire naturalmente dalle misure già incluse nel decreto Sviluppo bis, misure che sono chiare e numerose in relazione ad alcuni dei capitoli sopra riportati e quasi completamente assenti invece in relazione ad altri.

Osservatorio Agenda digitale della School of Management del Politecnico di Milano

Fonte: Il Sole 24 Ore



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2012

Il nuovo divario tra ricchi e poveri passa per Internet

10 dic 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Banda larga, Digital divide, Internet
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“Che i nostri figli non siano mai separati da un divario digitale”: con questo auspicio di Al Gore nel 1996, il concetto di «Digital divide» è entrato nell’uso comune. Oggi è divenuto un problema concreto, spesso affrontato tra le pagine di Tv Digital Divide.

Luca Indemini dalle colonne de La Stampa ci spiega attulamente che il divario digitale tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione (pc e Internet in primis) e chi ne è escluso, in modo parziale o totale, non riguarda solo i rapporti tra Nord e Sud del mondo. Molti stati sviluppati ne sono affetti, con realtà complesse e sfaccettate all’interno di ogni Paese. Italia inclusa. Che si colloca 12 punti percentuali sotto la media europea nell’accesso a Internet da casa mediante banda larga (cioè accesso alla rete con velocità uguale o superiore a 2 Mbps): 49% contro il 61%, secondoi dati Istat 2012. E questo nonostante l’incremento della quota di famiglie che dispongono di una connessione veloce: dal 14,4% del 2006 al 45,8% del 2011.

Ai primi posti, la Svezia supera l’80%, Danimarca e Paesi Bassi sono al 79%. Questi stessi Paesi, assieme alla Corea del Sud, sono ai primi posti dell’edizione 2012 dell’e-Intensity Index, con cui il Boston Consulting Group misura la propensione all’essere digitale: l’Italia è a metà classifica a livello mondiale, con una valutazione pari a 72, contro una media di 52. Altri tre valori completano la fotografia a livello nazionale: il digital divide di base (connessione inferiorea 2 Mbps su rete fissa o su banda larga mobile) colpisce il 4,8% della popolazione, quello da rete fissa (colmato dalla tecnologia mobile) sale al 10%. L’Italia si colloca all’80° posto a livello globale (ultima in Europa) per velocità media di download, pari a circa 5,8 Mbps. Per poter superare questo divario è necessario individuare il digital divide.

Forse sarebbe più corretto parlare di divari digitali, al plurale: oltre a quello tecnologico dell’accesso alle reti, c’è il divario culturale (carenza di strumenti e competenze per avere accesso alle reti). Altri «divide» sono legati alle diverse motivazioni di ordine economico, sociale, culturale, geografico, di genere e ceto. E per colmare tale gap non basta portare la larga banda, ma è necessario creare il tessuto connettivo perché possa essere utilizzata.

In questa direzione è cruciale il ruolo giocato dai governi. L’Italia con l’Agenda Digitale si sta muovendo nella giusta direzione, con una serie di misure pro digitale nella scuola per favorire la diffusione delle competenze digitali. Lo stesso provvedimento prevede stanziamenti mirati a eliminare il digital divide entro il 2013 (320 milioni di euro) e a portare la banda ultra larga ( 30 e 100 Megabit) nel Sud entro il 2020 (598 milioni di euro) nel rispetto degli obiettivi dell’Agenda Digitale europea. Cruciale il nodo economico: portare la fibra ottica ha costi molto elevati, giustificati dal raggiungimento di un ampio bacino di utenza.

«Gli operatori di rete sono privati che vogliono fare business e che seguono identiciprincipipurenelladistribuzionedei router edelle stazionidi comunicazione sul territorio», spiega a IGF Italia Davide Vega dell’Universitat Politècnica de Catalunya. Che ha prospettato una possibile soluzione: il ricorso ai Wireless Community Network, reti cooperative gestite e mantenute dagli stessiutenti,che installano antenne non solo per ricevere,ma anche per rimandare il segnale wireless ad altri utenti. In Italia l’esperienza più importante è quella di Ninux.org.

Altra possibilità per portare la connettività in territori difficili è l’Open Spectrum, che sfrutta le frequenze libere o inutilizzate per veicolare radio, Internet, telefonia fissa e mobile, tv digitale. Fino ad arrivare alle imprese avventurose e a basso costo di Daniele Trinchero, ribattezzattoMr. Wireless, che ha portato la connettività senza fili sul Monte Rosa, in Amazzonia e in un deserto del Darfur. Partendo da Verrua Savoia.

Fonte: La Stampa


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Internet: nel 2015 il Web contribuirà al 3,3% – 4,3% del PIL italiano

12 nov 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Banda larga, Digital divide, Internet
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Il contributo che il Web fornirà all’economia dell’Italia nel 2015 oscillerà tra il 3,3% e il 4,3% del PIL, e la cosiddetta Internet Economy registrerà una crescita annua tra il 13% e il 18%, raggiungendo un valore di 59 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto ai 31 miliardi del 2010. Lo ha detto da Giorgia Albetino, responsabile relazioni istituzionali di Google, in occasione di un’intesa siglata oggi con Regione Toscana e Cna, dedicata alla formazione dei giovani e digitalizzazione delle Pmi.

Albetino ha illustrato alcuni dati di una ricerca intitolata Fattore Internet, realizzata da The Boston Counsulting group in collaborazione con il gigante di Mountain View. L’analisi dimostra, ha ricordato Albetino, che le imprese attive sul Web fatturano, assumono ed esportano di più e sono più produttive di quelle che su internet non sono presenti. Negli ultimi tre anni «le Pmi attive su Internet hanno infatti registrato una crescita medi dell’1,2% dei ricavi, rispetto a un calo del 4,5% di quelle ‘offline’, e un’incidenza di vendite all’estero del 15% rispetto al 4% di quelle non presenti in rete». Secondo lo studio inoltre, in un ipotetico paese medio, l’aumento della difffusione di internet del 10%, comporta un aumento dell’occupazione dello 0,44% e dell’1,47% per quella giovanile.

Fonte: ANSA


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Internet: il Bel Paese del divario digitale, ultimo in Europa

09 gen 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in News Tv Digital Divide
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Da un articolo di Alessandro Longo su espresso.repubblica.it del 9/01/2012:

Secondo il giornalista Alessandro Longo dopo il termine “spread“, che è entrato prepotentemente nel vocabolario degli italiani grazie alla crisi e ai media mainstream, presto ci sarà un’altra parola “tecnica” che diventerà parte del linguaggio comune: “digital divide“. Cioè divario digitale, il differenziale tra chi ha accesso alla Rete (traendone benefici economici, informativi e culturali) e chi no. Il divario digitale in Italia ha due facce, entrambe inquietanti: quella tra il nostro Paese e gli altri, specie dell’Unione europea, e quella all’interno del nostro territorio, tra Nord e Sud, tra grandi e piccoli centri, tra giovani e anziani etc. Gli studi più recenti in merito sono quelli dell’Istat, della Commissione europea e dell’I-com (Istituto per la competitività), tutti usciti a dicembre.

Prendiamo ad esempio la ricerca del governo Ue (qui i dati): ci dice che l’Italia è terzultima come percentuale di popolazione che si connette alla Rete almeno una volta alla settimana. Siamo preceduti anche da Paesi come Cipro, Croazia e Polonia. Fanno peggio di noi solo Bulgaria e Portogallo. E poi, stessa ricerca: per copertura con banda larga di rete fissa nelle campagne, l’Italia è penultima in Europa Occidentale (solo l’Irlanda fa peggio). Ma siamo penultimi anche per copertura totale (città e campagna) della banda larga su rete fissa: il dato si riferisce a quanti sono raggiunti in teoria da almeno due Megabit ed è rimasto sostanzialmente invariato nell’ultimo anno. Quelli che possono attivare l’Adsl a questa velocità da noi sono l’88 per cento, secondo dati di Between-Osservatorio Banda Larga. E’ un dato al netto di tutti quei problemi che impediscono l’attivazione e non c’è un equivalente per gli altri Paesi europei. Si sale al 94 per cento solo se sommiamo anche le zone raggiunte dal wireless (Umts/Hspa, WiMax), che comunque non è ancora valido come l’Adsl.

La copertura banda larga è uno specchio dei tanti volti divisi dell’Italia. “A settembre 2011 i comuni scoperti sono circa 850, mentre sono 2.935 quelli che hanno una copertura parziale. I casi più critici sono in Molise, Umbria e Trentino-Alto Adige“, dice Cristoforo Morandini, di Between. Critica è anche la differenza tra comuni piccoli e grandi: si va dall’81 per cento di copertura per quelli fino a 2 mila abitanti al 98 per cento per quelli oltre 250 mila. “Ci si chiede se bastino due Megabit per le esigenze di un’azienda”, dice Francesco Sacco, managing director di Enter Bocconi, centro di ricerca dell’università milanese sull’imprenditorialità, “o di una famiglia che fa un uso evoluto di Internet, video, web tv. E la risposta è sicuramente no”. Eppure i video sul Web già appassionano 13 milioni di italiani, secondo un’indagine di Cisco (giugno 2011). E si stanno profilando come un’interessante alternativa al consumo televisivo tradizionale. Banda permettendo, ovviamente. E’ il 65 per cento di italiani a poter attivare un’Adsl 20 Megabit (quelle più veloci); delle quali però solo il 40 per cento supera i 10 Megabit effettivi (fonte: Between).

Ma c’è di peggio: secondo la Commissione europea, siamo il Paese con la minor percentuale di connessioni veramente veloci (da10 Megabit in su) sul totale di quelle attive. Del resto, da noi ristagnano gli investimenti nelle nuove autostrade digitali (banda larghissima), mentre “stanno andando bene nell’Europa dell’Est e in altri Paesi come Francia e Portogallo, dove la banda larghissima copre il 20 e il 60 per cento della popolazione rispettivamente. In Germania e Regno Unito i piani degli operatori ispirano ottimismo”, sostiene Roland Montaigne, analista di Idate, l’osservatorio di ricerca che fornisce i dati di copertura alla Commissione europea. In Italia, per la banda larghissima, c’è la rete storica di Fastweb a 100 Megabit. Telecom Italia ha lanciato la prima offerta analoga a novembre, in appena 40 mila appartamenti di quattro città e a prezzi molto più alti della media del mercato (75 euro al mese). Qui c’è un rimpallo di responsabilità: “Telecom sostiene di ritardare gli investimenti a causa di un contesto poco chiaro di regole, ma il motivo è un altro e cioè l’operatore è carico di debiti”, accusa Nicola D’Angelo, consigliere Agcom (Autorità garante delle comunicazioni). Ma Franco Bernabè, presidente di Telecom, punta il dito contro gli italiani stessi: li accusa di usare poco la banda larga e quindi di disincentivare gli operatori a investire nella rete. Sarebbe la carenza di domanda a causare la scarsità di offerta.

Un gatto che si morde la coda, perché da noi i ritardi culturali e infrastrutturali si alimentano a vicenda. Il risultato è che solo il 49 per cento degli italiani ha la banda larga fissa (peggio fanno solo Grecia, Bulgaria e Romania, secondo I-com). Nel 2011 le famiglie con banda larga sono passate dal 43,4 per cento al 45,8 per cento (poco più della metà rispetto agli altri grandi Paesi europei), riporta l’Istat. Ma nel Sud si precipita al 37,5 per cento. Va meglio per l’utilizzo della banda larga mobile, dove siamo al 28,5 per cento, da chiavetta o cellulare, contro la media europea del 34,6 per cento, secondo dati della Commissione.

Gli italiani figurano poi agli ultimi posti per l’uso dell’e-commerce e, soprattutto, dell’e-Government, sempre secondo la Commissione europea. Quanto al rapporto tra utenti e la pubblica amministrazione via Internet fanno peggio solo Grecia e Romania. Peraltro senza miglioramenti italiani rispetto al 2010, nonostante i proclami dello scorso governo. Copertura e usi sofisticati di Internet sono i parametri ufficiali che le istituzioni comunitarie chiedono di potenziare: è prescritto nell‘Agenda Digitale Europea 2020. Il motivo: “Diversi studi dimostrano che c’è una correlazione diretta tra sviluppo delle nuove tecnologie e crescita economica”, nota Morandini, “si valuta che il progresso della banda larga in Europa porterà, entro il 2015, a creare oltre un milione di posti di lavoro e a una crescita economica di 850 miliardi di euro“. Insomma, la Rete è un volano per il lo sviluppo che tutti chiedono.

Ma di chi è la colpa dei nostri ritardi? Si diceva del gatto che si morde la coda, di carenze culturali e infrastrutturali, di domanda e di offerta. Detta in modo più tecnico, è una colpa di “sistema”. “Secondo le nostre ricerche, bisogna investire nell’offerta - nelle infrastrutture – per stimolare la domanda“, dice Alfonso Fuggetta, docente del Politecnico di Milano e a capo del Cefriel (Centro di ricerca e formazione nei settori ICT). Ecco perché Confindustria, in un rapporto di dicembre, chiede agli operatori di investire e nota che basterebbero 145 milioni di euro per eliminare il digital divide nei distretti industriali. “Sì, è anche colpa dell’offerta se gli italiani comprano poco sul Web”, nota Roberto Liscia, presidente di Netcomm, consorzio del commercio elettronico italiano: “Prova ne sia che gli utenti e-commerce italiani spendono più soldi sui siti stranieri che su quelli nostrani”. Sono poche le nostre aziende che vendono on line e ancora meno quelle che lo fanno in modo efficiente: appena il 5,4 per cento delle piccole e medie imprese (Istat 2011).

Ma è l’Italia tutta che deve credere nel digitale. A partire dal governo: ancora oggi siamo l’unico Paese industrializzato a non avere un’Agenda Digitale coordinata a livello centrale. Il governo Monti non ha stabilito nemmeno una delega ministeriale per temi affini, né per l’innovazione né per le comunicazioni. Non è chiaro se stanzierà fondi per il digitale. Per ora è riuscito solo a sbloccare quelli europei che stavano per scadere (1,3 miliardi per banda larga e larghissima). C’è un piano per eliminare il digital divide entro il 2013, come voluto dall’Agenda Digitale europea, con 1 miliardo di euro di fondi pubblici, ma per ora ne ha a disposizione solo circa metà. E’ dal 2006 che un governo italiano non ne stanzia per questo scopo. Confindustria chiede da tempo un piano di alfabetizzazione informatica e di incentivi alle imprese che vanno on line, come per altro hanno fatto altri Paesi negli anni passati.

Ma su questo fronte dal governo tutto tace e per ora sono i privati a doversi rimboccare le maniche, con programmi come Navigare Insieme (corsi di internet per anziani che Telecom lancerà nel 2012) o La Mia Impresa Online (di Google, Poste Italiane e Register.it). Non basta, questo è certo. Si vedrà nei prossimi mesi se il governo riuscirà a colmare il digital divide e a favorire così la crescita economica.


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2011

La vera scommessa è il New Deal Digitale

17 dic 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in News Tv Digital Divide
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Da un articolo di Riccardo Luna su La Repubblica del 17/12/2011:

Scommettere tutto su Internet, oggi, in Italia, non è più un fatto ideologico. È un fatto economico. Conviene a tutti. L’economia digitale è capace di creare nuova occupazione. Ed è una capacità dimostrata da decine di studi. L´effetto della diffusione della banda larga sulla crescita del prodotto interno lordo non è solo una formula matematica.

C’è di più oggi, in Italia. Come Paese siamo davanti a un’occasione storica: l’azzeramento del cosiddetto divario digitale è ormai a un passo. E questo vuol dire tante cose, ma soprattutto una: poter fissare il conto alla rovescia per portare tutta la Pubblica Amministrazione in rete e soltanto in rete. E quindi abolire la carta nelle operazioni con lo Stato e gli enti locali. Cancellare per sempre le file. Superare opacità e inefficienze. È un sogno lontano, presente in documenti e atti ufficiali di tutti i governi di ogni colore da una quindicina di anni. Ora si può realizzare.

Manca infatti davvero poco dall’obiettivo minimo di garantire a ciascun cittadino un accesso decente alla rete. Non parliamo qui degli ambiziosi target fissati dall’Agenda digitale europea che prevede che tutti abbiano un accesso a Internet con una connessione minima di 30 megabit entro il 2015 (per dare un’idea: oggi in Italia siamo a 3 megabit in media. Manca un’eternità). Per arrivare fino a lassù non basta la banda larga in rame: serve una banda ultralarga, garantita solo dalla fibra ottica o dall’Internet mobile di nuova generazione (LTE). E servono investimenti dell´ordine delle decine di miliardi di euro per i quali si sta attrezzando una grande alleanza che vede assieme quasi tutte le compagnie telefoniche, la Cassa depositi e prestiti del ministero dell’Economia, più un grande fondo privato dedicato alle infrastrutture (F2i). Quell’alleanza ha la bandiera di Metroweb, si sta ancora consolidando e se tutto andrà bene vedremo i suoi benefici effetti, soprattutto sulle grandi città e i distretti industriali destinatari della banda ultralarga, nella seconda metà di questo decennio.

L’obiettivo che abbiamo davanti oggi è molto più semplice e molto più vicino. Dare a tutti un accesso alla rete a uno o due megabit: non sono tanti ma sufficienti per navigare, usare la mail e persino gestire un sito. Farlo vuol dire unire la nuova Italia nel segno di Internet: il Nord, che è già molto connesso (con Lombardia e Trentino a guidare la classifica), e il Sud che invece in certe aree arranca (soprattutto Molise e Basilicata). Le città alla campagna. I nativi digitali e i loro nonni. Passare insomma dal digital divide al digital united.

Perché è così importante? Perché soltanto quando tutti gli italiani, nessuno escluso, avranno la possibilità di collegarsi alla Rete, lo Stato potrà fare la scelta di diventare “solo digitale”. Il cosiddetto switch-over (simile come concetto a quello avvenuto con il digitale terrestre della tv, ma molto più ambizioso) dovrà avvenire dopo una transizione, naturalmente, ma il giorno che questa sarà terminata, saremo davanti alla più grande rivoluzione sociale che il Paese ha vissuto dai tempi della unificazione. E i risparmi sarebbero enormi.

L´ultimo calcolo di una digitalizzazione di Sanità, Istruzione e Giustizia, firmato da Confindustria, risale a un paio di anni fa ed è quindi necessario aggiornare quei numeri: ma come ordine di grandezza parliamo di valori pari a una manovra come quella appena approvata dal governo. Di qualche giorno fa invece è uno studio di fattibilità dell’economista Francesco Sacco e del tecnologo Stefano Quintarelli per la cosiddetta digitalizzazione delle fatture: in questo caso si calcolano risparmi fino a due miliardi l’anno per lo Stato e fino a 60 miliardi per le imprese. Lo studio è già sul tavolo del governo. E fin qui parliamo solo di risparmi, senza considerare l’impatto della banda sulla nuova occupazione, sulla crescita economica e, non meno importante, sulla crescita culturale del Paese che da fanalino di coda mondiale dell´economia digitale potrebbe condividere la leadership con i Paesi più avanzati.

Quanto costa fare questo passo? Pochissimo. Partiamo da quanta Italia è ancora “digital divisa“. Secondo le stime più attendibili, prodotte dall’Osservatorio banda larga, il 6 per cento della popolazione è al buio (a questi va aggiunto un 40 per cento che non ha richiesto un accesso alla Rete pur vivendo in una zona coperta, ma si tratta evidentemente di un problema culturale). L’obiettivo è quindi mettere in Rete tre milioni e mezzo di italiani che vivono soprattutto in zone rurali o isolate ma non solo. Farlo, sempre secondo l’Osservatorio banda larga, costa meno di 600 milioni di euro. Una somma alla nostra portata anche in tempi difficili come questo. Qualche giorno fa per far ripartire opere pubbliche e infrastrutture, il ministro Passera ha sbloccato 12,5 miliardi di fondi fermi al Comitato interministeriale programmazione economica (CIPE). La banda larga non c’era. Eppure al Cipe ai tempi del governo Berlusconi, si erano volatilizzati 800 milioni a essa destinati. E soprattutto, l’asta per le frequenze per Internet in mobilità (LTE) qualche mese fa ha generato un surplus di più di un miliardo di euro che si era stabilito che sarebbe stato reinvestito nel settore prima che il ministro Tremonti lo usasse per tappare i buchi.

Il governo ha quindi davanti una occasione imperdibile: come il New Deal di Franklin Delano Roosevelt poggiò la ripresa degli Stati Uniti sulla costruzione di strade e ponti, il New Deal di Mario Monti può scommettere sulle autostrade dell’informazione e sui ponti della conoscenza fra i cittadini italiani e il mondo. Il punto non è se ci possiamo permettere di farlo: è che probabilmente non ci possiamo permettere di non farlo.


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