Tag: digitalizzazione pa
Privacy. Stallman: “Siamo prigionieri della Rete” (1)
Per Richard Stallman, guru del software libero, condividere se stessi su social network, motori di ricerca e tablet è infilarsi volontariamente in una galera dorata, senza sbarre ma totale.
Se Pico della Mirandola avesse conosciuto Richard Stallman, oltre alla libertà tra scegliere di essere angeli o bruti, probabilmente avrebbe aggiunto una terza opzione: usare il software libero. Per Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation e padre di GNU, che insieme al kernel Linux forma GNU-Linux, è l’unica scelta etica, l’unica che ti rende libero da quella che chiama «colonizzazione digitale».
Con Stallman non parlate di Open Source (tradotto in italiano codice sorgente aperto), un’espressione che detesta da quando fu proposta da Christine Peterson presidente di un’azienda specializzata in nanotecnologie, ufficializzata da Eric S. Raymond al lancio di Mozilla, e adottata da una parte del mondo hacker (sull’argomento “Codice libero – Richard Stallman e la crociata per il software libero” di Sam Williams). Stallman ormai è un globe trotter per la libertà digitale, catechizza gli utenti, convince i governi ad adottare piattaforme libere. A breve potrebbe farlo anche il Comune di Genova. E Alessandro Fava de il Manifesto ha intervistato Stallman dopo una conferenza a palazzo Tursi organizzata dalla Lista Doria e da Lanterna digitale libera (LDL).
Stallman è l’uomo simbolo di trent’anni di battaglie per la libertà di utilizzo di software libero. Trent’anni contro il controllo dei software privato sui computer degli utenti. «Sono soddisfatto di quello che ho fatto della mia vita. – risponde Stallman alla prima domanda di Fava – Ma non abbiamo ancora vinto. Non è questione di conquiste personali. Ci sono problemi oggettivi che cerchiamo ancora di correggere. Anche se abbiamo fatto molta strada, ne manca ancora tanta per eliminare i software proprietari».
La crisi economica potrebbe convincere le amministrazioni pubbliche, anche per ragioni di budget, ad adottare il software libero e gratuito. Ma secondo Stallman l’introduzione del Free Software «non è una questione economica. È qualcosa di più importante: è una questione di libertà. Magari Genova deciderà di adottare il software libero. Ma i proprietari di software hanno molti soldi e li usano per essere sempre più influenti. Ad esempio Microsoft o Apple dicono: apriamo un centro di ricerca nella vostra regione e spendiamo milioni di euro ogni anno. Possono comprare in questo modo parecchie amministrazioni. Tanti governi hanno un’idea così debole della loro missione che se arriva uno che offre soldi e investimenti, gli fanno fare quello che vuole. Nel 2005, quando la Ue stava pensando a una direttiva per permettere i brevetti dei software, la Danimarca era contro. La Microsoft ha comprato una piccola compagnia informatica danese con 3-4 mila dipendenti, ha mandato una lettera al primo ministro dicendo che avrebbero chiuso la compagnia se il paese non appoggiava la direttiva. E così è stato».
«Invece ogni volta che un’amministrazione pubblica rinuncia ad usare un software libero, diventa attaccabile e viene meno ai suoi doveri verso i cittadini perché rinuncia alla sua sovranità digitale. Basta pensare agli aerei israeliani che scomparirono dai radar dei servizi siriani quando fu attaccata la centrale nucleare perché – sono gli ufficiali del Pentagono a dirlo – probabilmente Israele inserì delle backdoor nel software dei radar siriani. Oppure pensiamo agli attacchi Usa ai computer venezuelani nel 2003 quando il governo di Chavez decise di nazionalizzare la compagnia petrolifera».
Pensa che la rivoluzione digitale possa partire dal basso? E da dove si inizia? (chiede Fava). «Penso che si debba partire dalle scuole. Le scuole dovrebbero insegnare solo su software libero per educare la gente alla libertà, alla collaborazione e alla condivisione dei saperi. La questione non è rendere l’educazione migliore, ma scegliere tra un buon sistema scolastico o un cattivo istema scolastico. La scuola non dovrebbe insegnare la dipendenza ma lo sviluppo delle capacità e dell’energia. Quindi dovrebbero diplomare persone in grado di usare software liberi per creare una società libera. Ma ci sono aziende come Microsoft che regalano copie dei loro software alle scuole. Fanno come gli spacciatori che all’inizio regalano una dose. E creano dei dipendenti. Le scuole dovrebbero rifiutare. Le università anche, a partire dal Politecnico di Torino dove grazie all’attuale rettore Gigli e all’avvallo del rettore precedente Profumo (l’attuale ministro) c’è persino un centro Microsoft.
Cosa intede per sistema colonizzato e colonizzazione digitale? «Un sistema coloniale tiene i colonizzati divisi e impotenti. - afferma il guru del Free Software – Così i software proprietari mantengono i fruitori impotenti. Un sistema coloniale deindustrializza, di solito, i popoli che controlla. Il software privativo ti rende incapace di qualsiasi modifica, in pratica sei blindato in quello che è stato deciso dall’alto per te. Non è un paese che viene colonizzato in questo caso, è una società, ma penso che ci siano delle somiglianze. Per questo parlo di “sistema coloniale“».
Continua a leggere l’articolo: Privacy. Stallman: “Siamo prigionieri della Rete” (seconda parte)
Fonte: Il Manifesto
Privacy. Stallman: “Siamo prigionieri della Rete” (2)
Per Richard Stallman, guru del software libero, condividere se stessi su social network, motori di ricerca e tablet è infilarsi volontariamente in una galera dorata, senza sbarre ma totale.
Stallman ha raccolto numerose prove secondo cui dietro ai software proprietari si nasconde una vasta operazione di controllo che spia costantemente gli ignari utenti. Windows ad esempio ha almeno due sistemi di sorveglianza. Ogni volta che l’utente cerca qualcosa nei suoi file il sistema e il suo firewall riportano un messaggio a qualcuno. Mentre in fase di aggiornamento si pensa che il sistema Microsoft segnali la lista di tutti programmi che installati dallo stesso utente. «Alla fine degli anni Novanta - afferma Stallman – questo era fatto apertamente, ci furono molte critiche, la Microsoft allora tolse il dispositivo, ma poi lo rimise di nascosto qualche anno dopo. Qualcuno lo ha scoperto e c’è voluta una certa perizia perché i dati vengono inviati criptati e se guardi il traffico di rete non vedi che cosa viene mandato. Ma qualcuno ha trovato il sistema per entrare nei codici usando una funzione di callback e ha guardato i suoi dati prima che fossero criptati e spediti via Internet e così ha visto che c’era la lista dei programmi che aveva installato».
Insomma Windows di Microsoft può scoprire automaticamente tutto ciò che facciamo sul pc. «Ma la questione è più complicata. Prima di tutto non abbiamo la lista completa delle spy features, potrebbero essercene di più. Ad ogni modo, le manette digitali le possiamo vedere. Il sistema non ti permette di fare un certo lavoro quindi è disegnato per non permetterti di farlo. L’hardware di quasi tutti i pc oggi è malevolo. I dati vengono mandati dal processore al monitor criptati. E, come succede nei moderni videoregistratori, è impossibile collegare un videoregistratore a un computer e registrare un film che stai guardando».
«Windows è colpevole perché decide per te. Poi in Windows ci sono due backdoor: una è stata disegnata per la polizia e i servizi segreti di quaranta paesi. Ma ce l’hanno anche i criminali. Grazie ad uno speciale programma è possibile realizzare una memoria Usb che quando viene inserita in una macchina Windows ne prende il controllo. Quindi è disegnata per ingannarti. Ad esempio ha anche una funzione per togliere la cifratura».
«Non sopporto lo spionaggio dello stato sui cittadini. Penso sia un attacco alla democrazia. Sono i governi che ci sorvegliano. Quello che è successo a Genova nel 2001 è una delle prove. Ma torniamo alle backdoor, voi giornalisti avete la cattiva abitudine di saltare da un argomento all’altro. Quando Windows ti chiede di fare un aggiornamento, la Microsoft può installare dei cambia- menti anche se tu dici di no. In pratica possono prendere il controllo totale della macchina. Ho tutte le prove. Una delle backdoor è gestita dal programma Cofee. Anche il Mac ha le manette digitali e gli iCosi (così Stallman chiama iPhone e iPad perché «sono dei mostri», ndr). Per sbloccare gli iCosi bisogna fare un jail break, un’evasione, perché gli iCosi sono progettati come delle prigioni. Quindi non li compro perché non voglio stare in galera».
«Apple per altro ha ammesso di avere delle backdoor che possono essere installate da remoto. Flash Player ha una funzione di sorveglianza che si chiama «super cookie» che traccia i siti e poi ci sono anche lì le manette digitali. Senza contare l’esempio di Amazon Kindle swindle (qui Stallman gioca con le parole perché swindle vuol dire truffa, ndr) progettato per togliere ai lettori la tradizionale libertà di lettura, cancellando da remoto i libri sul tuo computer».
Non pensa che i giovani, grazie anche all’utilizzo diffuso dei social network, siano meno consci del valore della libertà e della privacy, rispetto a generazioni precedenti? (chiede Alesssandro Fava) «È una domanda cretina. - sbotta Stallman – È come chiedere se gli italiani sono felici o no. Non accetto le generalizzazioni. E poi penso non sia vero. I giovani sono consci dei problemi sulla privacy. Questo non vuol dire che ne colgano i dettagli o sappiano come difendersi ma almeno ci pensano. Certo non ci pensano come ci penso io. Io dico che non uso queste cose. Punto».
Stallman è tra i promotori della campagna: Non mi trovi su Facebook (Fb), per alcuni semplici motivi: «È un sistema di sorveglianza. E io non voglio essere controllato. In pratica invitano la gente ad essere codarda e dire: lo so che mi spiano, ma non posso resistere. Invece di dire è male, non voglio toccarlo. Sostenere che chi non c’è vive fuori dal mondo, è una balla. Io non ci sono e riesco ad essere influente. L’unico inconveniente è la pressione sociale incredibile per convincerti ad usare Fb. Ma praticare lo sforzo di non essere sui social network ti rende più forte nel resistere alla pressione sociale in futuro. Ogni sistema di comunicazione che chiede alla gente il suo vero nome non è buono. Magari non lo pubblicano ma insistono per averlo e quindi anche il “Grande fratello” può averlo».
«Comunque non vanno neppure usati i multiservice della stessa compagnia perché abbinano le ricerche sul web con la tua mail, il tuo nome e quindi acquisiscono informazioni sensibili. Ci sono sistemi per usare Google senza essere spiati ma se ti connetti con un account gmail sanno chi sei. La società dovrebbe combattere tutti i servizi che chiedono il vero nome agli utenti. La Free Software Foundation di- ce che se metti delle pagine su Fb che ci supportano siamo contenti ma noi non abbiamo nessuna pagi- na Fb e non ne incoraggiamo l’uso. Molto meglio mettere a disposizione parte dei tuoi dati sul tuo server per alcune persone che lo vogliono e che tu decidi. E con quel dispositivo comunicare. Fb presenta molti rischi: ad esempio possono licenziarti se hai una crisi depressiva o t’ammali».
Anche i cellulari per Stallman sono dei dispositivi di sorveglianza, «in pratica trasmettono la posizione geografica e funzionano come registratori. Tramite un cellulare o un palmare possono fare quello che vogliono a tua insaputa. Le rivoluzioni tecnologiche possono essere un’opportunità per attaccare i nostri diritti. Per questo ho paura delle innovazioni tecnologiche: possono es- sere buone di per sé ma possono essere usate dalle compagnie che vogliono acquisire nuovi poteri su di noi e quindi progettano un nuovo dispositivo per attaccare i nostri diritti».
Ma qualcuno può dire: che diavolo se ne fanno con tutti questi dati… Beh con un dissidente politico è chiaro che ne fanno. Dissidente politico e terrorista sono la stessa cosa. Quindi se organizzi una manifestazione e non vuoi che la sabotino o che facciano degli arresti di massa prima del corteo, è meglio che tu non tenga un cellulare nelle assemblee oppure togli la batteria. Adesso lo fanno anche i manager».
p.s. Alla fine della conferenza Stallman consegna al giornalista del Manifesto il suo biglietto da visita, scritto come un annuncio personale: «Per condividere buoni libri, cibo sano, musica esotica e danza, te- neri abbracci, insolito senso dello humour».
Fonte: Il Manifesto
Torna all’inizio dell’articolo: Privacy. Stallman: “Siamo prigionieri della Rete” (prima parte)
Libero software in libero Stato (2)

Da un articolo di Alessio Jacona su L’Espresso n.7 16 febbraio 2012 (parte 2):
La digitalizzazione dello Stato promessa dal governo Monti passa dal software libero?
Quello sul software libero insomma è un investimento e quindi per risparmiare domani servono soldi subito, che i responsabili della Pa – in questa fase di crisi – non sanno dove trovare. Un discorso simile a quello che riguarda l’auspicata sparizione della carta, anch’essa prevista dal decreto sulle semplificazioni. A riguardo, Belisario ricorda che in Italia è dal ’99 che si parla di digitalizzazione senza concludere molto: «Ad esempio, sono quasi tre anni che ci portiamo dietro la questione della fatturazione digitale», spiega, «che però non decolla. Anche se, secondo la più prudente delle stime, farebbe risparmiare al Paese 10 miliardi di euro l’anno (3 solo per la pubblica amministrazione)». E così si teme che il passaggio al software libero faccia una fine simile. Anche perché le difficoltà non mancano.
Dice ad esempio Elio Gullo, direttore dei sistemi informativi per Enpals-Inps: «Nel nostro contesto ogni malfunzionamento può risultare in una interruzione di pubblico servizio con gravi ricadute e disagi per l’utenza», spiega. «Come direttore dei sistemi informativi, se qualcosa va storto devo potermi confrontare con un mio pari grado del lato fornitore che risolva il problema e risponda eventualmente dei danni. Se il mio fornitore sono 10 mila sviluppatori sparsi per il mondo, con chi dovrei parlare? Pagare le licenze insomma significa anche comprare garanzie».
Una soluzione ci sarebbe: spiega ancora Nicotra che, «se la Pa stessa si riorganizzasse e mettesse a sistema le competenze delle proprie aziende in-house, potrebbe diventare essa stessa una community di sviluppatori e avere la forza necessaria a garantire affidabilità e continuità dei servizi, interagendo al contempo con le community esterne per creare di fatto un nuovo ecosistema». Un’ipotesi affascinante, ma forse un’utopia in un Paese come il nostro dove, ricorda ancora Gullo, «i due grandi produttori di software della Pa, Consip e Sogei, afferiscono a divisioni diverse del ministero delle Finanze e, al momento non parlano tra loro. Figuriamoci se possono collaborare e fare sistema assieme».
Un peccato, perché l’open source non è solo una faccenda di tasche piene o vuote, ma di lungimiranza e di etica: per Renzo Davoli, presidente dell’Associazione italiana software libero (Assoli), «lo scopo primario di una pubblica amministrazione è erogare servizi efficienti ai cittadini con costi quanto più contenuti possibile, senza per questo dover sottostare ai ricatti e farsi carico dei costi occulti che sono propri dei software proprietari». Scegliere il software aperto, anche quando i costi di adozione risultano uguali a soluzioni proprietarie, alla lunga avrebbe, secondo Davoli, ricadute importanti per lo Stato: così facendo, «le nostre amministrazioni eviterebbero di farsi vincolare da soluzioni con alti costi di uscita e smetterebbero di investire in prodotti le cui ricadute fiscali sono fuori dall’Italia, di fatto favorendo la creazione di ricchezza per le aziende del nostro Paese».
Dato un quadro così complesso, forse ciò di cui c’è davvero bisogno è, come sottolinea Carlo Iantorno, National Technology Officer di Microsoft Italia, «un mercato che sia il più aperto possibile, nel quale prosperino i due modelli, quello del software proprietario e quello del software libero, convivano e siano a disposizione della Pa. Quest’ultima », aggiunge, «deve poi essere in grado di scegliere di volta in volta la soluzione più adatta alle proprie esigenze ». E prima ancora che scegliere il software, conclude Iantorno, «bisogna fare passi avanti importanti a livello di sistema, razionalizzando le risorse tecnologiche e quelle umane che le gestiscono, liberando i dati e rafforzando la cooperazione tra pubblico e privato, per incentivare un mercato sempre più libero, diversificato e competitivo». Una bella sfida. E per vincerla non basta di certo un decreto del governo.
Torna all’inizio dell’articolo – Prima Parte: Libero software in libero Stato (1)
Libero software in libero Stato (1)
Da un articolo di Alessio Jacona su L’Espresso n.7 16 febbraio 2012:
La digitalizzazione dello Stato promessa dal governo Monti passa dal software libero?
In principio era la Provincia di Bolzano. Nel 2009, il caso delle sue 83 scuole di lingua italiana migrate all’Open Source fece scalpore e fu persino oggetto delle “Good News” della trasmissione “Report” su RaiTre. E a ragione, visto che i costi si riducevano di un ordine di grandezza, passando dai 269 mila euro l’anno spesi in licenze per sistemi operativi proprietari a 27 mila euro investiti in manutenzione di software libero, che è gratuito o quasi.
Sono passati quasi tre anni e, con la crisi in corso e i tagli nelle pubbliche amministrazioni, sarebbe lecito aspettarsi che una simile esperienza sia stata replicata un po’ ovunque nel Paese, alleggerendo non poco le spese fatte con i soldi dei contribuenti. Non è così: «A fare scuola a livello internazionale ci sono le esperienze del governo brasiliano guidato da Lula, che ha operato una transizione quasi totale della macchina pubblica al software libero, e poi ancora quelle del Venezuela o della Francia », spiega Luca Nicotra, segretario nazionale di Agorà Digitale. Qui da noi, invece, le esperienze virtuose balzate agli onori della cronaca ci sono ma non sono ancora abbastanza: si va dalle leggi che agevolano l’adozione del software libero in regioni come Toscana, Veneto, Piemonte, Umbria e Lazio, alle iniziative di alcuni Comuni come Roma e Firenze, fino ai piani di ammodernamento di un’istituzione come l’Istat. E poco altro.
Viene da chiedersi se ci sia qualcuno che rema contro: «In primo luogo l’avvento dell’open software nella Pa si scontra con un problema culturale», dice ancora Nicotra, «perché i decisori mancano delle competenze necessarie e spesso ignorano sia la stessa esistenza di valide alternative al software proprietario, sia il fatto che l’adozione del software libero aprirebbe un nuovo e fiorente mercato di piccole e medie imprese del software». Decisori distratti e poco consapevoli, dunque, che in alcuni casi hanno anche tutto l’interesse a restare tali: «Il secondo vero problema», prosegue infatti il segretario di Agorà Digitale, «è determinato dai rapporti molto stretti che spesso legano gli enti pubblici e i fornitori, con questi ultimi che di fatto “ispirano” i bandi», e si assicurano la conservazione dello status quo.
Qualcosa però si sta muovendo: a livello locale, c’è il caso – peraltro sempre a Bolzano – dell’azione intrapresa dall’Associazione Software Libero, che si è rivolta al Tar per avere ragione di un bando giudicato sospetto. E poi, molto più in alto, ci sono i recenti provvedimenti del governo Monti: in particolare il decreto approvato con un emendamento portato avanti dal radicale Marco Beltrandi (e proposto proprio da Agorà Digitale), che modifica il comma D dell’articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale e, di fatto, obbliga ora tutte le pubbliche amministrazioni almeno alla «valutazione» del software libero nei loro bandi di gara. Un importante passo avanti, sì, ma soprattutto «simbolico», come lo definiscono gli stessi promotori, che ha il merito di aver riportato il tema dell’open source all’attenzione della politica mentre continua un’altra e più complessa battaglia: quella che i sostenitori del software libero conducono per rendere il ricorso al software proprietario nella pubblica amministrazione un’alternativa secondaria, cui ricorrere solo in caso di stretta (e certificata) necessità.
Vietato però farsi illusioni. Sia sulla rapida attuazione del decreto Monti, sia rispetto ai benefici che il software open source può introdurre nella Pa nel breve termine. Intanto perché «non esiste una soluzione valida sempre», come ammonisce l’avvocato Ernesto Belisario, esperto di diritto legato alle nuove tecnologie: «Il software libero», dice, «offre vantaggi di tipo etico-filosofico perché è aperto, perché sai cosa c’è dentro, perché nasce da uno sviluppo partecipato e via discorrendo. Ma non si deve fare l’errore di pensare che “software libero” significhi sempre e da subito zero costi per la Pa. La verità è che la sua adozione può portare benefici economici nel medio e lungo periodo, ma nel breve richiede investimenti». Vale a dire: non si pagano le licenze, ma ci sono i costi di migrazione, di sviluppo, di manutenzione, di formazione.
(Continua a leggere l’articolo – Seconda Parte)
Agenda Digitale: insediata la Cabina di Regia dal governo
Si è insediata ieri la cabina di regia per l’Agenda digitale italiana, che avrà il compito di accelerare il percorso di attuazione dell’agenda in raccordo con le strategie europee, predisponendo una serie di interventi normativi da attuare tra marzo e giugno prossimi. Ne dà notizia un comunicato.
e-Government, e-Commerce e Smart communities. E ancora, alfabetizzazione informatica, ricerca e investimenti, infrastrutture e sicurezza. Sono questi i sei assi su cui si articolerà l’Agenda digitale italiana, attraverso altrettanti gruppi di lavoro. Alla riunione erano presenti, tra gli altri, i ministri Corrado Passera (Sviluppo Economico, Infrastrutture e Trasporti), Filippo Patroni Griffi (Funzione Pubblica) e Francesco Profumo (Istruzione, Università e Ricerca). Presenti, inoltre, il sottosegretario all’Editoria Paolo Peluffo e i rappresentanti del ministero dell’Economia e delle Finanze e della Coesione Territoriale.
I sei gruppi di lavoro, suddivisi in base ai principali obiettivi della strategia, agiranno in raccordo diretto con i ministri. Ognuno di essi sarà coordinato dai referenti del Ministero che sarà maggiormente coinvolto, per quel determinato tema, ma vedrà la collaborazione di tutti gli altri dicasteri che partecipano alla cabina di regia. Inoltre, potranno partecipare anche esponenti di altri Ministeri. In aggiunta, saranno organizzati gruppi di lavoro tematici che coinvolgeranno, di volta in volta, i principali attori del settore. Sia pubblici che privati. Ciascun gruppo di lavoro dovrà, preliminarmente, censire le iniziative in corso. Quindi recepire l’agenda europea, individuare le migliori pratiche, ricostruire una visione strategica, definire il quadro finanziario di riferimento, predisporre le azioni normative e progettuali e valutare le relative ricadute.(ANSA)
Agenda Digitale. Parisi: “Il governo deve fare di più. Banda larga per tutti entro il 2013″
Per la prima volta, il prossimo 9 febbraio ci sarà una riunione interministeriale per discutere sul tema della banda larga in Italia. Il governo con le misure del decreto Semplificazioni punta a informatizzare una volta per tutte la PA e a colmare il digital divide, fornendo finalmente il Paese di quelle autostrade telematiche essenziali per lo sviluppo di una vera economia digitale.
Stefano Parisi, presidente di Confindustria Digitale, ha sottolineato che finalmente l’Agenda Digitale è stata annoverata tra le priorità dell’esecutivo. «Il governo Monti si è dato giusti obiettivi di rigore. Ma ha commesso un errore nel non porre l’innovazione tecnologica al centro della sua azione per la crescita. Noi proponiamo un programma per l’Italia digitale, finalizzato allo sviluppo e all’occupazione. Chiediamo al governo di fissare un obiettivo parallelo a quello della riduzione del deficit pubblico, secondo lo stesso calendario: allineare l’Italia all’Agenda Digitale europea, che prevede di portare la banda larga di base (ovvero due megabit al secondo) a tutti i cittadini entro la fine del 2013».
Ma se da una parte l’ex numero uno di Fastweb critica il governo, dall’altra gli propone una specie di «partnership» per raggiungere obiettivi di interesse comune: per esempio la lotta all’evasione fiscale, incrociando le informazioni di banche dati oggi non connesse tra loro, e lo stimolo alla crescita di nuove imprese giovanili, mediante un rilancio del venture capital.
Troppe volte, anche in questo blog, è stata descritto l’assurdo livello del divario digitale del Paese che lo colloca agli ultimi posti dell’UE, ad esempio, nella classifica del Boston Consulting Group per penetrazione e uso di Internet. Un problema di arretratezza sull’innovazione tecnologica e culturale che in parte, secondo Parisi, è anche colpa delle aziende. Nel commercio elettronico, ad esempio, negli ultimi 12 mesi solo il 16% degli italiani ha acquistato almeno una volta su Internet contro una media europea del 43% (e l’83% del Regno Unito). Colpa della domanda, certo, ma anche dell’offerta, visto che solo quattro su cento imprese sopra i dieci addetti realizzano almeno l’1% del fatturato dalle vendite online contro il 23% della Germania. Forse anche per questo, malgrado il potere lobbistico, il fascino tecnologico e il peso specifico che rappresenta —115 mila imprese, 670 mila addetti, un terzo dei quali laureati, 120 miliardi di fatturato — l’industria dell’ICT non è mai riuscita ad affermare la priorità dell’innovazione nell’agenda di nessun governo, da Prodi a Berlusconi, Mario Monti compreso.
«Noi proponiamo un grande switch-off dal cartaceo al digitale nella pubblica amministrazione. Come si è fatto in campo televisivo con il superamento dell’analogico. Anagrafe, ricette mediche, pagelle scolastiche, tutto dev’essere realizzato online. Entro un calendario stringente, con tempi, date e priorità, Internet diventi la regola e la carta resti l’eccezione». La misura contenuta nel decreto del governo, che rende obbligatorio il trasferimento telematico di informazioni da «palazzo» a «palazzo», secondo le imprese dell’hi-tech non è sufficiente. La vera innovazione, dice Parisi, è «rendere interoperabili, cioè reciprocamente aperte e collegate, tutte le banche dati delle varie amministrazioni pubbliche». La tessera sanitaria di un cittadino lombardo deve valere anche in Lazio e viceversa. In alcuni Paesi questi muri sono stati abbattuti da un pezzo, in Italia no: solo nella pubblica amministrazione centrale, ci sono la bellezza di 250 centri elaborazione dati che, tranne pochi casi, non si parlano. «Le resistenze arrivano dall’alta burocrazia—dice Parisi — che vede con sospetto la condivisione dei patrimoni informatici perché teme di subirne una perdita netta di potere. Anche su questo fronte, dal governo Monti ci aspettiamo un’azione più energica».
Un secondo, importante dossier riguarda le infrastrutture. Parisi sostiene che per superare il digital divide italiano nella banda ultralarga non occorre cablare il Paese: la clientela privata, anche nei luoghi remoti, può essere connessa con la banda larga mobile di quarta generazione (l’LTE obiettivo dell’asta frequenze da 4 miliardi); mentre la fibra ottica sarà usata, oltre che nei centri urbani, per raggiungere le 300 mila aziende oggi in divario digitale. L’annosa questione della costruzione di una rete italiana in fibra ottica ha portato spesso e volentieri allo scontro gli operatori delle tlc, gli enti parastatali e i governi, ed è sempre stata rallentata, se non bloccata, dell’ex monopolista Telecom Italia, che possiede la vecchia rete in rame. Ma lo sviluppo di un’infrastruttura ultrabroadband, con sostanziosi contributi pubblici, in grado di fornire Internet superveloce anche al consumatore, potrebbe essere il punto d’origine per un salto di qualità della nascente economia digitale italiana.
Fonte: Il Corriere della Sera
Agenda Digitale: nella bozza del Decreto Semplificazioni c’è il primo programma
Entro 2 mesi dall’entrata in vigore del Decreto Semplificazione – recita la bozza – saranno definiti il programma e la tempistica delle attività necessarie e le modalità di coordinamento dei soggetti pubblici coinvolti nella realizzazione degli impegni dell’Agenda Digitale italiana, suggerita recentemente anche dall’Agcom. Dopo l’approvazione del decreto sulle liberalizzazioni, il governo Monti prova infatti a sfoltire l’enorme mole di adempimenti burocratici che pesano ancora su cittadini ed imprese con costi molto rilevanti.
Il calendario dell’Agenda Digitale descritto nella bozza comprende vari obiettivi: realizzare le infrastrutture tecnologiche e immateriali al servizio delle comunità intelligenti (smart communities; promuovere il principio dei dati aperti, cioè l’Open Data, quale modello di valorizzazione del patrimonio informativo pubblico; potenziamento delle applicazioni di amministrazione digitale (e-government) per il miglioramento dei servizi ai cittadini e alle imprese; promozione della diffusione di architetture di cloud computing per le attività e i servizi delle pubbliche amministrazioni.
Si punta anche a utilizzare gli acquisti pubblici innovativi e gli appalti pre-commerciali per stimolare la domanda di beni e servizi innovativi basati su tecnologie digitali; all’infrastrutturazione di ultimo metro per favorire l’accesso alla rete internet in grandi spazi pubblici collettivi quali scuole, università, spazi urbani e locali pubblici in genere; investimento nelle tecnologie digitali per il sistema scolastico e universitario, per rendere l’offerta educativa e formativa coerente con i cambiamenti in atto nella società.
Fonte : Ansa
PA digitale: 2335 scuole richiedono il Kit Wi-fi di Brunetta
Va avanti l’iniziativa di Scuole in Wi-fi, promossa dal simpaticissimo ministro della PA e dell’Innovazione, Renato Brunetta, che dovrebbe portare le connessioni wireless alla rete Internet in “tutte le scuole italiane” (parola di ministro).
Il Dipartimento per la digitalizzazione della PA e l’innovazione tecnologica del Ministero, attraverso un Comitato, ha esaminato ben 544 nuove richieste per il kit Wi-fi, che si aggiungono alle prime 1791 già approvate, per la realizzazione di reti wireless nei locali delle scuole pubbliche. Le richieste pervenute (2335 in totale) sono così distribuite a livello regionale: 66 in Abruzzo, 48 in Basilicata, 110 in Calabria, 270 in Campania, 142 in Emilia Romagna, 35 in Friuli Venezia Giulia, 199 nel Lazio, 54 in Liguria 36, 328 in Lombardia, 75 nelle Marche, 22 nel Molise, 157 in Piemonte, 213 in Puglia, 58 in Sardegna, 179 in Sicilia, 119 in Toscana, 87 in Umbria e 173 nel Veneto.
Ora si tratta semplicemente da stabilire quali scuole potranno effettivamente usufruire dei servizi Wi-fi e quali invece rimarranno inesorabilmente isolate, dati i grossi limiti della diffusione della banda larga e della copertura dei servizi dati della telefonia mobile ad alta velocità nel territorio nazionale. Inoltre il ministro paladino dei precari, a quanto si legge dalle FAQ del sito ufficiale dell’iniziativa scuolamia.pubblica.istruzione.it, starebbe progettando di fornire le connessioni Wi-fi anche alle scuole paritarie private.























