Tv Digital Divide

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Tag: d-free

feb
22
2012

Beauty Contest. TI Media: “Vogliamo una frequenza tv. Pronti ad azioni legali”

22 feb 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in La verità sul digitale, News, Tv digitale terrestre
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Telecom Italia Media, nel giorno della presentazione dei risultati preliminari per l’anno 2011, pretende dal nuovo governo Monti che «venga sanato il danno che il gruppo ha subito nel processo di conversione delle reti da analogico a digitale» e chiede con insistenza e con velate minacce di ricorsi «l’assegnazione di una frequenza tv a copertura nazionale di elevata qualità, a prescindere dalla conclusione del Beauty Contest, ovvero dalla ridefinizione delle regole di assegnazione del dividendo digitale interno».

Lo scorso 20 gennaio l’operatore di rete del gruppo (TIMB) ha ricevuto, insieme a tutti gli altri soggetti (Rai, Mediaset, 3Italia, Prima Tv, Canale Italia, Europa 7) che partecipano alla gara non competitiva, la comunicazione ufficiale dal Ministero della Sviluppo Economico di sospensione per 90 giorni del concorso di bellezza, e, nel contempo, la richiesta d’invio entro 60 giorni di eventuali osservazioni a riguardo. TIMB, spiega la nota, ha già risposto chiedendo appunto l’assegnazione di una frequenza DVB-T a copertura nazionale di elevata qualità.

Giovanni Stella, ad di Telecom Italia Media, ha infatti inviato una missiva al ministro dello sviluppo economico, Corrado Passera, in seguito al congelamento del beauty contest del digitale terrestre: «Ho spedito una lettera rappresentando tutta l’azione che noi abbiamo fatto. – ha puntualizzato Stella – Il problema non è il beauty contest ma l’assegnazione delle frequenze digitali: io ho subito un vulnus nell’assegnazione che deve essere sanato. Farò tutte le azioni in mio potere per salvaguardare questo diritto sacrosanto e sono pronto a fare tutto quello che è necessario fare, sto immaginando azioni legali e sto studiando anche altre operazioni per fare sì che le frequenze non vadano ai soliti noti e ai soliti amici».

Secondo la famigerata Legge Gasparri del 2004 infatti, in seguito alla conversione del dividendo analogico delle frequenze tv in digitale, gli operatori tv nazionali dominanti, come Rai e Mediaset, si aggiudicarono grazie alle disposizioni dei governi Berlusconi ben 4 mux digitali a testa dai tre vecchi canali anologici. Mentre per TI Media furono assegnati solamente 3 multiplex, poi 2 per il Gruppo Espresso e uno solo per Europa 7, D-Free (che ospita solo reti Mediaset) e Rete Capri. E sin dagli esordi del digitale terrestre la società diretta da Giovanni Stella rivendica un canale, minacciando più volte ricorsi e azioni legali su più fronti.



nov
30
2011

TI Media: ipotesi ingresso di Tarak Ben Ammar (fino al 40%)

30 nov 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in News Tv Digital Divide
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L’identikit del socio industriale e commerciale pronto a rilevare una quota importante della società (si dice fino al 40%) e a incidere nella governance tratteggiato da Giovanni Stella, vicepresidente e amministratore delegato di Telecom Italia Media, porta dritto a un nome: Tarak Ben Ammar, almeno secondo MF – Milano Finanza.

L’imprenditore e finanziere franco-tunisino che ieri MF – Milano Finanza ha provato a contattare, attivo da anni in Italia con i gruppi Prima Tv, Europa Tv e le case di produzione e distribuzione cinematografica Eagle Pictures e Lux Vide, secondo quanto appreso da fonti qualificate avrebbe rotto gli indugi e avrebbe dato il via allo studio di un’offerta per l’ingresso nel capitale di TI Media. La spinta in questa direzione sarebbe sostenuta dall’interesse di alcune istituzioni del Qatar disposte a mettere sul tavolo i capitali necessari.

L’obiettivo primario dell’uomo d’affari vicino sia al proprietario di Mediaset Silvio Berlusconi sia al tycoon australiano di News Corp, Rupert Murdoch, è rappresentato dall’asset La7, l’emittente che nell’ultimo anno, ponendosi criticamente nei confronti del governo Berlusconi, ha accresciuto gli ascolti fino a raddoppiare lo share medio giornaliero al 4% con picchi superiori all’11% registrati dal Tg diretto da Enrico Mentana e dal programma satirico di Maurizio Crozza. Ben Ammar conosce la storia e l’evoluzione di TI Media e della tv più importante del gruppo sedendo da anni nel consiglio d’amministrazione della controllante (77,7%) Telecom Italia.



nov
23
2011

Prima Tv: “No a rinvii o modifiche del Beauty Contest del digitale terrestre”

23 nov 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in News Tv Digital Divide
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Prima Tv: no a rinvii e modifiche dopo il cambio di Governo. E’ questa la scontata opinione sul concorso di bellezza del digitale terrestre espressa dalla società di proprietà di Tarak Ben Ammar, uno dei soci più stretti dell’impero mediatico di Berlusconi. Sul Beauty Contest per l’assegnazione gratuita di sei frequenze «serve chiarezza», visto che sono in ballo, sommati i progetti editoriali di tutte i partecipanti, «circa 300-350 milioni di investimenti». Lo dice a Radiocor Egidio Viggiani, direttore degli Affari generali di Prima Tv, il gruppo di proprietà di Ben Ammar che opera sul digitale terrestre italiano con il multiplex D-Free, alla luce del rischio di rinvio o di modifica della gara richiesta da più parti al nuovo esecutivo di Mario Monti.

Ipotesi che porterebbe «a un passo indietro importante per l’economia del Paese. Per sederci al tavolo – ricorda – sono state versate delle fidejussioni. Nel nostro caso abbiamo versato due fidejussioni da 2,5 milioni di euro ciascuna. In più abbiamo dovuto garantire il 10% del nostro investimento previsto per l’eventuale realizzazione della rete. Mi piacerebbe che fosse fatta chiarezza subito sulla situazione anzichè continuare a leggere titoli catastrofici sulla stampa». Viggiani sottolinea poi di essere convinto che «il nuovo Governo non può che continuare sulla stessa linea del Governo precedente che con l’opera svolta dal ministro Romani si è allineato al diktat di Bruxelles. Sono convinto che, in questo momento di crisi economica, è molto difficile riuscire a trovare soggetti in grado di acquisire le frequenze e pianificare l’investimento necessario. La gara ha invece individuato soggetti importanti, tra cui anche Sky, disposti a rischiare risorse ingenti perchè credono nel mercato del digitale terrestre».

Viggiani tralascia il dettaglio che nessuno, soprattutto dall’estero, si sogna di investire in un mercato tv italiano chiuso dall’onnipresente duopolio Rai-Mediaset con il terzo incomodo Sky. Dato che la gara non competitiva, nata per creare un’apertura alla concorrenza e imposta per evitare le pesanti sanzioni europee derivanti dalla Legge Gasparri 2004, è divenuta una vera è propria barriera di mercato. E, aggiungo io, che proprio in questo periodo di crisi, dove le compagnie della telefonia sono riuscite a spendere quasi 4 miliardi di euro per le stesse frequenze, le solite tv nazionali andrebbero ad intascarsi altre risorse frequenziali senza alcun tipo di investimento.

Viggiani aggiunge che Prima Tv ha «presentato un piano editoriale importante, prevede la diffusione di un canale ad alta definizione e di altri quattro canali che rappresenteranno un’offerta nuova per il digitale terrestre». Vista la portata dei soggetti in gioco, tra cui Rai, Mediaset, Sky e Telecom Italia Media, Viggiani sottoliena che «si va incontro alla richiesta di Bruxelles di aumentare il pluralismo». La gara secondo i tempi previsti si dovrebbe concludere tra fine mese e inizio di dicembre per poi procedere all’assegnazione delle frequenze a febbraio-marzo del 2012. Alla prima fase del concorso di bellezza, oltre a Prima Tv, sono stati ammessi Canale Italia (per i lotti A2 e A3), Telecom Italia Media Broadcasting (per i lotti B1, B2 e C1), Elettronica Industriale - Mediaset (per i lotti B1 e B2), Sky Italia Network (per il lotto A2), Europa Way ( per il lotto A1), 3lettronica Industriale (per il lotto A2) e la Rai (per i lotti B1 e B2).

Fonte Corriere.it


mar
08
2011

DGTVi, il digitale terrestre e il paese che non c’è

08 mar 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Discussione, La verità sul digitale, Tv digitale terrestre
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Forse ha proprio ragione Alberto Guarnieri: sembra di vivere in un altro mondo, almeno secondo l’associazione delle tv nazionali DGTVi. Dalle colonne del consueto spazio “Quinto Potere”, sul quotidiano Il Messaggero di ieri lunedì 7 marzo, il giornalista sottolinea la totale mancanza di obiettività e l’enfasi trionfalistica che emerge dalle pagine dell’ultimo numero della rivista on-line DIGITA del consorzio che rappresenta Mediaset, Rai, TI Media e D-Free, quando invece nella reale situazione del passaggio al digitale terrestre sembra andare tutto a rotoli.

DIGITA, l’organo stampa di DGTVi, infatti nel suo ultimo numero di febbraio mette in evidenza lo “straordinario” risultato di 20 milioni di famiglie in possesso di  almeno un decoder della rivoluzione del digitale terrestre. Peccato che,  in conseguenza dello spegnimento di tutti i segnali analogici (lo Switch-off), quattro famiglie italiane su cinque sono state obbligate ad acquistare gli apparecchi per continuare a vedere la Tv. Perciò non c’è nulla di straordinario su un dato di fatto logico, a parte il record di vendite dei sintonizzatori e dei tv con decoder integrato (3 milioni solo nel mese di dicembre 2010).

Di cose fuori dall’ordinario invece si potrebbe discutere per quanto riguarda i costi eccessivi sopportati dai cittadini per affrontare il passaggio al dtt, e si potrebbero mettere in bella evidenza i grossi e diffusi disservizi tecnici e i grandi problemi sociali che questa transizione mal organizzata al digitale ha causato e sta ancora causando ai cittadini. Della mancanza di informazione di base per l’utenza tv, anche per le semplici istruzioni, dell’assenza dei segnali tv della Rai e delle emittenti private protratta per mesi dopo gli Switch-off, e delle proteste dei telespettatori infuriati, DIGITA non sembra interessarsi, occupandosi solo dei “trionfi” del digitale terrestre.

La stessa miopia rispetto al mondo reale si riscontra in DIGITA quando nella relazione mensile affronta l’argomento sull’assegnazione delle frequenze tv. L’associazione delle tv nazionali, che nel frattempo ha perso i rappresentanti dei quelle locali (fatto non segnalato dal sito ufficiale), si permette di chiamare “timidezze” le grosse problematiche e gli evidenti rischi di chiusura di tutto il comparto delle tv locali italiane, obbligate dal governo alla rinuncia di una parte di loro canali (i famosi 800 MHz) per l’asta per la banda larga mobile degli operatori tlc, fondamentale per il bilancio della Legge di Stabilità. Queste timidezze però hanno portato le associazioni delle tv locali a uscire improvvisamente da DGTVi, a protestare e scioperare contro le decisioni del Ministero dello sviluppo economico, e inoltre a bloccare, nell’ultima riunione del CNID, la definizione del nuovo calendario degli Switch-off del digitale terrestre per il 2011 e per il 2012.

«Eppure – afferma DIGITA – questa potrebbe essere un’occasione storica, nello stesso interesse delle tv locali, per dare un nuovo assetto allo stesso settore rendendolo più competitivo, più fruibile dagli spettatori e fondato, oltre che sull’irrinunciabile pluralismo, anche sulle reale dimensioni di impresa e qualità delle offerte». Ma come farà il mercato tv a divenire più competitivo e a basarsi sul pluralismo se quella manciata di network nazionali si accaparreranno (nel prossimo beauty contest) le ultime frequenze disponibili e nel frattempo la maggior parte di quelle locali andranno incontro alla chiusura definitiva?

Tornando ai dati forniti da DIGITA, a livello nazionale la penetrazione del digitale terrestre è salita a fine dicembre (con lo Switch-off del nord Italia) al 79,1% del totale delle famiglie. Sono anche logicamente saliti gli ascolti della tv digitale che hanno superato il 60% del tempo complessivo dedicato alla visione delle trasmissioni tv da parte della popolazione italiana, ed ha fatto un timido esordio sul mercato anche la Tv Over The Top, che tradotto da DGTVi è quella «possibilità di associare alle trasmissioni tv tradizionali (a palinsesto) una vasta gamma di servizi e contenuti provenienti da Internet, grazie a dispositivi ibridi».

DGTVi però fotografa una realtà dimezzata del panorama dalla transizione alla tv digitale terrestre, accantonando e nascondendo consapevolmente tutti i problemi e gli attriti che questa rivoluzione tecnologica imposta dall’alto sta creando nel nostro paese.


gen
17
2011

Digitale terrestre: la guerra delle tv locali contro Mediaset

17 gen 2011 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Discussione, Guerra pay-tv, La verità sul digitale, News, Tv digitale terrestre
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Il nuovo attacco delle tv locali era atteso e prevedibile, data la situazione precaria di tutto il comparto delle piccole emittenti regionali conseguente al passaggio al digitale terrestre. Ma stavolta la rinnovata battaglia  delle piccole tv ha allargato il suo obiettivo, attaccando non più solo il governo e i ministeri, ma anche e soprattutto il colosso della televisione commerciale, l’azienda della famiglia di sua emittenza Berlusconi, insomma l’impero mediatico di Mediaset.

Il presidente delle Associazioni delle tv locali, Maurizio Giunco, infatti, per la prima volta accusa apertamente e senza mezzi termini la società di Cologno Monzese di voler «uccidere le emittenti locali», in difesa delle piccole aziende del settore  che ormai da qualche mese «lottano per la sopravvivenza», unite come mai nella storia della televisione italiana, a fronte dei rischi portati dai nuovi regolamenti del Ministero delle comunicazioni e dell’Autorità garante che limitano fortemente lo sviluppo economico delle stesse società tv e sono orientati a sottrarre risorse vitali come le frequenze televisive.

Giunco, in rappresentanza dell’Associazione e della Federazione Radio Tv Locali, nel dicembre scorso ha compiuto il primo e clamoroso atto di dissenso dando le dimissioni dal Cda di DGTVi, l’Associazione nazionale delle tv per il digitale terrestre che accomuna Rai, Mediaset, TI Media e D-Free. Il suo gesto è stato poi seguito dall’abbandono anche di Aeranti-Corallo, altra organizzazione che rappresenta ben 320 tv locali, quasi 600 radio, e 6 syndacation.

La nuova mossa della guerra tra Davide e Golia si compirà nei prossimi giorni con la messa in onda una serie di spot annunciati su tutte le emittenti locali contro chi «sta cercando di chiudere il mercato, uccidendo nella culla i possibili competitori». Una campagna mediatica contro lo stesso impero dei media.

Ma per comprendere le origini della guerra delle tv locali leggiamo un estratto di un articolo di Maria Volpe del 14/01/2011 de Il Corriere della Sera:

La battaglia in corso è fatta di cavilli legali, ma in realtà si sta giocando una partita importante dal punto di vista economico. Su una frequenza analogica prima si poteva avere e vedere un solo canale televisivo, ora sempre su quella stessa frequenza, grazie alla tecnologia digitale, c’è spazio per sei o sette canali (il cosiddetto «multiplex»). Risultato? Le grandi emittenti nazionali (Rai, Mediaset, Telecom, il gruppo L’Espresso) non hanno grandissimi problemi a «riempire» tutti questi nuovi canali, le emittenti locali sì. Già faticano a proporre una buona programmazione per un canale — per esempio TeleLombardia, Primo Canale (Liguria), TeleNorba (Puglia), — immaginiamoci per sette.

Dunque che è accaduto? Premessa fondamentale: non esistono più frequenze nazionali disponibili (a parte le 5 in in gara pubblica nel prossimo beauty contest del MSE n.d.r.). Quindi se uno volesse diffondere un canale nazionale non saprebbe a chi rivolgersi. Per questo, diversi fornitori di contenuti nazionali hanno deciso di affittare la banda dalle emittenti locali di ogni singola regione (è il caso di K2 dedicato ai bambini) con il risultato di ottenere una copertura nazionale del loro canale, a prezzi decisamente inferiori. Tutto questo ha profondamente allarmato le grandi emittenti che rischiano di trovarsi decine di concorrenti che entrerebbero sul mercato a costi molto bassi.

Giunco, cerchiamo di essere più chiari. Perché Mediaset si sarebbe spaventata secondo voi?

«Ora che tutto il nord Italia, Lazio e Campania sono interamente digitalizzate, a Mediaset si sono posti dei problemi: non è che la tv può farla anche qualcun altro? E così sono partiti i meccanismi politici per trovare soluzioni che impedissero di fatto agli operatori locali di crescere. Dal momento che cambiare la legge era complesso, hanno aggirato l’ostacolo infilando nelle pieghe della legge di Stabilità un semplice comma con il quale si conferisce al ministero dello Sviluppo economico il potere assoluto di definire nuovi obblighi e regole».

Il ministero a sua volta si è rivolto all’Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) perché emanasse un regolamento. Questo è arrivato e ha di fatto ordinato alle tv locali di dedicarsi solo alla «promozione delle culture regionali o locali»; ha spiegato che non si può creare un canale nazionale affittando frequenze regionali perché mancherebbe «la sicurezza della copertura nazionale» e ha negato la numerazione nazionale sul telecomando. Insomma, l’Autorità ha avvallato il disegno del ministero, e ha di fatto bloccato questo nuovo fenomeno regionale/nazionale.

È questo che ha scatenato la rabbia. Giunco ne fa proprio una questione di sopravvivenza poiché se le emittenti locali non riescono a «riempire» i nuovi canali che hanno a disposizione, lo stato requisisce loro le frequenze (per disposizione dell’UE queste frequenze dovranno essere utilizzate per la banda larga mobile n.d.r.).

Ma non è finita qui. Aggiunge Giunco: «Ora, siccome servono 2 miliardi e 400 milioni per la Finanziaria, il comma 8 della legge di Stabilità ha stabilito di sottrarre nove frequenze alle emittenti locali e di venderle alla telefonia mobile, stiamo parlando di 157 emittenti locali che si troverebbero senza frequenza (e dunque dovrebbero chiudere, ndr). Parallelamente lo Stato ne regalerebbe 6 alle televisioni nazionali (nella gara a beauty contest). Una vergogna».

Giunco descrive come sarà la durissima campagna di spot tv: «Diremo chiaramente chi è l’ispiratore a chi giova tutto ciò. C’è una forte valenza politica in questi spot. Non riusciranno a distruggerci. Molte forze politiche del governo e dell’opposizione ci sono vicine: sono molto attente al ruolo delle emittenti locali, alla loro forte penetrazione nel territorio. Rompere il consenso con noi è una pazzia».

Non si è fatta certo attendere la risposta da parte di Mediaset. Gina Nieri, consigliere di amministrazione del gruppo di Cologno Monzese, si è detta sorpresa e amareggiata per l’attacco scagliato dalle tv locali e dall’uomo che più di tutti in questo momento le rappresenta: «Non capisco davvero questi attacchi strumentali da parte di Giunco. – afferma – Mediaset non metterà mai in discussione le emittenti locali, che sono elementi di democrazia nel Paese. Abbiamo ben altri grattacapi concorrenziali. La verità è che quella che loro presentano come una battaglia di libertà, è una battaglia di bottega. Legittima. Ma chiamiamo le cose col loro nome».

Le tv locali, secondo l’interpretazione della Nieri, vogliono fare business “speculando” sulle frequenze regionali, affittandole quindi per contenuti nazionali. Che in soldoni significa fare concorrenza alle tv nazionali, cioè concorrere con Mediaset. Una pratica d’affari, usata oggi da tutti gli operatori nazionali (Mediaset compresa), che fino all’arrivo della tv digitale terrestre non era assolutamente proibita. Ora invece il regolamento Agcom prova a vietarla e solo per le emittenti locali, anche se la Nieri prova a smarcarsi: «Non sta me dire se è legale fare business nazionale con frequenze che hanno una destinazione d’uso locale».

business nazionale con frequenze che hanno una destinazione d’uso locale

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