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Mediaset alla caccia del quinto multiplex del digitale terrestre
Al di là della gara (impossibile) per le frequenze tv, il Biscione vuole mettere le mani sul quinto multiplex per il digitale terrestre. Una frequenza che in realtà già sfrutta ma solo in tecnica DVB-H, quella per la tv mobile ormai desueta, che ora si vorrebbe convertire ad uso televisivo.
Elettronica Industriale, la società del gruppo che si occupa delle reti di trasmissione, ha infatti chiesto a febbraio al Ministero dello sviluppo economico, all’Agcom e all’Antitrust di poter modificare il suddetto multiplex in DVB-T, lo stadandard per la tv digitale terrestre. Lo si può leggere nella relazione sulla gestione del 2012.
Ora Mediaset attende le tre pronunce. Se i responsi saranno positivi, il gruppo televisivo della famiglia Berlusconi avrà la possibilità di tagliare almeno parte dei costi di trasmissione dei suoi canali attualmente trasportati su frequenze di terzi e magari potrà anche lanciare nuove versioni di reti ad alta definizione. Ma la strada potrebbe non essere così semplice: la destinazione DVB-H di questo multiplex (chiamato Mediaset 3) fu infatti vincolata nel 2006 dall’Antitrust per evitare che Mediaset raggiungesse una posizione dominante (aveva tre reti analogiche e due digitali).
Uno spiraglio, però, potrebbe venire da un precedente importante: il Tar del Lazio ha infatti dato ragione a 3 Italia che aveva chiesto al Ministero e all’Agcom di convertire la propria rete DVB-H e che si era vista respingere l’istanza. Il risultato è che oggi l’operatore telefonico può trasmettere sul Dtt e, anzi, paradossalmente affitta al gruppo di Cologno Monzese parte del suo mux, per Rete 4 Hd e Italia 1 Hd. Gina Nieri, il responsabile degli affari istituzionali di Mediaset, lo aveva detto già a maggio dell’anno scorso: ««Effettueremo la richiesta per la conversione delle frequenze DVB-H per la tv sui telefonini nel momento in cui ci farà comodo». Evidentemente questo è il momento.
Due sono gli elementi che hanno spinto in questa direzione. Il primo è la gara per l’assegnazione delle nuove frequenze, nell’attuale versione non più favorevole ai grandi broadcaster che prima avevano assicurata almeno una rete e gratis. Tra l’altro nella relazione del 2012 si dice che il gruppo «valuterà l’opportunità di proseguire il contenzioso già avviato con l’impugnazione della sospensione e successivo annullamento del beauty contest», facendo intendere che questo potrebbe essere un capitolo chiuso. Il secondo motivo della richiesta di conversione è meramente economico.
Mediaset affitta banda trasmissiva da terzi per 11 dei suoi canali: cinque sono sul mux DFree di Tarak Ben Ammar, due su quello di Telecom Italia Media, 2 su Rete A (gruppo Espresso), due su quello di 3 Italia. Considerando che sul mercato si parla di circa 5 milioni di euro all’anno a canale per l’affitto di banda (ma qui la contrattazione ha un suo peso) il risparmio sarebbe evidente, soprattutto dopo un bilancio con 287 milioni di perdita. La conversione, come detto, è riuscita a 3 Italia, nonostante il diniego di Ministero e Agcom del dicembre 2011 dopo una prima autorizzazione provvisoria pochi mesi prima. Il Tar con la sentenza depositata lo scorso 23 gennaio ha ritenuto che l’autorizzazione di 3 fosse adatta a trasmettere sia nella defunta DVB-H che in DVB-T e che in Italia valesse il principio di neutralità tecnologica stabilito dall’Unione europea. Dopotutto questa rete nasceva proprio come DVB-T, ma 3 ne chiese l’utilizzo come DVB-H dopo averla acquistata da Raimondo Lagostena nel 2005.
Il principio di neutralità tecnologica dovrebbe quindi valere anche per Mediaset. In questo caso però bisogna vedere se le autorità vorranno eliminare il vincolo imposto dall’Antitrust nel 2006, quando Elettronica Industriale acquistò la rete appartenente a Europa tv, la seconda posseduta ai tempi da Ben Ammar. Le condizioni erano infatti che Mediaset, come nei piani della società, trasmettesse sul mux in DVB-H, che affittasse a terzi (Telecom e Vodafone erano pronte) e che non raccogliesse pubblicità per questi canali.
Ora la valutazione Antitrust sarà tutta da rifare, considerato che non esiste in Italia una norma che ponga un limite ai mux posseduti. In giro c’è poi un altro mux del DVB-H. È quello Rai, in realtà oggi usato principalmente per aumentare la copertura degli altri mux in alcune zone del paese e poco per il digitale terrestre di seconda generazione (DVB-T2).
Fonte: ItaliaOggi
Caso Europa 7: Corte di Strasburgo “assolve” Mediaset
Strasburgo – La Corte europea dei diritti umani, nel condannare l’Italia alla pena di 10 milioni di euro di risarcimento (in danni materiale e morali) per non aver concesso per quasi 10 anni le frequenze a Europa 7, ha deciso di non prendere in esame l’accusa rivolta da Francesco Di Stefano, proprietario dell’emittente televisiva, nei confronti di Mediaset.
Nel suo ricorso Di Stefano (che avrebbe chiesto ben 2 miliardi di risarcimento) sosteneva che sia le leggi varate dal governo per far slittare la data in cui Mediaset e Rai avrebbero dovuto cedere le loro frequenze che le decisioni del Consiglio di Stato in merito alla questione dell’allocazione delle frequenze e del risarcimento di un milione di euro a Europa 7, erano frutto di una volontà di favorire le reti di Silvio Berlusconi. Una tesi respinta dalla Corte di Strasburgo che ha invece condannato lo Stato italiano per aver violato il diritto alla libertà d’espressione.
Con la sentenza emessa oggi i giudici europei hanno infatti deciso di non procedere all’esame delle ipotesi di discriminazione subita da Europa 7 in rapporto a Mediaset e di conflitto di interessi rispetto alle leggi varate negli anni per l’allocazione delle frequenze. Inoltre la Corte ha stabilito che la procedura svoltasi davanti al Consiglio di Stato e le decisioni prese in quella sede sono state frutto di un processo equo, così come prescritto dall’articolo 6 della convenzione europea dei diritti umani. (ANSA)
Approvato il decreto fiscale, stop al Beauty Contest
Il Beauty Contest è andato. Finito per sempre. Stamane l’aula del Senato ha dato la fiducia al governo sul decreto fiscale. Con 228 voti a favore, 29 contrari e 2 astenuti arriva infatti il disco verde definitivo al decreto con le semplificazioni fiscali, ma soprattutto viene annullato il concorso di bellezza che regalava le frequenze tv a Rai e Mediaset. Dopo la firma del capo dello Stato il provvedimento sarà legge.
Il ministero dello Sviluppo economico dovrà emanare entro 120 giorni il bando della nuova gara (ancora non del tutto definita) per l’assegnazione dei sei multiplex suddivisi in due “pacchetti”: il primo (composto dai canali 6 e 7 VHF, 23, 25, 24, 28 UHF) sarà riservato alle emittenti televisive per un periodo di almeno 4 anni. Il secondo pacchetto, composto dai canali 54, 55, 58 e 59 UHF (frequenze che saranno destinate dopo il 2015 alla banda larga mobile), sarà riservato sempre alle emittenti, ma per una durata inferiore: al massimo tre anni. Tocca all’Agcom ora scrivere il regolamento dell’asta su cui si baserà poi il Ministero dello Sviluppo per formulare il bando di gara.
Fonti: TMNews | corrierecomunicazioni.it
Di Stefano (Europa7): “L’asta per le frequenze è un fiasco, non apre il mercato tv”
La travagliata storia di Europa 7 ha inizio nel lontano 1999 quando l’emittente di Francesco Di Stefano vince una gara pubblica e ottiene (senza mai averle) le frequenze tv per trasmettere i suoi programmi. Da allora sono passati più di 10 anni di infiniti procedimenti giudiziari e ricorsi. Di continui inciuci e rimandi da parte dei governi e dei ministeri pro-Mediaset.
Nel 2010, dopo l’avvento del digitale terrestre, Di Stefano ottiene dallo Stato l’agognata frequenza tra le pressioni dell’UE e il cambiamento tecnologico. Oggi alla luce dei nuovi risvolti (e degli indissolubili conflitti di interesse) della tv digitale, l’imprenditore abruzzese continua la sua personalissima lotta, con ricorsi contro l’annullamento del beauty contest e per la richiesta di nuove frequenze, contro un sistema chiuso e duopolistico come quello del mercato televisivo italiano.
«Non occorre fare sofisticate previsioni oppure ragionamenti burocratici, – afferma Di Stefano intervistato da Carlo Tecce sul Fatto Quotidiano – l’azzeramento del beauty contest non aiuta il pluralismo italiano. L’asta sarà un fiasco: non cambia niente, i piccoli non crescono, i nuovi non entrano, i monopolisti godono. Vi siete chiesti perché Mediaset ha protestato così timidamente?. Facciamo un salto indietro nel tempo. Il famoso beauty contest, che doveva assegnare gratuitamente le frequenze, viene pensato perché l’Europa aveva aperto una procedura d’infrazione (rischio multe milionarie – ndr) che diceva che la Gasparri aveva fatto un disastro ammazzando la concorrenza. Non finisce qui».
«E anche a Bruxelles – aggiunge l’imprenditore – C’era stata pure una sentenza storica che riguardava Europa 7: la Corte di Giustizia europea spiegava che le storture causate con la legge Gasparri andavano sistemate e il mercato finalmente aperto». Nonostante la distorsione della televisione italiana e le sanzioni pendenti dalla Commissione europea il governo di Silvio Berlusconi istituisce il famoso concorso di bellezza, con regali annessi. «L’errore sta in quell’atto sciagurato. – commenta Di Stefano – Mediaset e Rai, i monopolisti, non dovevano partecipare: non potevano. Il beauty contest serviva per le società, italiane o straniere, che potevano rinfrescare un quadro immobile con il Biscione e viale Mazzini a spartirsi ascolti e pubblicità».
Cosa dovrebbe fare allora il governo? Domanda Tecce. «Il premier Mario Monti e il ministro Corrado Passera conoscono benissimo la materia. Sanno perfettamente che una parte di quelle frequenze in gara, fra poco, cioè nel 2015, sono riservate agli operatori telefonici. La soluzione è semplice: Rai e Mediaset non possono iscriversi, le frequenze disponibili vanno a quelli danneggiati come me oppure a quelli che vogliono investire». «Non credo che Telecom Italia Media (La7) o Rai saranno dei giochi. L’unico dubbio forse è Sky, che sarebbe anche l’unico timore di Mediaset. Quando Fedele Confalonieri avrà la certezza che il campo sarà libero, terrà la sua azienda fuori: al Biscione possono interessare nuove frequenze per impedire che vadano la concorrenza, altrimenti può farne a meno».
Nonostante le vibranti e iniziali proteste di Mediaset, il Biscione attende qualcosa. «Questo è l’ennesimo regalo. Confalonieri si finge vittima perché intuisce e spera che le frequenze per la tv sul telefonino (DVB-H -ndr) saranno convertite al digitale terrestre. Identico omaggio per la Rai. – continua Di Stefano -Il rischio c’era anche con il beauty contest, perché ora fanno questa scenata?».
Secondo il patron di Europa 7 HD l’asta per le tv non avrà nessun esito, dato che rimarrà deserta. «Semmai fra chissà quanti anni verranno coinvolti i telefonici. Fra avere più frequenze e misurarsi con la concorrenza, Mediaset preferisce la prima scelta. Anche la Commissione europea ha colpe gravissime. La procedura d’infrazione è stata attivata sei anni fa, sono maestri nel perdere tempo e nel cincischiare. Non dimenticherò facilmente l’ex ministro Paolo Gentiloni che difesa le legge Gasparri a Bruxelles. La Commissione per la concorrenza non ha più alibi».
Domanda finale di Tecce. Europa 7 farà l’asta? «Non ci penso nemmeno, faremo i nostri ricorsi. Noi avevamo vinto il beauty contest, ci avevano messo in un lotto vuoto perché in Italia neppure tentano di fare televisioni. Mi dispiace perché l’ultimo treno è passato, e il mercato televisivo italiano sarà sempre lontano dai principi di un paese europeo: la concorrenza ce la sogniamo».
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Asta Frequenze, Sassano: “Rai e Mediaset non sono sulla stessa barca”
«Ha ragione Corrado Passera: per come stanno le cose al momento Rai e Mediaset possono partecipare all’asta, ma non è detto che facciano le stesse scelte perché sono in posizioni diverse». Così Antonio Sassano, tra i massimi esperti italiani di frequenze televisive, delinea con l’ANSA i possibili scenari legati alla nuova asta.
Secondo l’ingegnere e professore alla Sapienza di Roma, come affermato dal ministro dello Sviluppo Economico, l’articolato messo a punto dal governo non presenta ostacoli alla partecipazione di nessun operatore italiano. «Il limite antitrust europeo è fissato a cinque multiplex per il digitale terrestre – spiega Sassano -, Rai e Mediaset sono a quota quattro multiplex. In più, ne hanno uno a testa per altri tipi di trasmissioni. Se chiedessero la conversione di questi ultimi multiplex (da DVB-H a DVB-T – ndr) prima della gara, raggiungerebbero il limite e non potrebbero partecipare. Però è facoltà, non obbligo del Ministero concedere la trasformazione, anche se per motivi tecnici ritengo che dovrebbe concederla. Inoltre mi pare difficile che tale conversione avvenga prima della gara, che deve essere indetta entro 120 giorni».
«In ogni modo – prosegue il professore – il limite era già previsto nell’ambito del beauty contest ed è stato benedetto due volte dall’Ue. Bisogna poi ricordare che siamo sotto procedura d’infrazione europea, perché abbiamo dato troppo spazio agli incumbent». Secondo Sassano, però, Mediaset e Rai potrebbero seguire strade differenti, perché la prima ha il DVB-H, per la trasmissione (ormai obsoleta) su videofonini, mentre la Rai il DVB-T2, per il digitale terrestre di nuova generazione.
«Mediaset – spiega Sassano – ha un canale di alta qualità e quindi potrebbe optare per la sua conversione, evitando esborsi legati alla gara. La principale preoccupazione di Mediaset è non poter arrivare a sei multiplex». «La Rai – prosegue – ha invece ottenuto il canale 11 (in banda VHF – ndr) per la sperimentazione del nuovo standard del digitale terrestre, che non consente una buona copertura nazionale e ha problemi di interferenza. Potrebbe quindi preferire partecipare alla gara, prendere una buona frequenza ed eventualmente restituire il canale 11. O meglio tenerlo, anche alla luce dell’adeguamento dei televisori alla nuova tecnologia previsto (dal 2015 – ndr) nella normativa messa a punto dal governo».
Per Sassano l’introito dall’asta di 1,2 miliardi ipotizzato da Mediobanca «é realizzabile solo se parteciperanno le aziende di tlc». «Il successo della gara dipenderà molto dalle regole che deciderà l’Agcom – spiega -, a partire dalla divisione dei lotti, dal tempo di assegnazione delle frequenze e dallo spazio concesso alle tlc. Occorre anche tenere conto degli interessi degli italiani: visto l’alto numero di multiplex per la tv che c’é in Italia, potrebbe essere molto più utile destinare le frequenze alla banda larga».
L’ingegnere non esclude la partecipazione di soggetti stranieri all’asta, ma precisa che «anche in questo caso molto dipenderà da quello che deciderà l’Agcom». «Il governo ha previsto che alla gara potranno partecipare solo operatori di rete e non i fornitori di contenuti – prosegue Sassano -. Questa separazione verticale è un’ottima cosa, ma penso che non dovrebbe necessariamente coincidere con la separazione proprietaria, perché in Italia le aziende sono integrate e quindi finirebbero con l’essere escluse. In Europa, invece, ci sono operatori di rete come la francese Tdf, l’inglese Arqiva e la spagnola Abertis, che sarebbero gli unici a poter partecipare». (ANSA)
Mediaset e Pdl: su asta frequenze questione non è chiusa
Nel giorno della fondamentale assemblea degli azionisti di Mediaset, chiamata ad approvare i claudicanti conti 2011, il presidente Fedele Confalonieri ritorna sull’argomento (caldissimo) frequenze tv. «La polemica sulla gratuità delle frequenze è strumentale. Calendario alla mano è iniziata alla fine dell’estate proprio mentre era alle battute finali la procedura di assegnazione delle frequenze in Beauty Contest».
Il numero uno del Biscione aggiunge che la questione e l’accesa polemica politica «è esplosa dopo che Sky ha annunciato il suo ritiro dalla gara. Diciamolo ancora una volta, per amor di verità, non per amor di tesi. Il Beauty Contest gratuito è la formula utilizzata in gran parte degli altri paesi europei. Era una procedura legale e condivisa dall’Europa. Mediaset le sue frequenze le ha pagate tutte, anche quella DVB-H (la tv mobile – ndr), oggi all’onore delle cronache con ennesimo regalo. Contro la sospensione del Beauty Contest abbiamo fatto ricorso. Il ministro Passera ha annunciato un decreto per procedere ad un’asta economica».
«C’è stata un po’ di demagogia – continua Confalonieri – : far pagare alle ricche televisioni le frequenze anzichè diminuire i redditi dei cittadini con nuove tasse. Come sappiamo tra le due cose non vi è relazione. Le tasse sono aumentate e siamo proprio sicuri che l’asta produrrà introiti significativi per lo Stato? Parteciperemo? Ancora non possiamo dirlo. Vedremo la disciplina dell’asta che farà Agcom». «Possiamo però fin da ora – conclude Confalonieri – prevedere che neanche l’asta metterà fine alle polemiche sui regali, a meno che a Mediaset non venga ingiustamente impedito di partecipare. Siate sicuri che andremo comunque avanti per difendere i nostri diritti».
Il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, è logicamente dello stessa parte della barricata. «La questione che riguarda l’asta sulle frequenze tv non può considerarsi chiusa. - ha affermato – E’ evidente – ha osservato ai microfoni di Tgcom24 – che in un’economia globale i finanziamenti vanno dove possono fruttare e una condizione è la certezza del diritto. Un investitore va in un Paese dove conosce le regole e sa che queste non possono essere modificate da un momento all’altro. Sul Beauty Contest non si tratta di un braccio di ferro, quella era una gara che presupponeva per chi aveva deciso di prendervi parte investimenti e contenuti. Ora è molto importante che coloro che si erano preparati per la gara non vengano messi da parte. Questa realtà di tutela del diritto e dei diritti acquisiti è stata in parte vanificata con una violazione dello stato di diritto. C’è bisogno di certezza di diritto per poter garantire un non utilizzo strumentale. Spero che la questione non si chiuda così perché sarebbe una perdita un operatore piuttosto che un altro, ma per il Paese».
Fonti: TMNews | MF-DJ
Asta frequenze: separare Tv da Reti aprirà il mercato
Il dado è tratto. Anzi l’asta per le frequenze tv. In seguito all’annullamento del famigerato Beauty Contest e alla disposizione dell’emendamento che porterà a una nuova gara, il governo ha deciso di mettere in vendita i canali. E mentre scoppiano le polemiche e le conseguenti schermaglie tra Pd e Pdl, la patata bollente passa nelle mani dell’Agcom di Corrado Calabrò che avrà il compito di scrivere il bando e il disciplinare dell’asta onerosa entro 4 soli mesi. Inoltre la scadenza dell’attuale mandato Agcom previsto a metà maggio procrastinerà probabilmente la definizione delle suddette regole al Consiglio successivo.
L’esecutivo tecnico ha emanato il provvedimento per valorizzare una risorsa pubblica, lo spettro, in un momento in cui tutto il Paese è costretto (purtroppo) a compiere sacrifici; per promuovere la modernizzazione delle telecomunicazioni e la diffusione della Banda Larga Mobile, in linea con l’Agenda Digitale europea; ma soprattutto per aumentare il pluralismo e la trasparenza del settore televisivo.
Ma se il governo Monti è veramente intenzionato ad aprire il mercato tv italiano, oppresso da troppi anni dal duopolio Rai-Mediaset, e ha la volontà di far cancellare la procedura di infrazione Ue aperta nel 2006, avrà l’obbligo di indire un’asta (o due gare) attuando “la separazione verticale tra i fornitori di programmi e gli operatori di rete, che dovranno consentire l’accesso ai fornitori di programmi a condizioni eque e non discriminatorie” (cita il testo del governo).
Il guaio è che, anche in questo campo, l’Italia è «diversa». Mentre in altri Paesi europei ci sono aziende che si occupano solo di gestire le reti (l’Inghilterra ha Arqiva, la Francia Tdf, la Spagna Abertis, per fare solo tre esempi), in Italia le televisioni posseggono sia le infrastrutture che i programmi: Fininvest controlla l’azienda maggiore (Elettronica Industriale, che ha appena inglobato DMT) e Rai possiede RaiWay. Per non dire di Telecom Italia Media (con TIMB) e di altri. Sono tutti «integrati verticalmente».
L’anomalia del mercato tv del Bel Paese potrebbe costringere l’Agcom a ideare una gara «permissiva» con tutti gli operatori, negando però quella separazione verticale che potrebbe essere un primo passo per l’apertura alla concorrenza. Una seconda soluzione (descritta da Edoardo Segantini su Il Corriere della Sera) sarebbe al contrario limitare la gara agli operatori di rete «puri», cioè agli stranieri, ma è una strada difficile persino da immaginare. Perché presupporrebbe che sia Fininvest che Rai venissero forzati alla separazione proprietaria, cioè a vendere in tutto o in parte la società che gestisce le infrastrutture. Una strada intermedia e ragionevole potrebbe essere quella di fare come nelle telecomunicazioni, prima in Inghilterra (con Open Reach) e poi in Italia (con Open Access), dove si è creata una separazione soltanto societaria (non di proprietà), per forzare l’ex monopolista ad affittare la propria rete a tutti i concorrenti a condizioni uguali, senza privilegiare, con trucchi o trucchetti, la propria «casa madre».
La nuova Autorità per le comunicazioni in ogni modo si ritroverà in mano una pratica davvero complicata, ma avrà anche la chance di dimostrare che l’aggettivo «nuova» non è usurpato. Purtroppo nel Paese dei Cachi il Consiglio Agcom (Authority teoricamente indipendente) viene nominato dai partiti politici (8 consiglieri dalla Camera e 8 dal Senato) e dalla Presidenza del Consiglio che elegge il presidente.
Fonte: Il Corriere della Sera
Asta Frequenze: Commissione Ue approva la nuova gara
La Commissione europea dà luce verde alla decisione del governo tecnico di cancellare il cosiddetto Beauty Contest per l’assegnazione delle frequenze tv, sostituendolo con un’asta onerosa. Lo dice in una nota il commissario Ue alla Concorrenza Joaquin Almunia aprendo la strada alla chiusura della procedura di infrazione aperta nei confronti dell’Italia nel 2006 a causa dell’evidente distorsione del mercato televisivo nostrano dominato da Rai e Mediaset.
«La Commissione accoglie favorevolmente l’annuncio del governo italiano in merito all’effettuazione di un’asta per l’assegnazione delle frequenze televisive digitali. Questa nuova proposta dovrebbe contribuire a un uso efficiente dello spettro e allo stesso tempo promuovere la concorrenza nel mercato italiano della diffusione televisiva, in virtù del trattamento preferenziale riservato ai nuovi entranti», ha commentato Almunia. Quanto alla procedura d’infrazione avviata nel 2006, Bruxelles «collaborerà con le autorità italiane per definire i dettagli della nuova procedura, in modo che siano pienamente superati i problemi derivanti dalle precedenti assegnazioni di frequenze televisive digitali», precisa il commissiario.
Di tutt’altro parere è invece il Pdl. «Fatto gravissimo, un grande pasticcio – dice l’ex ministro allo Sviluppo Paolo Romani -. Ne parleremo al vertice di maggioranza a Palazzo Chigi». Le accuse del partito delle libertà (di Mediaset) sono scattate non appena in Commissione Finanze si è scoperto che il provvedimento annulla beauty contest prevede un tetto “(il “cap”) al numero di multiplex consentito (in tutto 5). Romani ha accusato il ministro Passera di non essere stato ai patti e di aver consegnato un testo diverso “da quanto concordato“, e il suo partito ha votato contro. Ma poi a votazione conclusa ha confessato che il Pdl «con senso di responsabilità non farà opposizione all’emendamento».
In risposta Paolo Gentiloni (Pd) ha commentato: «Non capisco le ragioni del dietrofront del Pdl che ha votato contro senza neanche presentare subemendamenti. Non vorrei che si aspettassero un’asta col trucco. Il tetto massimo di cinque frequenze per ciascun detentore di multiplex è stato fissato d’intesa con l’Ue nel bando per il beauty contest. Il Pdl sperava invece che il tetto antitrust si perdesse per strada, consentendo magari a Mediaset di passare dagli attuali quattro multiplex non a cinque, ma addirittura a sei o sette? Così non poteva essere, ovviamente, non sarebbe concepibile neanche per l’Ue un’asta che moltiplicasse senza limiti le posizioni dominanti. E bene ha fatto il governo a non subire i ricatti», ha concluso Gentiloni.
Fonti: Ansa | ASCA | corrierecomunicazioni.it | Reuters























