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Mediaset: il cliente Premium rende di più. Dagli USA arriva un nuovo competitor

17 gen 2013 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Discussione, La verità sul digitale, News, Tv digitale terrestre
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Si fa caldo il fronte televisivo. Se alcune partite importanti sono state per il momento congelate (Sky-Espresso, vendita di TI Media, e la ricerca di un partner per il digitale di Cologno Monzese), il mercato pare aprirsi timidamente alla concorrenza, e Mediaset sta preparando il bilancio 2012 della controllata Premium.

La pay-tv digitale del Biscione, secondo quanto descritto oggi da MF-Milano Finanza, dovrebbe chiudere l’anno con risultati ritenuti soddisfacenti, soprattutto se si considera il forte impatto che sta avendo la recessione sulla pubblicità e le nuove sottoscrizioni: i ricavi di Mediaset Premium dovrebbero mantenersi intorno a quelli del 2011, quando furono 615 milioni di euro, ma è dalla fidelizzazione degli utenti che arriveranno buone notizie. L’incasso medio per abbonato (Arpu) registrerà infatti un aumento del 12% nel dicembre 2012 rispetto al dicembre 2011 e in crescita sono, a consuntivo, anche gli abbonati che saliranno di 62 mila unità nel secondo semestre 2012 (da luglio a dicembre).

Non è evidentemente un quadro tutto roseo, visto che il rosso dovrebbe aggirarsi intorno a 90 milioni, come previsto, ma la perdita viene considerata fisiologica, dopo la gelata del 2011-2012, e recuperabile nel bilancio complessivo del Biscione, visto che i costi per la start-up televisiva digitale sono stati di fatto inglobati negli investimenti che la televisione guidata da Fedele Confalonieri avrebbe dovuto sostenere comunque per l’attività tradizionale.

Ma i pericoli per Mediaset arriva anche da Oltreoceano. Un nuovo e alquanto robusto nemico è pronto a sfi dare la leadership del Biscione sul digitale terrestre e sulla raccolta pubblicitaria. Si tratta del big Usa Discovery Channel, che con l’acquisizione della romana Switchover Media per 40 milioni è divenuto il terzo broadcaster italiano con il 5,1% di share complessivo grazie a canali di nicchia ma di successo quali Real Time, DMax, Giallo, Focus, Frisbee e K2. Questi ultimi due sono le spine nel fianco sul digitale gratuito dell’offerta kids del gruppo tv di Cologno Monzese (Boing e Cartoonito).

E se ancora la raccolta pubblicitaria del nuovo competitor è limitata a qualche decina di milioni (rispetto ai quasi 2 miliardi di Mediaset), in futuro non è detto che le potenzialità del polo Discovery non fi niscano per emergere. Un altro agguerrito rivale insomma per la famiglia Berlusconi, che da anni deve fronteggiare gli attacchi, sul fronte del business della tv a pagamento, della satellitare Sky Italia di Rupert Murdoch (4,8% di share) che punta molto su sport, cinema e serie tv. Una battaglia che difficilmente Mediaset Premium, l’attività pay del Biscione, riuscirà a vincere visto che dalla sua nascita non è mai riuscita a sfondare.

In questo contesto difficile per tutti i comparti editoriali, dove anche Sky sta fronteggiando un calo degli abbonati (a settembre a 4,8 milioni), il fiore all’occhiello per lo staff di Piersilvio Berlusconi è proprio avere mantenuto tutti i clienti, che dovrebbero appunto attestarsi attorno alla fatidica soglia di 2 milioni (stabili sul 2011), di cui 1,6 milioni attivi con tessera prepagata (in leggero calo sul 2011).

La penetrazione di Premium tra le famiglie italiane è dimostrata, secondo i dati computati a Cologno, dalla crescita degli ascolti Auditel. L’unico canale Premium rilevato da Auditel è Premium Calcio. Le partite domenicali del girone di andata di Serie A nella stagione 2012- 2013 hanno registrato una media di 1,2 milioni di spettatori (share 7.3%) contro 968 mila (share 5.9%) del girone di andata 2011- 2012. Nel 2012, tra gli abbonati, il tasso di abbandono fisiologico è calato rispetto al 2011, mentre la fedeltà sarebbe stata rafforzata dal lancio di Premium Play: il 10% degli abbonati Premium usa infatti l’on-demand con regolarità tutte le settimane e tra loro si registra il tasso di abbandono più basso in assoluto (mentre ogni settimana i clienti Play scelgono anche di acquistare circa 10 mila contenuti in pay per view).

Il leggero incremento dei ricavi Premium 2012 non equilibra il costo crescente dei diritti (soprattutto il calcio) ed è questo uno dei punti dolenti. Quanto alla stasi sulla ricerca del partner (cfr MF-Milano Finanza del 15 gennaio) il ceo di Mediaset, Giuliano Adreani, ha a modo suo confermato: «Noi non cerchiamo nessuno, semmai sono gli altri che cercano noi». Intanto il titolo Mediaset ha perso ieri il 4,43% a 1,75 euro, dopo la grande corsa delle ultime settimane. L’azione ha risentito del downgrade a neutral da overweight da parte di JP Morgan. Gli analisti spiegano che il prezzo dell’azione ha avuto un «rimbalzo spettacolare » negli scorsi tre mesi, nonostante l’outlook difficile per il primo trimestre 2013 e la mancanza di visibilità per il 2013.

Secondo gli esperti ora si dovrebbe prendere profitto e aspettare un miglioramento dell’economia e del mercato pubblicitario prima di iniziare a comprare di nuovo. Alla luce dei dati Auditel su dicembre 2012 e alle recenti mosse di Discovery, ritengono che la concorrenza nella tv in chiaro in Italia stia diventando ancora più aggressiva. Il newsflow, unito alla valutazione relativamente buona di Mediaset, potrebbe portare a prese di profitto. «Dal nostro punto di vista i prossimi mesi continueranno a essere difficili per il mercato pubblicitario nazionale» che vedrà un incremento della frammentazione, commentano gli analisti. «Attendendo qualche novità sulle aste per le frequenze Tv, dal momento che la Commissione Ue non dà ancora il via, segnaliamo che l’operazione di Discovery conferma l’interesse dei gruppi internazionali a investire nel mercato locale», aggiungono gli esperti.

Fonti: ItaliaOggi | MF



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Mediaset: la pay-tv non funziona, servono nuove strategie convergenti

11 dic 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Guerra pay-tv, La verità sul digitale, News, Tv digitale terrestre
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Mediaset manca di strategie e stavolta neanche l’ennesimo ritorno del Cavaliere sarà una soluzione. Stefano Carli su “Affari&Finanza” di Repubblica non usa mezzi termini in merito al più grande gruppo televisivo privato italiano, giudicando “un fuoco di paglia” la fiammata della scorsa settimana, quando il titolo aveva riguadagnato il 10% perdendo poi tutto in un giorno. Nell’asset sul quale aveva puntato di più, la pay-tv Mediaset Premium, il Biscione sta iniziando a tagliare sui diritti e ha smesso di far guerra a Sky rinunciando di fatto alla parte alta del mercato; ma anche su quella bassa sono in arrivo pericolosissimi concorrenti It-Media, come Amazon Tv, con la banda larga che va verso il 10% di share nel 2014.

La storia di Premium infatti è sempre stata un’affannosa rincorsa per raggiungere la tv satellitare di Rupert Murdoch: dalla pay-per-view all’abbonamento sino all’offerta sulla piattaforma Internet e mobile, il Biscione a cercato di fronteggiare lo strapotere di Sky, anche con mosse a dir poco scorrette. Oggi Mediaset può contare però su 3 milioni di utenti pay, ma solo 2 milioni di abbonati (contro i 4,8 di Sky) sui quali poter costruire un’offerta e calcolare budget per acquisire diritti, l’ultimo milione sono le residue carte prepagate che andranno a scomparire. Sta di fatto che Premium ancora oggi produce perdite. Nel 2011 ha registrato 70 milioni di perdite, e secondo alcuni rumors di stampa, le perdite potenziali accumulate dal settore della pay-tv sarebbero intorno a 270 milioni di euro. Una strategia di recupero di sostenibilità dell’asset c’è ed è in corso, ed è stato avviata la ricerca di un partner industriale. Ma il problema è che non si sa se e quando darà risultati. E’ una corsa contro il tempo perché il resto del mercato non sta fermo e soprattutto si profila l’invasione dei big della Rete , i cosiddetti Over The Top.

Mercoledì scorso Netflix ha siglato un’intesa con Disney per la distribuzione dei suoi contenuti. E si intensificano le voci che vogliono entro la prima metà del prossimo anno lo sbarco anche in Italia di una Amazon Tv, anche se da Amazon Italia non trapela nulla. Se i giganti della Rete iniziano a fare incetta di diritti di film e serie tv da distribuire via banda larga la partita si fa dura, afferma Carli. Ma nel nostro paese dei cachi, afflitto dal grave morbo del digital divide, lo sbarco dei colossi di Internet non sarà così semplice.

Nel frattempo Mediaset continua la sua politica di tagli. Nelle scorse settimane ha ridiscusso con due delle grandi major, Universal e Warner, i contratti in essere, rinunciando all’esclusiva di un buon numero di contenuti di pregio in cambio di una riduzione della quota di diritti da versare. E già prima era stata siglata una tregua bilaterale con il nemico Sky con lo scambio reciproco di partite delle coppe europee di calcio. Il mercato della tv a pagamento sta attraversando una fase estremamente “liquida”: cala la pubblicità, ma cala anche la stessa pay-tv. «Il 2012 si sta rivelando un anno davvero nero – spiega Augusto Preta, direttore di It Media Consulting, che ha appena concluso il suo ultimo report sul Mercato Televisivo in Italia, con le previsioni fino al 2014 – Mediaset e Rai assieme hanno perso in un anno 450 milioni di ricavi. Ma anche Sky è arretrata, seppure di 25 milioni. E anche questo dato nasconde a sua volta l’azione di fattori contrastanti: la pay di Sky è infatti arretrata di oltre 40 milioni in termini di ricavi, più per effetto del calo dei prezzi (minore Arpu) che della perdita di utenti. Ma una metà di quella perdita è stata compensata dalla pubblicità».

Insomma, Mediaset e Rai perdono spot mentre il resto del mercato invece cresce. Sarà pure una crescita lenta, con numeri ancora relativamente piccoli, ma il lavoro ai fianchi del vecchio duopolio procede incessante e guadagna terreno. Continua a crescere La7, anche se più lentamente. E crescono soprattutto i nuovi canali digitali: è dunque una crisi selettiva. E’ in questa situazione di incertezza che i protagonisti del mercato stanno cercando nuove soluzioni. Anche in questo caso è Sky a manifestare le scelte più innovative. E proprio in tema di distribuzione via Web. In casa Murdoch si sta iniziando a mettere Internet in primo piano e non solo come complemento dell’offerta maggiore, via satellite. Per ora solo in Gran Bretagna, nel laboratorio BSkyB si possono adesso comprare i programmi di Sky via Internet, per vederli su tablet, smartphone e pc anche se non si ha un abbonamento tradizionale. Una formula a cui Sky Italia smentisce di pensare («Business model troppo diversi rispetto all’Inghilterra »), dato l’alto divario digitale tecnologico e culturale del paese.

Seguendo le cifre dell’analisi di It Media la novità emerge con chiarezza. «Al 2014 l’andamento del mercato della pay-tv in Italia mostra tendenze apparentemente contrastanti – spiega ancora Preta – I ricavi da pay su satellite, quindi Sky, saranno in calo di quasi 50 milioni; quelli della pay terrestre, ossia Mediaset Premium, saranno cresciuti di 100 milioni, che in questo caso valgono relativamente molto di più perché rappresentano un incremento del 20%. Ma i numeri vanno letti. E se i 50 milioni in meno di Sky sono poca cosa rispetto a una base di 2,4 miliardi (peraltro compensati da altri ricavi), i 100 in più di Mediaset rappresentano l’arrivo a regime di un Arpu più vicino all’attuale livello base dell’abbonamento di 24 euro al mese al netto di ogni tipo di promozioni e sconti. Incrociando i dati, questo vuol dire che le prospettive di qui a due anni prevedono che Sky dovrebbe riuscire a mantenere la sua redditività media mensile per abbonato attorno ai 40 euro, e quindi continuare a navigare in acque relativamente tranquille. Mediaset, una volta portato l’Arpu attorno ai 20 euro, potrebbe iniziare a coprire i costi. Ma il ritorno degli investimenti è ancora lontano». Di crescere dunque non se ne parla. Almeno sul livello alto del mercato. Ma possono esserci altre strade. C’è chi è fermamente convinto che ci sia spazio, anche in Italia, per un’offerta di contenuti video tra gli 8 e i 12 euro al mese: niente eventi, niente dirette, una programmazione ragionata tra un palinsesto on demand e la coda lunga di un catalogo da distribuire in pay-per-view, grazie alla banda larga, alle tv connesse e, in misura decrescente, ai decoder.

Secondo le stime di It Media è un mercato che si svilupperà a partire dalla fine del prossimo anno e che quasi triplicherà il suo volume in dodici mesi, arrivando a fine 2014 attorno ai 200 milioni. E’ su questo mercato che puntano già oggi la Cubovision di Telecom e la Chili Tv di Stefano Parisi. Ma è su questo stesso mercato che arriverà Amazon Tv e, quando deciderà di scendere dall’Inghilterra al sud Europa, la stessa Netflix. La sfida di Mediaset è capire in quale parte del mercato vuole collocarsi. E deve farlo in fretta per evitare la marginalizzazione. L’amico Tarak Ben Ammar ha smentito il presunto interessamento su Premium. E non ha  contato (almeno sul titolo in Borsa) nemmeno la ridiscesa in campo di Silvio Berlusconi.

Fonte: Affari&Finanza La Repubblica



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2012

Il Biscione, gli ascolti in calo e il post berlusconismo (2)

09 apr 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in News Tv Digital Divide
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Programmi flop, audience in calo, la grana Fede… Ora Mediaset deve fare i conti con il post berlusconismo. E soffre

Esperti, vip del settore e illustri ex concordano sul fatto che il punto debole di Mediaset è la programmazione. La linfa creativa sembra esaurita. Tolti i successi recenti di “Italia’s got talent” e di Giorgio Panariello, il prime time e il preserale dei canali berlusconiani sono un misto di flop (“Stasera che sera”, “Baila!”, “Muzik show”), attempati ma pur validi fuoriclasse (“Zelig”, “Scherzi a parte”, “Le iene”, “Striscia la notizia”) e pugili suonati come il “Grande fratello”. Domenica scorsa, la finale del Gf numero 12 (diconsi dodici) è stata strapazzata dalla fiction pre-pasquale “Maria di Nazaret” su RaiUno con il risultato di 7 milioni di spettatori a 4, pari a un mediocre 20% di share.

«Siamo consapevoli che il prodotto va rivisto», ha commentato Paolo Bassetti di Endemol. Proprio martedì 3 è stata rivista anche la logica dell’investimento fatto da Mediaset in Endemol con la decisione di uscire del tutto dalla società di produzione oggetto di una ristrutturazione da oltre 2 miliardi. Poi è anche vero che salvo lo scontro con Sky, vicina alla soglia della doppia cifra di audience con 9,51 di share ottenuto lo scorso marzo, in tv vige una concorrenza sui generis. “Maria di Nazaret” è prodotta da Rai Fiction, un’azienda ancora in mano al Pdl, dalla Luxvide controllata dalla famiglia Bernabei e da un amico di Silvio come Tarak Ben Ammar, e da Telecinco Cinema del gruppo Mediaset.

Ma non è sempre Pasqua. Il largo consumo, che è stato sempre la forza delle reti Fininvest, è in recessione. Come spiega un noto anchorman: «È la stessa crisi dei giornali free-press. Il loro pubblico spende così poco che non vale la pena fare inserzioni. Qui non si comprano più neppure i materassi e uno che vende cashmere non investe su un programma per scemi». Le difficoltà dell’economia e il bisogno di fare soldi in fretta per non finire in croce nei report degli analisti finanziari fa sì che si investa relativamente poco in creatività e nelle altre professioni della tv. Il grosso dei soldi, e Mediaset ne spende tanti, finisce in tasca alle star, sempre più sovraesposte, e ai format che hanno già avuto successo in altri paesi. Insomma, si preferisce ingaggiare il campione alla Zlatan Ibrahimovic invece di lavorare sul vivaio.

«Il bacino di creatività esiste», dice un produttore che lavora con Mediaset e con la Rai, «ma non viene attivato. Le reti generaliste hanno un’attitudine molto conservativa e la vivacità si esprime molto di più attraverso Internet, anche se lì ancora mancano i razionali economici che consentano di tradurre i contatti in denaro». Altre difficoltà arrivano dal settore all news di TgCom24, partito lo scorso 28 novembre con una struttura di costi molto pesante e ricavi bassi, e da Mediaset Premium. La piattaforma pay diffusa su digitale terrestre ha superato il mezzo miliardo di euro di fatturato ma ha un risultato operativo 2011 in rosso per quasi 70 milioni di euro dopo un 2010 in sostanziale pareggio. Anche qui i costi sono condizionati dal rialzo continuo dei diritti per le partite di calcio.

È un caso da manuale di come il conflitto di interessi possa avere un effetto Tafazzi, con Berlusconi proprietario del Milan che tira il collo a Berlusconi azionista di Mediaset. D’altra parte, Premium è nata per contrastare l’espansione di Sky Italia, come ha dichiarato Adreani al “Sole 24 ore”. Ma i 2 milioni di abbonati del network non bastano a fare quadrare i conti. Un arricchimento dei contenuti è in programma, ma comporterà un aggravio dei costi. Non c’è altra strada per conquistare quella che il marketing orrendamente definisce “fascia aspirazionale”, gli esigentissimi paganti che vogliono vedere la finale di Champions League in alta definizione sull’iPad alla fermata dei taxi o nella lounge di un aeroporto.

Il futuro di un mercato cresciuto fino a 8,7 miliardi di euro dipende da loro, dall’Hd, dalla banda larga, dal Web e sempre meno dalla tv gratis, che nel 2003 valeva oltre quattro quinti del mercato e oggi meno di due terzi (62,9%). Se i ricavi della televisione sono in crescita il merito è di clienti molto diversi dallo zoccolo duro della platea berlusconiana, invecchiato, impoverito e annoiato dalla miliardesima replica di “Walker Texas Ranger”. Chuck Norris e Silvio, due eroi di altri tempi.

Fonte: L’Espresso del 12 aprile 2012.

Torna all’inizio dell’articolo: Il Biscione, gli ascolti in calo e il post berlusconismo (1)


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2012

Il Biscione, gli ascolti in calo e il post berlusconismo (1)

09 apr 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in La verità sul digitale, News, Tv digitale terrestre
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Da un articolo di Gianfrancesco Turano su L’Espresso del 12 aprile 2012:

Per Mediaset ci vorrebbe un governo tecnico. Il partito-azienda ha generato un’azienda-partito che per anni ha beneficiato di un azionista-premier, di leggi su misura e di un concorrente, la Rai, tenuto in ostaggio. Dopo lo sfratto del Cavaliere dagli studios di palazzo Chigi, l’elettore-spettatore-azionista ha tagliato la corda. Il 2011 è stato l’anno più triste per la triade dei canali generalisti targati Fininvest. Canale 5, Retequattro e Italia Uno hanno chiuso con uno share giornaliero del 32,1% contro il 35,2 del 2010 e il 44 percento del 2003, quando l’ammiraglia Canale 5 valeva da sola più del 30.

Il primo trimestre 2012 è in ulteriore ribasso, con un 30,62% complessivo per le tre reti principali del gruppo Fininvest. Certo, la tv generalista sconta l’arrivo del digitale. Ma anche includendo gli spettatori del Dtt, i conti non tornano. La crisi è di sistema e Mediaset non fa più eccezione. Nel 2012 l’insieme dei canali generalisti di Mediaset, Rai e La7 è sceso per la prima volta sotto la soglia del 70% (69,81%). Sembra un secolo quando la tv tradizionale corrispondeva al 91% dell’Auditel. Invece era nove anni fa. Ci sono voluti sei anni per scendere sotto il muro dell’80% e poco più di due per andare sotto il 70.

L’emorragia cresce in progressione geometrica. Nel triangolo d’oro tra Cologno Monzese, Segrate e Arcore striscia la depressione e la notizia è il processo sommario a Emilio Fede. Brutto segno quando si licenzia così una bandiera, il Paolo Maldini del Biscione con vent’anni al servizio della maglia. Ma Silvio Berlusconi – Maldini docet – sa essere spietato con chi fa di testa sua. E se persino il profeta del Tg4, sodale di bunga bunga, di cene da Giannino e di interviste beatificanti, è finito al muro, figurarsi quanto rischiano gli altri.

Il messaggio, insomma, è chiaro: credere, obbedire, combattere. Un Cavaliere sempre più lontano dalla politica vuole rifondare Mediaset, il cuore del suo impero minacciato dalle tribù pigmee del digitale, dallo tsunami del Web e da presenze barbariche come Rupert Murdoch, lo Squalo di Sky. [...] Impossibile rivivere l’età dell’oro. Ma un’inversione di rotta s’impone dopo anni in cui l’ambizione politica del proprietario ha intaccato le capacità creative di Mediaset e il blitz con decreto legge ha sostituito la logica industriale. Su questo concordano quelli che hanno lavorato e lavorano per il Biscione, due categorie che hanno scelto di parlare con “l’Espresso” sotto garanzia di anonimato, un po’ per eleganza e un po’ per non finire fuori rosa come l’ex direttore del Tg4 oppure ceduti a un altro club come Cristina Parodi, passata dal Tg5 a La7 sulle orme della sorella Benedetta.

Ogni prospettiva di rilancio passa dallo scrigno di Mediaset, ossia dagli spot di Publitalia, la macchina da guerra creata nel 1980 sotto la guida di Marcello Dell’Utri e oggi in mano a Giuliano Adreani, amministratore delegato anche di Mediaset. Dallo scorso novembre, quando Berlusconi si è dimesso dalla guida del governo, le tre reti generaliste hanno perso circa il 10% della raccolta. Nel 2011 Mediaset ha segnato a consuntivo 2,66 miliardi di ricavi pubblicitari lordi (quasi due terzi del mercato pubblicitario tv) e 2,4 miliardi al netto degli sconti di agenzia. Gli incassi sono scesi di 130 milioni di euro rispetto al 2010 con una flessione del 4,5% sui ricavi lordi e del 5,1% sui ricavi netti. Sono entrambe perdite superiori a quelle del mercato nazionale che, tolta Mediaset, è in calo del 4,2% nel 2011. La fatica di portare a casa questo risultato è ancora più evidente se si considera che Mediaset, secondo stime della Nielsen, ha aumentato del 26% l’offerta di spot sulle sue reti dal 2010 al 2011.

A Cologno Monzese sottolineano che, in termini di audience complessiva fra canali generalisti e digitale terrestre, c’è una buona tenuta soprattutto nel prime time, quello che consente gli incassi maggiori. Il grosso degli spot venduti al Biscione finisce infatti sui canali generalisti. L’insieme dei canali dtt e della pay-tv Mediaset Premium non raggiunge i 200 milioni di ricavi pubblicitari sui 2,66 miliardi complessivi. In altre parole, per ogni punto di audience che Mediaset perde sulle tre reti principali vanno in fumo circa 76 milioni di euro di spot. Nei primi tre mesi del 2012, con il calo dello share totale di Canale 5, Retequattro e Italia Uno dell’1,5%, i minori ricavi pubblicitari dovrebbero aggirarsi intorno ai 110 milioni. Non bene, soprattutto per gli analisti di Borsa che con i loro report mettono sotto pressione il management del Biscione. Di recente, ogni previsione al ribasso si è rivelata ottimistica. Per esempio, quella fatta da Mediobanca (partecipata da Fininvest) che a fine 2011 stimava utili netti Mediaset per 256 milioni di euro. Alla fine, sono stati 176, la metà dell’anno precedente.

Continua a leggere l’articolo : Il Biscione, gli ascolti in calo e il post berlusconismo (2)


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2012

Mediaset, la crisi e il digital divide del mercato tv

01 apr 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in Digital divide, La verità sul digitale, News, Tv digitale terrestre
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Da un articolo di Alessandro Penati su La Repubblica del 31 aprile 2012:

I governi Berlusconi hanno favorito Mediaset in tutti i modi. Inutile argomentarlo tanto è ovvio. L’andamento del titolo rispetto a Piazza Affari ha così seguito le fortune politiche del suo padrone: in salita all’inizio di ogni mandato; in discesa alla fine. Il grafico però mostra anche una crescente disaffezione del mercato, da un decennio in qua, nei confronti di Mediaset, che ha perso il 60% rispetto all’indice.

Un trend al ribasso dovuto alle difficoltà dei media tradizionali nell’era di internet, ma soprattutto a una serie di errori gestionali. Con un +6,2% annuo di fatturato in media negli ultimi dieci, Mediaset ha mantenuto una crescita elevata in un paese stagnante, e in un settore in declino. Ha giovato il trattamento preferenziale dei Governi Berlusconi; ma la crescita è anche il risultato di notevoli investimenti, che nel decennio hanno assorbito complessivamente 12,5 miliardi dei 16 di cash flow operativo generati dal gruppo. Il resto è andato in dividendi: quasi 4,5 miliardi. Un po’ troppi, vista la cassa disponibile, per cui l’indebitamento è aumentato di 1,5 miliardi.

Mediaset ha investito tanto, ma male: nel decennio, la redditività sul capitale investito è dimezzata, fino all’attuale 6%, insufficiente a remunerare il rischio. Anche i margini operativi si sono dimezzati, dal 23% medio di 10 anni fa, al 12% del 2011: un livello peraltro ancora ragguardevole. Mediaset dunque, come una ricca signora di una nobile casata in declino, rimpiange i fasti del passato e guarda con preoccupazione alle prospettive dei figli.

Ma agli investitori interessano le prospettive: dieci anni fa il capitale di Mediaset valeva in Borsa più di 4 volte il valore contabile, segno che ci si aspettava in futuro una red- ditività superiore al passato; oggi il premio di valutazione si è azzerato. Aspettative razionali, quelle degli investitori. Mediaset rimane aggrappata alla pubblicità televisiva, in un paese dai consumi stagnanti e con lo spettatore medio ultra cinquantenne della tv generalista che invecchia inesorabilmente. E fa dumping delle tariffe pur di accaparrarsi an- che la pubblicità dei media locali.

Di fronte alla concorrenza di Sky, invece di trasformarsi in produttore, vendendole programmi e format dedicati, o farle concorrenza con un satellite proprio (esiste solo l’offerta di canali digitali free su Tivù Sat con la Rai -ndr), ha usato il digitale terrestre per fare la pay tv dei poveri, abbattendo i ricavi per utente. Così, non riesce a remunerare gli ingenti investimenti. E si è ripresa la rete dei ripetitori (acquistando DMT e inglobandola in Elettronica Industriale – ndr), invece di scorporarla completamente per impiegare meglio il capitale.

Non ha compreso l’importanza di Internet (che reputa un luogo alieno dove far causa a chiunque per tutelare invano i propri contenuti- ndr), e non sa ancora come utilizzarla per generare ricavi (il servizo web Premium Play recentemente lanciato sicuramente non li genera). All’estero ha investito solo in Spagna, acquistando più della metà del mercato tv iberico con Mediaset Espana, un paese dalle prospettive peggiori dell’Italia. Ha cercato di entrare con Endemol nella produzione dei contenuti, finendo con un pugno di mosche, dopo un bagno di sangue (Endemol è infatti indebitata di 2,6 miliardi e sarà acquistata dai creditori -ndr).

L’editoria, in Mondadori, va per i fatti propri. E nonostante sia appesantita dal declino dei periodici in Italia, ha investito nei periodici anche in Francia; è mancato pure lei il treno di Internet. Più che le sinergie, forse conta la necessità di dare a ogni figlio un’azienda da gestire. Perso l’ombrello della politica, per Berlusconi è forse arrivato il momento di pensare a fondere Mediaset, Mondadori, e Fininvest, e affidarle a manager capaci. La noia di un futuro da rentier sarebbe forse resa meno pesante dall’accoglienza entusiastica che gli investitori riserverebbero alla decisione.


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Mediaset: cala l’utile netto e la pubblicità nel 2011

21 mar 2012 - di (Matteo Bayre), Pubblicato in News Tv Digital Divide
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Il Cda di Mediaset ha approvato i conti dell’esercizio 2011 che si è chiuso con un utile netto in calo a 176,2 milioni di euro (350 mln in 2010) e un Ebit in contrazione a 374,2 milioni (596,1 mln). I ricavi netti consolidati, spiega una nota, sono inoltre scesi a 3,24 miliardi (3,44 mld), mentre a livello di gruppo, la posizione finanziaria netta è negativa e peggiora a 1,78 miliardi (-1,59 mld in 2010). A fine anno, la generazione di cassa caratteristica era pari a 256,7 milioni (570,6 mln).

La raccolta pubblicitaria di Publitalia sulle reti gratuite Mediaset ha raggiunto i 2,67 miliardi (2,79 mld). La raccolta pubblicitaria complessiva di Publitalia ’80 e Digitalia ’08, comprensiva anche dei canali digitali pay e dei contenuti video distribuiti sul portale web Mediaset.it, è poi calata a 2,77 miliardi (-3,3% a/a). Per quanto riguarda Mediaset Premium, i ricavi da attività caratteristica Premium – vendita carte, ricariche, abbonamenti Easy Pay e raccolta pubblicitaria – sono cresciuti a 615,6 milioni (+14,1%). Sul fronte degli ascolti televisivi, le reti Mediaset con il 38,9% hanno confermato la leadership nazionale nelle 24 ore tra i telespettatori tra 15 e 64 anni (target commerciale). Canale 5 è la rete italiana più seguita nel target commerciale, sia in prima serata (18,8%) sia nelle 24 ore (18,1%).

Il Cda proporrà all’assemblea dei soci la distribuzione di un dividendo di 0,10 euro/azione, con stacco cedola previsto per il 21/5. Per quanto riguarda la pensiola iberica, infine, i ricavi di Mediaset Espana sono saliti a 1,01 miliardi (0,86 mld in 2010), con ricavi pubblicitari lordi migliorati a 971,5 milioni (+22,7% a/a) e utile netto attestato a 110,5 milioni (70,5 mln). Telecinco si conferma inoltre rete spagnola privata più seguita sia in prime time (13,2%) sia nelle 24 ore (14,2%). (MF-DJ)


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