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Copyright: Agcom attuerà la delibera censura-Internet entro maggio
Il presidente dell’Autorità di garanzia per le comunicazioni, Corrado Calabrò, va avanti sul regolamento per il diritto d’autore e adotterà entro la fine del mandato dell’attuale vertice (a metà maggio) il regolamento sul Copyright online. 4 commissari Agcom su 8 glielo chiedono, e il regolamento sarà posto all’odg del Consiglio e sarà adottato. È quanto emerso dall’audizione del presidente presso la Commissione bicamerale sulla Contraffazione e la Pirateria.
Il presidente ha messo in evidenza di aver «auspicato che vedesse la luce un’iniziativa legislativa chiarificatrice e pacificatrice» da parte del Parlamento. «L’abbiamo attesa per mesi – ha detto – non perché fossimo insicuri della nostra competenza o del nostro schema di regolamento, ma per rispetto del Parlamento. Dal fronte parlamentare non è però venuto nulla di organico». Il chiarimento col governo è stato fatto anche per chiarire alcuni aspetti tecnici. Tra questi, per esempio, la competenza dei giudici in relazione alle iniziative adottate dell’Autorità: se cioé il giudizio spetti alla magistratura ordinaria o amministrativa.
A proposito dello schema di regolamento messo a consultazione, Calabrò ha spiegato che «la strada che stiamo cercando di percorrere non prevede alcuna responsabilità preventiva dei fornitori di servizi, coerentemente con quanto previsto dalla direttiva». Il testo messo in consultazione è strutturato su due linee di intervento: «la promozione dell’offerta legale di contenuti digitali e un misurato enforcement del diritto d’autore».
L’associazione Agorà Digitale, che difende il diritto di informazione in Rete, per voce del suo Segretario Luca Nicotra ha dichiarato: «Calabrò oggi ha ritrattato completamente quanto dichiarato la settimana scorsa di fronte ad una convocazione urgente ed ufficiale al Senato. E’ una situazione gravissima, in cui annuncia la volontà di approvare il contestato regolamento censura entro la fine del suo mandato qualsiasi sia la posizione del governo. La settimana scorsa, di fronte alla commissione Parlamentare al Senato di aveva dichiarato “Attenderemo che tale norma veda la luce prima di adottare il regolamento predisposto”. Il contrario di quanto dichiarato oggi».
«Si tratta dell’ennesima grave violazione del rapporto tra Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e Parlamento che ormai compromette definitivamente l’affidabilità e l’indipendenza di tale autorità. – continua Nicotra – Ora è fondamentale che il Parlamento intervenga. Ma è ancora più importante che lo faccia il presidente del Consiglio Mario Monti. E’ necessario un forte segnale di discontinuità da parte del nuovo governo per dimostrare l’indipendenza del governo su una materia cosi’ fondamentale come la libertà di informazione e il diritto d’autore, ridando al Parlamento il compito di guidare una discussione che non può essere semplificata in norme censoree che prevedono rimozioni sommarie di contenuti e oscuramento di siti web. Provvedimenti che porterebbero l’Italia fuori dall’Europa minando le prospettive di apertura del nostro sistema dell’informazione, già agli ultimi posti in Europa per libertà e pluralismo».
Fonti: Ansa | agoradigitale.org
Copyright: l’Agcom e il super-censore del Web
La bozza govenativa sul diritto d’autore online, redatta da Antonio Catricalà, e fatta trapelare ieri dal quotidiano La Stampa, conferma che l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni potrebbe ottenere i super-poteri di censore del web, intervenendo per via amministrativa contro la violazione del Copyright in rete.
Un diritto ampiamente fuori dalle sue competenze che potrebbe disconnettere dalla Rete i siti o addirittura per i colpevoli di downloading illegale, come minaccia di fare (solo alcune volte fa) la contestata legge francese Hadopi. La richiesta di tale norma interpretativa era stata avanzata proprio dal presidente uscente Agcom Calabrò, in occasione della sua audizione al Senato.
Nel articolo 1 del testo si legge: “L’autorità amministrativa avente funzioni di vigilanza di cui agli articoli 14, 15, 16 e 17 del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, è l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Alla predetta Autorità è altresì affidata la risoluzione extragiudiziale delle controversie aventi ad oggetto l’applicazione sulle reti telematiche della legge 22 aprile 1941, n. 633, e successive modificazioni. “ “Entro 30 giorni dall’entrata in vigore della presente legge – prosegue la bozza – l’Autorità adotta un regolamento che disciplina le procedure di notifica e rimozione dei contenuti in qualunque modo resi accessibili in Italia”. Nell’articolo 2 si parla di “disabilitazione dell’accesso al servizio” quale misura primaria, cui fa seguito “solo se possibile” la disabilitazione dell’accesso “ai contenuti resi accessibili in violazione della legge”. L’Authority potrà ordinare la disconnessione da Internet di chi viene scoperto in violazione “nei casi di particolare gravità o di reiterazione delle condotte illecite“. Di contro, Agcom “promuove altresì iniziative atte ad incentivare l’adozione di codici di condotta che disciplinano i rapporti tra i titolari delle opere dell’ingegno e i prestatori di servizi, favorendo l’offerta legale dei contenuti nelle reti di comunicazione elettronica”.
La norma in breve regalerebbe all’Authority i poteri di intervenire sulle violazioni del diritto d’autore online, quello di perseguirle, quello di tentare la risoluzione extragiudiziali delle controversie che ne derivano, quello di disporre sanzioni pecuniarie, ma anche il diritto di occuparsi della disabilitazione dell’accesso al servizio o, solo se possibile, ai contenuti che violano la legge sul diritto d’autore (22 aprile 1941, n. 633). La bozza quindi affida poteri che l’Agcom non dovrebbe avere, e che non hanno le altre Autorità di garanzia, escludendo la competenza dell’autorità giudiziaria in materia che, a detta del commissario Agcom Nicola D’Angelo, «configurerebbe un attacco senza precedenti ai diritti fondamentali, come la libertà di espressione».
I senatori del Pd Luigi Vimercati e Vincenzo Vita attaccano: «Notizie di stampa riportano di una bozza leggina che dovrebbe autorizzare Agcom a occuparsi del diritto d’autore su internet. Una leggina proposta non si sa bene da quale ministro. Ad una prima lettura appare una norma pericolosa che può dar adito ad un taglio fortemente censorio del futuro regolamento sul diritto d’autore. Un impianto che va oltre lo stesso prudente orientamento fin qui manifestato dal presidente Calabrò. Ribadiamo la necessità di una nuova legge di sistema sul diritto d’autore su Internet che riveda quella del 1941. Una nuova norma che si fondi sulla tutela dei diritti legittimi degli autori e sia rispettosa del diritto di libertà di informazione e di espressione dei cittadini sulla rete. Solo a valle dell’approvazione di una legge sarà possibile autorizzare Agcom ad emanare un regolamento ad essa coerente».
Marco Scialdone (responsabile del team legale di Agorà Digitale) : «Si tratta di un vero e proprio capolavoro di pressappochismo giuridico che corre il rischio di vanificare le competenze delle altre autorità di garanzia, da quella della Concorrenza e del Mercato, a quella per la tutela dei dati personali. Non possiamo e non vogliamo credere che un governo tecnico possa adottare una disposizione del genere. Chiediamo a Monti di invertire la rotta e di uscire dalla logica emergenziale che ancora una volta la lobby dell’industria dell’intrattenimento vorrebbe imporre al Paese».
Il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, ha però ribattuto: «Garantisco che la norma non è affatto censoria, non ha niente a che vedere con l’Hadopi francese, non prevede mai in alcuna maniera la disabilitazione, né la disconnessione degli utenti, ma solo la rimozione dei contenuti illegali. Cioè non siano accessibili i siti che li ospitano, se non li tolgono entro un tempo ragionevole». Catricalà però ha anche ammesso che la materia non è di sua competenza, ma del ministro dello Sviluppo Economico, Corrado Passera: «Finché non ho l’ok di Passera la cosiddetta “Norma Catricalà” non esce dal mio computer».
Ma il commento del giurista esperto di copyright su Internet Carlo Blengino dà la dimensione del pasticcio: «Giuridicamente è un delirio -afferma Blengino- A pochi giorni dalle nuove nomine Agcom, una norma “interpretativa” che, per la prima volta nella storia del diritto italiano, mentre “interpreta”, già che c’è, decide anche di abrogare una legge approvata dal Parlamento. Speriamo che la buttino nel cestino».
Fonti: La Stampa | La Repubblica | key4biz.it | corrierecomunicazioni.it
Copyright: Agcom vicina alla decisione finale sul diritto d’autore online
«Dopo due consultazioni pubbliche e un’indagine conoscitiva, se la settimana scorsa avessi portato un testo di Regolamento sarebbe stato quello già approvato dal Consiglio. Sarei venuto a raccontare della decisione presa. Se non l’ho fatto è stato per rispetto verso il Parlamento che mi ha convocato. E’ stato proprio un atto di riguardo verso il Parlamento. Non ci saranno altri schemi, stiamo maturando la decisione finale». E’ questo uno dei passaggi del seguito dell’audizione del presidente dell’Agcom Corrado Calabrò al Senato, sul diritto d’autore su Internet.
«La novità cui ho auspicabilmente collegato l’adozione del regolamento è, come ho detto la volta scorsa, che veda la luce una norma di legge predisposta dalla Presidenza del Consiglio – ha spiegato Calabrò -. Una norma di interpretazione autentica che renda leggibile per tutti, e non solo per i giuristi, il combinato disposto delle norme sulle quali si fonda la nostra legittimazione ad intervenire». Il presidente Agcom ha poi sottolineato che l’art. 21 della Costituzione «si applica anche alla rete», che l’Autorità non ha mai ipotizzato «alcuna forma di censura preventiva» e che «il web amatoriale non è toccato». «Il nostro obiettivo d’azione – ha detto Calabrò – è contrastare la pirateria massiva ed industriale che depaupera l’industria creativa».
«Il presidente Calabrò ha confermato per l’ennesima volta la necessità di una norma interpretativa, che egli stesso avrebbe richiesto al sottosegretario Catricalà, che legittimi il ruolo di Agcom nel disciplinare il diritto d’autore su internet», hanno affermano i senatori del Pd Luigi Vimercati e Vincenzo Vita al termine dell’audizione di Calabrò. «Stando alle parole del presidente dell’Agcom il regolamento è pronto e l’Autorità attende solo la norma del Governo per approvarlo. Neanche questa volta si è riusciti a vedere una bozza del regolamento» commenta l’Associazione Agorà Digitale che chiede al governo «un segno di discontinuità» in materia.
Ma i tempi per approvare ed emanare le disposizioni sul Copyright, sicuramente necessarie ma altrettanto pericolose, si fanno veramente stretti, con il mandato dell’Agcom agli sgoccioli. I senatori Vita e Perduca del Pd invitano infatti l’Autorità a farsi da parte per dare spazio in materia al Parlamento e al nuovo consiglio Agcom. Secondo La Repubblica il disegno di legge sarebbe a cura di Paolo Peluffo, sottosegretario all’Editoria, ma di fatto è stato già redatto (in bozza) da Antonio Catricalà, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio e ex presidente dell’Antitrust. E pare tuttavia che il dl si limiti a dare ad Agcom il potere di regolamentare e poi sorvegliare il fenomeno del diritto d’autore in rete.
Il gioco a nascondino di Calabrò, che non ha ancora presentato un vero e proprio testo di delibera al Parlamento, ispira però dei leciti sospetti sul suo contenuto (sempre se esiste). «Consapevoli che una riforma del diritto d’autore sia necessaria, - afferma Agorà Digitale – riteniamo però che sia essenziale da parte dell’esecutivo esplicitare quanto più possibile l’assenza di un’azione repressiva e lesiva delle libertà di informazione ed espressione che caratterizzano Internet. Per questo, inoltre, – conclude l’Associazione – invitiamo i parlamentari di ogni schieramento a presentare da subito un’interpellanza urgente ai sottosegretari alla presidenza del Consiglio Catricalà e Peluffo, affinchè possano rendere edotti il Parlamento e i cittadini circa i contenuti di detta norma, consentendo altresì al legislatore di partecipare alla realizzazione di una così importante riforma».
Fonti: Ansa | La Repubblica | La Stampa
Copyright: Agcom blocca la direttiva sul diritto d’autore online
La questione è sempre quella: l’equilibrio tra le regole di controllo e la libertà di espressione su Internet. Una problematica che in Italia la politica e le istituizioni hanno provato più volte a risolvere con misure atte ad imbrigliare la grande Rete, in nome della tutela del diritto d’autore, con regole più che censorie. Tutti tentativi andati a vuoto. Ora anche l’Agcom, l’Autorità per le comunicazioni, nonostante gli appelli del settore dell’industria editoriale, getta la spugna dopo oltre un anno di discussione, e rinuncia al regolamento sul diritto d’autore online, cioè sulla tutela del mercato del Copyright.
Roberto Sommella, su MF di stamane, riporta che il Consiglio dell’Agcom non è riuscito a discricarsi sul delicato problema della tutela della proprietà intellettuale online. L’addio alle armi dell’Authority è sancito in una lettera spedita dai principali gruppi del Parlamento a Corrado Calabrò, nella quale si attesta la mancata adozione del regolamento e si rivendica la competenza:
«Nelle ultime settimane Governo e Parlamento hanno più volte dimostrato di aver rimesso in agenda il tema del diritto d’autore con una volontà di giungere finalmente a una riforma strutturale», scrivono Marco Perduca (Radicali), Flavia Perina (Fli), Vincenzo Vita (Pd), e Felice Belisario (Idv). «Diamo volenteri atto all’Agcom di avere sollevato il tema, ed è prorio grazie al lavoro del presidente e dei consiglieri che finalmente emerge la possibilità di un dibattito aperto e complessivo, che solo il Parlamento dovrà tradurre in norme primarie». In pratica i parlamentari chiedono all’Autorità il rispetto dei ruoli e ribadiscono l’esclusiva competenza per la predisposizione delle regole in materia di diritto d’autore online, e affermano nella missiva di «essere soddisfatti per la sospensione dei lavori da parte dell’Agcom su tale delibera, che comuque si sarebbe scontrata con le regole della Commissione europea».
Spetterà quindi al Parlamento legiferare su delle regole di controllo della Rete che accendono discussioni e proteste in tutto il mondo. Ma non si tratta, come afferma Sommella, di lasciare “gratis” i contenuti condivisi su Internet. E non è affatto corretto il concetto che il diritto d’autore sulla Rete non deve essere remunerato. La soluzione, non facile ma possibile, è dietro l’angolo, e implica necessariamente delle perdite per l’industria del Copyright, ma potrebbe pure salvare ed evolvere la stessa ormai fuori dal tempo.
L’Agcom e il Parlamento potrebbero adottare nuove forme di tutela più aperte e libere (ad esempio i Copyleft), ed incentivare nuovi modelli di business, per altro già esistenti, per aiutare il cambiamento nelle industrie discografiche, cinematografiche ed editoriali, che nonostante la forte crisi che subiscono, anche a causa dello scambio illecito di contenuti, rimangono ancorate ai modelli di sviluppo del Novecento. Un’industria ancora imperniata sul concetto di proprietà e di diritti letteralmente vaporizzati dall’evoluzione delle comunicazioni, dalla crescita della condivisione e della cooperazione, dalla libertà di accesso alla conoscenza, e dall’avvento della Società dell’Informazione.
Fonte: MF
Copyright. Commissione Ue porta l’ACTA alla Corte di Giustizia
La Commissione europea ha deciso oggi di portare l’accordo commericiale internazionale ACTA contro la contraffazione e la pirateria informatica alla Corte di giustizia europea per verificarne la compatibilità con le norme europee. «Mi rallegro di poter annunciare che il collegio dei commissari ha appoggiato la mia proposta di portare ACTA alla Corte di giustizia europea per verificare se l’accordo è compatibile con i diritti fondamentali dell’Ue», ha detto il commissario Ue che si occupa del dossier, Karel de Gucht (dopo la rinuncia polemica di Kader Arif), al termine della riunione settimanale della Commissione europea.
La Commissione, su richiesta unanime degli stati membri, ha già firmato l’accordo probabilmente sotto le pressioni dei forti interessi economici. Ma in virtù delle pressanti e numerose proteste che ACTA genera tra i cittadini del vecchio continente, rifiutato ad esempio dai parlamenti di Polonia e Svezia, l’Esecutivo europeo ha deciso di chiedere alla Corte europea «una verifica indipendente della legalità dell’accordo», ha detto de Gucht durante un punto stampa a Bruxelles.
La scellerata disposizione commerciale, costruita segretamente in questi ultimi anni da un nutrito gruppo di multinazionali in 40 paesi nel mondo, potrebbe mettere a rischio le libertà civili online, oltre a condizionare ad esempio il commercio di prodotti “pubblici” come i farmaci generici, equiparando un qualsiasi prodotto contraffatto a un contenuto online “illegale”. Inoltre potrebbe predisporre delle linee guida su come controllare e sanzionare gli ISP e le piattaforme di condivisione online che veicolano o favoriscono il flusso di materiale coperto da Copyright.
L’eurodeputato socialdemocratico britannico David Martin, relatore al Parlamento europeo sull’ACTA, ritiene giusta la decisione della Commissione Ue di adire la Corte di giustizia. «Il commissario Karel de Gutch si è reso conto dei numerosi punti interrogativi dell’accordo», in particolare quelli legati «ai diritti e alla libertà fondamentali del trattato Ue». Martin ha sottolineato che l’Europarlamento «chiede maggiore chiarezza da lungo tempo» e la sentenza della Corte «sarà una buona garanzia per l’impatto sui diritti fondamentali». Intanto, gli eurodeputati continueranno a esaminare l’ACTA, a partire dalla discussione prevista per il 29 febbraio in seno alla commissione per il Commercio internazionale.
Fonti: ANSA | AGI
Libero software in libero Stato (2)

Da un articolo di Alessio Jacona su L’Espresso n.7 16 febbraio 2012 (parte 2):
La digitalizzazione dello Stato promessa dal governo Monti passa dal software libero?
Quello sul software libero insomma è un investimento e quindi per risparmiare domani servono soldi subito, che i responsabili della Pa – in questa fase di crisi – non sanno dove trovare. Un discorso simile a quello che riguarda l’auspicata sparizione della carta, anch’essa prevista dal decreto sulle semplificazioni. A riguardo, Belisario ricorda che in Italia è dal ’99 che si parla di digitalizzazione senza concludere molto: «Ad esempio, sono quasi tre anni che ci portiamo dietro la questione della fatturazione digitale», spiega, «che però non decolla. Anche se, secondo la più prudente delle stime, farebbe risparmiare al Paese 10 miliardi di euro l’anno (3 solo per la pubblica amministrazione)». E così si teme che il passaggio al software libero faccia una fine simile. Anche perché le difficoltà non mancano.
Dice ad esempio Elio Gullo, direttore dei sistemi informativi per Enpals-Inps: «Nel nostro contesto ogni malfunzionamento può risultare in una interruzione di pubblico servizio con gravi ricadute e disagi per l’utenza», spiega. «Come direttore dei sistemi informativi, se qualcosa va storto devo potermi confrontare con un mio pari grado del lato fornitore che risolva il problema e risponda eventualmente dei danni. Se il mio fornitore sono 10 mila sviluppatori sparsi per il mondo, con chi dovrei parlare? Pagare le licenze insomma significa anche comprare garanzie».
Una soluzione ci sarebbe: spiega ancora Nicotra che, «se la Pa stessa si riorganizzasse e mettesse a sistema le competenze delle proprie aziende in-house, potrebbe diventare essa stessa una community di sviluppatori e avere la forza necessaria a garantire affidabilità e continuità dei servizi, interagendo al contempo con le community esterne per creare di fatto un nuovo ecosistema». Un’ipotesi affascinante, ma forse un’utopia in un Paese come il nostro dove, ricorda ancora Gullo, «i due grandi produttori di software della Pa, Consip e Sogei, afferiscono a divisioni diverse del ministero delle Finanze e, al momento non parlano tra loro. Figuriamoci se possono collaborare e fare sistema assieme».
Un peccato, perché l’open source non è solo una faccenda di tasche piene o vuote, ma di lungimiranza e di etica: per Renzo Davoli, presidente dell’Associazione italiana software libero (Assoli), «lo scopo primario di una pubblica amministrazione è erogare servizi efficienti ai cittadini con costi quanto più contenuti possibile, senza per questo dover sottostare ai ricatti e farsi carico dei costi occulti che sono propri dei software proprietari». Scegliere il software aperto, anche quando i costi di adozione risultano uguali a soluzioni proprietarie, alla lunga avrebbe, secondo Davoli, ricadute importanti per lo Stato: così facendo, «le nostre amministrazioni eviterebbero di farsi vincolare da soluzioni con alti costi di uscita e smetterebbero di investire in prodotti le cui ricadute fiscali sono fuori dall’Italia, di fatto favorendo la creazione di ricchezza per le aziende del nostro Paese».
Dato un quadro così complesso, forse ciò di cui c’è davvero bisogno è, come sottolinea Carlo Iantorno, National Technology Officer di Microsoft Italia, «un mercato che sia il più aperto possibile, nel quale prosperino i due modelli, quello del software proprietario e quello del software libero, convivano e siano a disposizione della Pa. Quest’ultima », aggiunge, «deve poi essere in grado di scegliere di volta in volta la soluzione più adatta alle proprie esigenze ». E prima ancora che scegliere il software, conclude Iantorno, «bisogna fare passi avanti importanti a livello di sistema, razionalizzando le risorse tecnologiche e quelle umane che le gestiscono, liberando i dati e rafforzando la cooperazione tra pubblico e privato, per incentivare un mercato sempre più libero, diversificato e competitivo». Una bella sfida. E per vincerla non basta di certo un decreto del governo.
Torna all’inizio dell’articolo – Prima Parte: Libero software in libero Stato (1)
Libero software in libero Stato (1)
Da un articolo di Alessio Jacona su L’Espresso n.7 16 febbraio 2012:
La digitalizzazione dello Stato promessa dal governo Monti passa dal software libero?
In principio era la Provincia di Bolzano. Nel 2009, il caso delle sue 83 scuole di lingua italiana migrate all’Open Source fece scalpore e fu persino oggetto delle “Good News” della trasmissione “Report” su RaiTre. E a ragione, visto che i costi si riducevano di un ordine di grandezza, passando dai 269 mila euro l’anno spesi in licenze per sistemi operativi proprietari a 27 mila euro investiti in manutenzione di software libero, che è gratuito o quasi.
Sono passati quasi tre anni e, con la crisi in corso e i tagli nelle pubbliche amministrazioni, sarebbe lecito aspettarsi che una simile esperienza sia stata replicata un po’ ovunque nel Paese, alleggerendo non poco le spese fatte con i soldi dei contribuenti. Non è così: «A fare scuola a livello internazionale ci sono le esperienze del governo brasiliano guidato da Lula, che ha operato una transizione quasi totale della macchina pubblica al software libero, e poi ancora quelle del Venezuela o della Francia », spiega Luca Nicotra, segretario nazionale di Agorà Digitale. Qui da noi, invece, le esperienze virtuose balzate agli onori della cronaca ci sono ma non sono ancora abbastanza: si va dalle leggi che agevolano l’adozione del software libero in regioni come Toscana, Veneto, Piemonte, Umbria e Lazio, alle iniziative di alcuni Comuni come Roma e Firenze, fino ai piani di ammodernamento di un’istituzione come l’Istat. E poco altro.
Viene da chiedersi se ci sia qualcuno che rema contro: «In primo luogo l’avvento dell’open software nella Pa si scontra con un problema culturale», dice ancora Nicotra, «perché i decisori mancano delle competenze necessarie e spesso ignorano sia la stessa esistenza di valide alternative al software proprietario, sia il fatto che l’adozione del software libero aprirebbe un nuovo e fiorente mercato di piccole e medie imprese del software». Decisori distratti e poco consapevoli, dunque, che in alcuni casi hanno anche tutto l’interesse a restare tali: «Il secondo vero problema», prosegue infatti il segretario di Agorà Digitale, «è determinato dai rapporti molto stretti che spesso legano gli enti pubblici e i fornitori, con questi ultimi che di fatto “ispirano” i bandi», e si assicurano la conservazione dello status quo.
Qualcosa però si sta muovendo: a livello locale, c’è il caso – peraltro sempre a Bolzano – dell’azione intrapresa dall’Associazione Software Libero, che si è rivolta al Tar per avere ragione di un bando giudicato sospetto. E poi, molto più in alto, ci sono i recenti provvedimenti del governo Monti: in particolare il decreto approvato con un emendamento portato avanti dal radicale Marco Beltrandi (e proposto proprio da Agorà Digitale), che modifica il comma D dell’articolo 68 del Codice dell’Amministrazione Digitale e, di fatto, obbliga ora tutte le pubbliche amministrazioni almeno alla «valutazione» del software libero nei loro bandi di gara. Un importante passo avanti, sì, ma soprattutto «simbolico», come lo definiscono gli stessi promotori, che ha il merito di aver riportato il tema dell’open source all’attenzione della politica mentre continua un’altra e più complessa battaglia: quella che i sostenitori del software libero conducono per rendere il ricorso al software proprietario nella pubblica amministrazione un’alternativa secondaria, cui ricorrere solo in caso di stretta (e certificata) necessità.
Vietato però farsi illusioni. Sia sulla rapida attuazione del decreto Monti, sia rispetto ai benefici che il software open source può introdurre nella Pa nel breve termine. Intanto perché «non esiste una soluzione valida sempre», come ammonisce l’avvocato Ernesto Belisario, esperto di diritto legato alle nuove tecnologie: «Il software libero», dice, «offre vantaggi di tipo etico-filosofico perché è aperto, perché sai cosa c’è dentro, perché nasce da uno sviluppo partecipato e via discorrendo. Ma non si deve fare l’errore di pensare che “software libero” significhi sempre e da subito zero costi per la Pa. La verità è che la sua adozione può portare benefici economici nel medio e lungo periodo, ma nel breve richiede investimenti». Vale a dire: non si pagano le licenze, ma ci sono i costi di migrazione, di sviluppo, di manutenzione, di formazione.
(Continua a leggere l’articolo – Seconda Parte)
Copyright: bocciato l’emendamento Fava censura-Internet. La Rete è ancora libera
Con una larga maggioranza di variegati schieramenti politici (dal Pdl all’Udc, dal Pd all’Italia dei Valori – 365 voti favorevoli, 57 no, e 14 astenuti) e con la benedizione delle comunità della Rete, l’emendamento censura-Internet del leghista Gianni Fava alla legge comunitaria è stato stralciato definitivamente, attraverso un ulteriore emendamento soppressivo.
La modifica dell’articolo 18 della legge comunitaria che richiama una direttiva Ue del 2000 sul commercio elettronico (decreto legislativo 70 del 2003), aveva la presunzione di imporre agli hosting provider e ai siti Web di monitorare in modo preventivo i contenuti messi in rete dagli utenti e di eliminare quelli protetti da Copyright segnalati da qualsiasi soggetto interessato, senza rivolgersi alle istituzioni giudiziarie.
Una legge simile alla criticatissima e rinviata norma americana anti-pirateria SOPA (ma in versione più rozza, cioè leghista) che avrebbe imposto agli ISP e a siti Web (che permettono la condivisione libera dei contenuti online) il monitoraggio forzato del traffico e avrebbe legalizzato una sorta di giustizia fai-da-te in nome della protezione del diritto d’autore in Internet. In pratica uno strumento di controllo della Rete, di repressione della libertà di espressione online, ma anche una norma ampiamente depressiva per l’emergente mercato digitale.
Luca Nicotra, segretario dell’Associazione Agorà Digitale a tutela dei diritti digitali, e promotrice del movimento contro l’emendamento Fava, dichiara soddisfatto: «Il voto di oggi conferma innazitutto le nuove importanti ed efficaci possibilità di mobilitazione che la Rete affida ai cittadini, sempre più determinati a far valere i propri diritti interagendo e se necessario contestando direttamente i propri rappresentanti. Ma è anche il segno che esiste una piccola pattuglia trasversale di parlamentari determinati a difendere i valori di una rete libera e aperta. I dati sullo sviluppo del mercato legale rilasciati oggi dimostrano che la strategia repressiva che ha fermato lo sviluppo della Rete in Italia non ha più senso. E’ arrivato il tempo di una stagione di riforme che promuovano una più aperta e innovativa diffusione di contenuti creativi e dei dati delle amministrazioni. Con un nuovo approccio l’Internet Aperta può essere un volano di sviluppo, anche tramite la nascita e la crescita di nuove ed innovative imprese».























