Archivio del aprile 18th, 2012
Rai: parte in Parlamento la discussione per la riforma
Gli uffici di presidenza delle commissioni Trasporti e Cultura della Camera, riuniti in sede congiunta, hanno deciso di avviare la discussione in sede referente delle proposte di riforma della Rai. Una riforma che però potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia nell’ottica dell’indipendenza della tv di Stato dalla politica.
L’esame inizierà il 3 maggio, il giorno precedente la prima convocazione dell’assemblea dei soci di Viale Mazzini (la seconda è prevista l’8 maggio) per l’approvazione del bilancio, atto dopo il quale formalmente sarà possibile il rinnovo dell’attuale vertice della tv pubblica. Sono numerose le proposte di legge di riforma della Rai depositate alla Camera. Tra le altre, quella del luglio 2010 del Pd (primi firmatari Pierluigi Bersani, Dario Franceschini, Michele Meta e Manuela Ghizzoni); quella presentata, sempre dal fronte Pd, a inizio legislatura, da Roberto Zaccaria; tre a firma del radicale Marco Beltrandi e ancora quelle depositate da Giuseppe Giulietti (Gruppo Misto, portavoce di Articolo 21), Italo Bocchino (Fli), Renato Cambursano (Gruppo Misto).
Scartate le soluzioni di stralcio delle regole della Legge Gasparri (che attualmente consegna ai partiti politici le nomine del Consiglio di amministrazione Rai), e quella della privatizzazione, l’ipotesi più accreditata da fonti politiche sarebbe quella di una conferma del dg Lorenza Lei, candidata alla successione di se stessa e sponsorizzata dal Vaticano, con un Cda “tecnico” attraverso i nuovi meccanismi di governance che il governo Monti vorrebbe introdurre. I piani di riforma dell’esecutivo, osteggiati da Pdl e Lega, vorrebbero introdurre la figura di un super-direttore generale con ampi poteri di manager-commissario e la nomina di 3 dirigenti esterni dalla politica ed esperti in materia.
In una nota congiunta il deputato e capogruppo del Pd in commissione Telecomunicazioni alla Camera, Michele Meta, ed il collega Giuseppe Giulietti, portavoce di Articolo 21 dichiarano: «Finalmente il Parlamento avvia l’esame delle proposte di legge, così come avevamo chiesto nelle scorse settimane, per la riforma della governance della Rai depositate da più di un anno. Si apre in questo modo una discussione molto attesa e che ci auguriamo possa essere arricchita dal contributo di tutti coloro che intendono rilanciare il servizio pubblico, dopo anni difficili. Ci auguriamo che anche il Governo voglia esplicitare in quali modi e in quali forme intende liberare la Rai e le autorità dalle interferenze della politica e dei partiti».
Fonti: Ansa | AGI
Mediaset e Pdl: su asta frequenze questione non è chiusa
Nel giorno della fondamentale assemblea degli azionisti di Mediaset, chiamata ad approvare i claudicanti conti 2011, il presidente Fedele Confalonieri ritorna sull’argomento (caldissimo) frequenze tv. «La polemica sulla gratuità delle frequenze è strumentale. Calendario alla mano è iniziata alla fine dell’estate proprio mentre era alle battute finali la procedura di assegnazione delle frequenze in Beauty Contest».
Il numero uno del Biscione aggiunge che la questione e l’accesa polemica politica «è esplosa dopo che Sky ha annunciato il suo ritiro dalla gara. Diciamolo ancora una volta, per amor di verità, non per amor di tesi. Il Beauty Contest gratuito è la formula utilizzata in gran parte degli altri paesi europei. Era una procedura legale e condivisa dall’Europa. Mediaset le sue frequenze le ha pagate tutte, anche quella DVB-H (la tv mobile – ndr), oggi all’onore delle cronache con ennesimo regalo. Contro la sospensione del Beauty Contest abbiamo fatto ricorso. Il ministro Passera ha annunciato un decreto per procedere ad un’asta economica».
«C’è stata un po’ di demagogia – continua Confalonieri – : far pagare alle ricche televisioni le frequenze anzichè diminuire i redditi dei cittadini con nuove tasse. Come sappiamo tra le due cose non vi è relazione. Le tasse sono aumentate e siamo proprio sicuri che l’asta produrrà introiti significativi per lo Stato? Parteciperemo? Ancora non possiamo dirlo. Vedremo la disciplina dell’asta che farà Agcom». «Possiamo però fin da ora – conclude Confalonieri – prevedere che neanche l’asta metterà fine alle polemiche sui regali, a meno che a Mediaset non venga ingiustamente impedito di partecipare. Siate sicuri che andremo comunque avanti per difendere i nostri diritti».
Il vicepresidente dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, è logicamente dello stessa parte della barricata. «La questione che riguarda l’asta sulle frequenze tv non può considerarsi chiusa. - ha affermato – E’ evidente – ha osservato ai microfoni di Tgcom24 – che in un’economia globale i finanziamenti vanno dove possono fruttare e una condizione è la certezza del diritto. Un investitore va in un Paese dove conosce le regole e sa che queste non possono essere modificate da un momento all’altro. Sul Beauty Contest non si tratta di un braccio di ferro, quella era una gara che presupponeva per chi aveva deciso di prendervi parte investimenti e contenuti. Ora è molto importante che coloro che si erano preparati per la gara non vengano messi da parte. Questa realtà di tutela del diritto e dei diritti acquisiti è stata in parte vanificata con una violazione dello stato di diritto. C’è bisogno di certezza di diritto per poter garantire un non utilizzo strumentale. Spero che la questione non si chiuda così perché sarebbe una perdita un operatore piuttosto che un altro, ma per il Paese».
Fonti: TMNews | MF-DJ
Asta frequenze: separare Tv da Reti aprirà il mercato
Il dado è tratto. Anzi l’asta per le frequenze tv. In seguito all’annullamento del famigerato Beauty Contest e alla disposizione dell’emendamento che porterà a una nuova gara, il governo ha deciso di mettere in vendita i canali. E mentre scoppiano le polemiche e le conseguenti schermaglie tra Pd e Pdl, la patata bollente passa nelle mani dell’Agcom di Corrado Calabrò che avrà il compito di scrivere il bando e il disciplinare dell’asta onerosa entro 4 soli mesi. Inoltre la scadenza dell’attuale mandato Agcom previsto a metà maggio procrastinerà probabilmente la definizione delle suddette regole al Consiglio successivo.
L’esecutivo tecnico ha emanato il provvedimento per valorizzare una risorsa pubblica, lo spettro, in un momento in cui tutto il Paese è costretto (purtroppo) a compiere sacrifici; per promuovere la modernizzazione delle telecomunicazioni e la diffusione della Banda Larga Mobile, in linea con l’Agenda Digitale europea; ma soprattutto per aumentare il pluralismo e la trasparenza del settore televisivo.
Ma se il governo Monti è veramente intenzionato ad aprire il mercato tv italiano, oppresso da troppi anni dal duopolio Rai-Mediaset, e ha la volontà di far cancellare la procedura di infrazione Ue aperta nel 2006, avrà l’obbligo di indire un’asta (o due gare) attuando “la separazione verticale tra i fornitori di programmi e gli operatori di rete, che dovranno consentire l’accesso ai fornitori di programmi a condizioni eque e non discriminatorie” (cita il testo del governo).
Il guaio è che, anche in questo campo, l’Italia è «diversa». Mentre in altri Paesi europei ci sono aziende che si occupano solo di gestire le reti (l’Inghilterra ha Arqiva, la Francia Tdf, la Spagna Abertis, per fare solo tre esempi), in Italia le televisioni posseggono sia le infrastrutture che i programmi: Fininvest controlla l’azienda maggiore (Elettronica Industriale, che ha appena inglobato DMT) e Rai possiede RaiWay. Per non dire di Telecom Italia Media (con TIMB) e di altri. Sono tutti «integrati verticalmente».
L’anomalia del mercato tv del Bel Paese potrebbe costringere l’Agcom a ideare una gara «permissiva» con tutti gli operatori, negando però quella separazione verticale che potrebbe essere un primo passo per l’apertura alla concorrenza. Una seconda soluzione (descritta da Edoardo Segantini su Il Corriere della Sera) sarebbe al contrario limitare la gara agli operatori di rete «puri», cioè agli stranieri, ma è una strada difficile persino da immaginare. Perché presupporrebbe che sia Fininvest che Rai venissero forzati alla separazione proprietaria, cioè a vendere in tutto o in parte la società che gestisce le infrastrutture. Una strada intermedia e ragionevole potrebbe essere quella di fare come nelle telecomunicazioni, prima in Inghilterra (con Open Reach) e poi in Italia (con Open Access), dove si è creata una separazione soltanto societaria (non di proprietà), per forzare l’ex monopolista ad affittare la propria rete a tutti i concorrenti a condizioni uguali, senza privilegiare, con trucchi o trucchetti, la propria «casa madre».
La nuova Autorità per le comunicazioni in ogni modo si ritroverà in mano una pratica davvero complicata, ma avrà anche la chance di dimostrare che l’aggettivo «nuova» non è usurpato. Purtroppo nel Paese dei Cachi il Consiglio Agcom (Authority teoricamente indipendente) viene nominato dai partiti politici (8 consiglieri dalla Camera e 8 dal Senato) e dalla Presidenza del Consiglio che elegge il presidente.
Fonte: Il Corriere della Sera
Tv digitale, in Italia il satellite raggiunge 8,8 milioni di abitazioni
Circa 400 mila abitazioni in più, per un totale di 8,8 milioni e una quota di mercato pari al 36%. Questi i numeri della televisione satellitare in Italia secondo il Satellite Monitor 2011 di Ses Astra, rapporto che sintetizza i dati di un’indagine condotta da TNS Infratest in 35 Paesi fra Europa e Africa del Nord.
I dati resi noti dall’operatore francese proprietario dell’omonimo sistema satellitare hanno altresì evidenziato la dimensione e la composizione dell’universo televisivo nel Belpaese. Ed è la seguente: in 15,1 milioni di case, il 61% di tutte le abitazioni con almeno un apparecchio Tv funzionante, è utilizzata la rete terrestre quale principale modalità di ricezione. Nel dettaglio 13,4 milioni di nuclei familiari dispongono di un televisore abilitato al digitale terrestre (1,1 milioni in più rispetto al 2010), 1,6 milioni continuano ad utilizzare la rete analogica (il calo rispetto all’anno precedente è di circa un milione di unità) e 800 mila sono invece le utenze (stabili nel confronto anno su anno) abbonate ai servizi di IpTv distribuiti via protocollo Internet.
Dal quadro dipinto da Astra, la cui “reach” è arrivata a 2,3 milioni di case in Italia (il 26% di tutte le abitazioni italiane che utilizzano il satellite puntano le proprie parabole verso la posizione 19.2° Est) e 142 milioni in Europa, emerge quindi chiaramente come il satellite sia, sempre di più, un sistema di fruizione dei contenuti televisivi assai gradito al grande pubblico. E lo sottolinea con enfasi Pietro Guerrieri, General Manager di Ses Italia, secondo cui «la forte crescita del satellite in Italia evidenzia i vantaggi che tale infrastruttura è in grado di offrire quando si parla di qualità, possibilità di scelta e sviluppo e fruizione dell’alta definizione». C’è inoltre un dato che induce il manager a rimarcare la valenza del satellite per ciò che concerne la televisione Hd: «In Italia, a tutto dicembre 2011, sono stati venduti complessivamente circa 29 milioni di televisori in grado di trasmettere in alta definizione ma il nostro mercato Hd free-to-air (i canali satellitari visibili gratuitamente, il sistema di Astra trasmette oltre 270 canali in alta definizione, ndr) è in ritardo rispetto agli altri Paesi europei e principalmente per motivi di capacità».
Ampliando l’analisi del fenomeno all’Europa, il ruolo del satellite nell’economia del mercato televisivo è ancora più importante. Innanzitutto perché è l’infrastruttura più diffusa, raggiungendo quasi il 44% delle 186 milioni di abitazioni con almeno un apparecchio digitale attivo e vantando un tasso di digitalizzazione pari al 97%. Nel Vecchio Continente sono infatti circa 84 milioni le abitazioni che hanno adottato il satellite (in modalità Dth, Direct-to-home) e la crescita negli ultimi quattro anni è stata superiore (anno su anno) al 20% al cospetto della flessione della Tv via rete terrestre (che ha perso quasi 16 milioni di case) e di quella via cavo (in calo di oltre due milioni. Gli abbonati alle piattaforme IpTv) sono circa 16 milioni.
Fonte: Il Sole 24 Ore























