

Copyright, il SOPA ha le ore contate? La Casa Bianca prende posizione
La famigerata legge anti-pirateria SOPA (Stop Online Piracy Act), in discussione in questi giorni alla Camera e al Senato degli Stati Uniti, sembra avere le ore contate. Pare. Ma intanto monta sempre più la tempesta tra le opposte fazioni. Cioè tra i difensori del Copyright (RIAA, Hollywood, Camera di commercio USA e compagnia bella), le Web Company (Google, Yahoo!, Facebook, eBay, Amazon) e le associazioni che tentano di tutelare i diritti digitali nella grande Rete, contro un provvedimento, anzi una serie di leggi (oltre al SOPA ci sono il Protect Ip Act e l’Online Protection and Digital Enforcement Act) che porrebbero un violento e censorio giro di vite sulle varie piattaforme on-line votate alla condivisione non lecita dei contenuti.
Si dice che proprio i due senatori Lamar Smith e Patrick Leahy, promotori del SOPA, avrebbero fatto marcia indietro, eliminando le disposizioni del disegno di legge sul blocco a mezzo DNS dei domini pirata. Risoluzioni estreme – almeno secondo gli agguerriti oppositori di SOPA – che minaccerebbero l’intimo funzionamento di Internet oltre che i principi costituzionali per la libertà d’espressione sul web. Si sospetta però che i due vogliano solamente rimandare, con un banale trucco, l’implementazione dei blocchi da imporre ai vari provider statunitensi per accelerare l’approvazione della constestatissima legge.
In ogni modo la querelle americana sul SOPA si è ulteriormente accesa quando anche alcuni esponenti della Casa Bianca si sono espressi sull’argomento. Victoria Espinel, Aneesh Chopra, e Howard Schmidt, membri di primo piano dello staff del Presidente Barak Obama, in merito ai rischi sulla limitazione della libertà di espressione, hanno cercato di placare le preoccupazioni degli oppositori del SOPA, anche se nel contempo hanno mediato con i rappresentanti delle associazioni in difesa del Copyright. La posizione dello staff di Washington ha subito fatto partire aspre critiche su Twitter da parte di Rupert Murdoch, il magnate australiano della News Corp, che ha avuto da ridire pure su Google, accusando BigG di agire contro l’industria del cinema. Immediata la risposta del colosso di Mountain View: «l’anno passato abbiamo rimosso 5 milioni di pagine Web lesive dai risultati del nostro motore di ricerca, e investito oltre 60 milioni di dollari per combattere le pubblicità relative a pirati e truffatori».
Intanto va avanti l’imponente movimento di contestazione al SOPA. La popolare enciclopedia libera Wikipedia sta pensando, insieme alla sua comunità, di unirsi al blackout di protesta annunciato dalla comunità di Reddit per il prossimo 18 gennaio. Il sito di social news resterà in silenzio per 12 ore, nel tentativo di boicottare l’adozione della legge. Dilagante la protesta sulla piattaforma cinguettante Twitter, con oltre 24 milioni di utenti che hanno deciso di seguire l’iniziativa del sito web BlackoutSOPA. Sono ormai numerosi i protagonisti del web – da Google a Facebook, passando per il pentito GoDaddy e la fabbrica dei meme Cheezburger - pronti a battagliare per annullare un disegno di legge che il chairman di BigG Eric Schmidt ha definito draconiano.
Fonti: key4biz.it | puntoinformatico.it | lastampa.it
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gennaio 16th, 2012 on 16:17
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