La vittoria invisibile di Europa 7

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Da un articolo di Beatrice Borromeo su Il Fatto Quotidiano del 13/11/2010:

«Schifosi, venduti, mafiosi!». Gli ultimi 15 anni hanno lasciato il segno: la sequela di sconfitte di Francesco Di Stefano, ideatore e proprietario del network di tv locali Europa 7, misura il prezzo che si paga in Italia quando si sfida Silvio Berlusconi sul suo terreno: la televisione.

Anche ora che la vicenda sembra giunta all’epilogo ed Europa 7 ha finalmente le frequenze per trasmettere, Di Stefano ha ottenuto troppo poco per poter esultare: «Resterò incazzato per i prossimi vent’anni», dice al Fatto. Bisogna raggiungerlo nei suoi colossali studi fuori Roma, ai bordi dell’autostrada che porta a L’Aquila, per capire le ragioni della frustrazione che tutt’oggi segna il suo umore, nonostante il lancio dei nuovi palinsesti. Se ne occupa Giovanna Ferrero, 24 anni neolaureata con una tesi proprio sul caso Europa 7, capelli biondi e minigonna, una sorta di braccio destro di Di Stefano. Dallo scorso 11 settembre – dopo oltre cento ricorsi – Europa 7 va in onda. Ma non la vede quasi nessuno: per accedere agli otto nuovi canali digitali bisogna acquistare un decoder fatto su misura.

Europa 7 attende dal 1999, cioè da quando ha ottenuto la concessione per andare in onda, che Rete 4 liberi le frequenze che occupa abusivamente. Ma già nel 1996 il governo Prodi, con la legge Maccanico, stabilisce che Rete 4 possa continuare a trasmettere “per un periodo transitorio” (verrà dichiarato illegittimo, senza che nulla cambi, dalla Corte costituzionale nel 2002 e dalla Corte di Giustizia europea nel 2008). Non è l’unico intervento del centrosinistra in difesa delle tv di Berlusconi.

Nel 2001 il governo Amato allunga la vita di Rete 4 fino al 2006, quando “ci saranno frequenze per tutti perché – dichiarava allora l’esecutivo – si completerà il passaggio dall’analogico al digitale terrestre” (termine poi rinviato al 2012). Europa 7 aspetta e le cose peggiorano. Il 24 dicembre 2003, secondo governo Berlusconi, il premier si fa un regalo di Natale: il decreto legge “salva Rete 4”, che permette alla sua rete di restare ancora sulle frequenze destinate a Europa 7 sfidando il limite delle due concessioni previste per i privati. Lo stesso Carlo Azeglio Ciampi che ha appena respinto alle Camere la legge Gasparri (poi ripresentata e riapprovata quasi uguale), firma subito il decreto.

Oggi Di Stefano ricorda quel momento come il più drammatico degli ultimi 15 anni: «Come si fa a credere ancora nella giustizia quando l’arbitro supremo si vende a Berlusconi, firmando un decreto che va contro una pronuncia della Corte costituzionale?». Di Stefano s’impunta e si appella al Tar del Lazio (che gli dà torto) e poi al Consiglio di Stato che passa la palla alla Corte di Giustizia europea. Nel 2009 si arriva al paradosso dell’ultimo atto: la sentenza del Consiglio di Stato, dopo aver dato ragione a Europa 7, le liquida un risarcimento di appena 1 milione e 41 mila euro (Di Stefano aveva chiesto circa 2 miliardi se le frequenze gli fossero state attribuite, altrimenti 3,5 miliardi). Con questa motivazione: la conoscenza della situazione italiana nella quale maturò il bando di gara “non poteva non indurre Europa 7 a dubitare seriamente della possibilità di soddisfare la propria aspettativa”.

L’imprenditore abruzzese non avrebbe dovuto investire un euro nella sua tv perché «la legislazione via via formatasi consigliava prudenza nell’avviare investimenti prima del concretizzarsi dell’assegnazione delle frequenze». Tradotto: che Berlusconi ci fosse e che fosse abbastanza potente da distruggere ogni concorrente, Di Stefano avrebbe dovuto saperlo fin dall’inizio.

Il Cavaliere ha mandato più volte i suoi mediatori a trattare con Di Stefano. Gli suggerivano di mollare, di “metter si d’accordo ”. Lui ha sempre risposto picche: «Anzi, la tentazione di prendere il bazooka in questi anni è stata fortissima». Ma quando il Consiglio di Stato gli ha concesso quel risarcimento misero (peraltro non ancora incassato), Di Stefano ha accettato la mediazione. O meglio, non si è appellato quando, accogliendo la proposta del ministero dello Sviluppo economico, il Consiglio di Stato ha deciso che Europa 7 andasse in onda non al posto di Rete 4 ma su una frequenza lasciata libera dalla Rai. La terza banda, nota come VHF, mette infatti a disposizione otto frequenze e la Rai, fino a un paio di settimane fa, ne adoperava solo sette: a Europa 7 è toccato lo spazio rimasto inutilizzato, gli avanzi. Ma una sola frequenza non basta per costruire una rete (Rai Uno ad esempio per trasmettere ne usa ben sette), almeno non sull’analogico. È per questo che Di Stefano ha deciso di trasmettere in digitale, in “standard DVB-T2” (alta definizione): così può ricavare dalla stessa frequenza otto canali.

Un vero network nazionale che coprirà il 75 per cento del Paese. A incoraggiare l’accordo sono stati anche i buoni rapporti con l’interlocutore di sempre, il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani che lo scorso febbraio, ancora viceministro con la delega alle Comunicazioni, ha avviato la trattativa risolutiva promettendo a Europa 7 frequenze integrative che però non si sono mai viste. Ma davvero otto canali con una tecnologia d’avanguardia ancorché semiclandestini sono più redditizi di un unico vecchio canale in analogico?

Secondo Di Stefano, il suo decoder di ultima generazione è quello “definitivo”. E prima o poi anche Mediaset, Rai e Sky dovranno adottarlo perché trasmette con una qualità superiore. Ma almeno per ora sembra improbabile conquistare il grande pubblico: l’imprenditore rivela di aver venduto appena un migliaio di decoder. Anche perché Europa 7 non ha ancora molto da offrire: servono campagne pubblicitarie, conduttori di richiamo, programmi competitivi. E la società “Centro Europa 7”, dopo 15 anni di inattività (almeno nel suo business principale), non è certo un gigante: appena 1,4 milioni di fatturato nel 2009 (soltanto Mediaset Premium vale 560 milioni). Costo finale di 150 milioni di euro bruciati in questi anni tra spese legali e costi dell’immobilismo. Unica fonte di ricavi sicuri i 22 mila metri quadri di studi alle porte di Roma che a volte la Rai affitta per show come Ballando con le stelle o Notti sul ghiaccio. I dipendenti sono soltanto 40.

A tenere in vita la società negli anni della battaglia sono state le risorse drenate dalle altre aziende di Di Stefano (produzioni, attività di service – ha organizzato per esempio le riprese delle tv locali di Rai per una notte – concessionarie, radio e così via). E, assicura lui, un patrimonio personale che non è più quello di una volta. «Le banche si fidano di noi, possiamo ancora ottenere credito per almeno 10 milioni di euro, abbastanza per partire». Soldi che Europa 7 vuole utilizzare – in attesa di ottenere un ulteriore risarcimento dalla Corte di Giustizia europea – per l’ambizioso sogno di ingaggiare i grandi dell’informazione e della satira, come Milena Gabanelli e Daniele Luttazzi. Nel palinsesto, che sarà pronto a fine anno, ci sono già un canale interamente dedicato all’informazione chiamato “Fly ” (l’unico “f ree ” di Europa 7), uno di satira, uno in 3D, uno che trasmette spettacoli teatrali e tre canali adult (cioè il sempre redditizio porno). Ma la strada per diventare una vera televisione è ancora in salita.